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Quei titoli sul “Tribunale del popolo”

 

di Dario Montana

Rappresentava certamente un’anomalia la presenza di chi, come Beppe, riteneva che un poliziotto a Palermo non poteva frequentare troppi salotti, perché in una città così avvolgente, con i confini troppo labili, non poteva correre il rischio di trovarsi ad indagare proprio sul padrone di casa che lo aveva invitato.
Non dimentichiamo che perfino il capo della Cupola (il “Papa”, così era soprannominato Michele Greco) era un assiduo frequentatore dei salotti palermitani dove l’aristocrazia cittadina e quella mafiosa si incontrava con esponenti della massoneria.
Evidentemente non erano della stessa opinione alcuni prefetti, questori, giornalisti, politici e magistrati che a Palermo non esitarono ad indossare il mantello candido con cinque croci fiammeggianti di Gerusalemme, simbolo dei Cavalieri del Santo Sepolcro e genuflettersi davanti alla spada scintillante del luogotenente dell’ordine: il conte Arturo Cassina, il signore degli appalti di Palermo.
Tra gli altri, hanno aderito all’ordine del Santo Sepolcro: Bruno Contrada, capo del Sisde per la Sicilia occidentale, il colonnello dei carabinieri Serafino Licata, il generale Cappuzzo, i questori Montesano e Mendolia, il capo della mobile Salerno, il procuratore generale Pajno.
Quest’ultimo non godeva certamente dei favori dell’indimenticabile Rocco Chinnici (il magistrato che ideò il pool antimafia, le cui redini furono prese poi da Antonino Caponnetto) come si evince chiaramente dai suoi diari, dove si riportano contatti diretti e indiretti con ambienti mafiosi di alcuni parenti di Pajno, che proprio per questo rischiò il possibile trasferimento ad altra sede da parte del Consiglio Superiore della Magistratura.
Anche l’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco, lasciò alcuni diari dove venivano riportati episodi inerenti l’operato del procuratore Pajno.
Ricordo ancora con amarezza quanto avvenuto a Mondello per il terzo anniversario dell’omicidio di Beppe, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, celebrato proprio all’indomani della pubblicazione dei diari di Insalaco, ucciso solo sette mesi prima dalla mafia e che costarono l’incredibile arresto per peculato di due giornalisti, Attilio Bolzoni e Saverio Lodato: durante il dibattito avvenuto nell’arena del cinema “La Sirenetta” alla presenza, tra il pubblico, dello stesso procuratore Pajno, diversi relatori non poterono esimersi dal fare riferimento ai diari di Insalaco.
Pajno decise di prendere la parola con un imbarazzante intervento, invocando la solidarietà di mio padre, il quale intervenne affermando, nel silenzio degli altri relatori, di non essere stato convinto da quella autodifesa e che comunque, il pubblico presente nell’arena che aveva ascoltato quelle argomentazioni, poteva eventualmente, se convinto dal procuratore, liberamente applaudire o in caso contrario scegliere di tenere le braccia conserte.
Il silenzio fu poi interrotto da papà che aggiunse, a proposito della vicenda che aveva visto l’indimenticabile Natale Mondo – unico sopravvissuto alla strage di Via Croce Rossa dove persero la vita Ninni e Roberto – accusato di essere un poliziotto corrotto, la talpa della mafia all’interno della squadra mobile: “Chissà in quali “cantoni” o “contrade” si stanno nascondendo le vere talpe della mafia.”
Papà fu lasciato solo, i giornali titolarono su un incredibile tribunale del popolo promosso dai parenti delle vittime della mafia. Allora certi nomi non potevano essere fatti, ma alcuni anni dopo, l’ex capo della Criminalpol Ignazio D’Antone e Bruno Contrada, l’ex capo del Sisde nella Sicilia occidentale, saranno entrambi condannati, con sentenza passata in giudicato, per concorso esterno in associazione mafiosa (per Contrada a seguito di una decisione della CEDU, la Cassazione ha dichiarato ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna).
Oggi, nessuno dei relatori di quel convegno sarebbe imbarazzato da quelle parole profetiche pronunciate da mio padre e ripetute, anni dopo, in aula davanti ad un tribunale.
Quelle decisioni e quelle pronunce emesse nel nome del popolo italiano, non possono non richiamare alla memoria la recente sentenza, sia pure ancora solo di primo grado, del cosiddetto processo processo sulla trattativa, per capire forse anche perché le mafie nel nostro paese non sono state ancora sconfitte nonostante i numerosissimi successi investigativi e le condanne inflitte ai suoi vertici.
Gli uomini come Beppe, i suoi colleghi ed amici di quella splendida Squadra Mobile, tanti che ancora oggi continuano con grandi sacrifici ad impegnarsi nel loro lavoro hanno dimostrato che le mafie possono essere sconfitte: basta volerlo.

(5 – continua)

Da mafie

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