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Quando alla democrazia non rimane che il populismo

 

Domenica sera è successo qualcosa di drammatico, qualcosa che ha silenziosamente strisciato al di sotto di ogni commento espresso nei giorni successivi: la democrazia si è denudata e ha detto apertis verbis che il mercato troneggia su di lei. In uno scenario estremamente delicato, il Presidente della Repubblica Mattarella ha dovuto rinnegare la sua usuale compostezza per manifestare come il suo ruolo, ad oggi, non possa essere rubricato a quello di semplice notaio.

La presa di posizione di Mattarella ha spaccato a metà l’opinione pubblica, tra reazioni immediate e ripensamenti, tra invettive aperte e difesa di istituzioni mai così visibilmente traballanti. Ma ciò che merita di essere analizzato, oltre ai repentini schieramenti, sono le ragioni che hanno indotto queste reazioni e, ancor prima, le ragioni che il Presidente della Repubblica ha addotto per il proprio veto su Savona. Tali ragioni sono da ricondurre, a detta dello stesso Mattarella, alla sua funzione di tutela dei risparmi degli italiani.

Ora, benché una simile giustificazione abbia un riscontro costituzionale, essa si basa non già su un dato oggettivo, su un fatto pubblicamente apprezzabile, bensì su una previsione – certo, una previsione oltremodo verosimile, ma pur sempre una previsione. La figura di Savona al Ministero dell’Economia e la direzione di un esecutivo inaugurale apertamente ‘populista’ ed euroscettico avrebbero determinato un’oscillazione dei mercati, con la minaccia inesauribile dello spettro dello spread.

Una simile valutazione, che è economica, ha determinato una decisione, che è politica. E in fondo è stata proprio questa commistione di piani ad agitare un’insoddisfazione sociale già diffusa, ad accrescere la diffidenza verso le istituzioni e ad approfondire la frattura fra queste ed il popolo. Non da ultimo, essa ha inasprito drammaticamente la disaffezione nei confronti della democrazia. Una disaffezione epidemica che, se da un lato non può mai essere giustificata fino in fondo, dall’altro ha ragioni ben radicate: la volontà popolare rappresentata in Parlamento incontra dei vincoli che non sono innanzitutto vincoli istituzionali, ma politici ed espressi da entità sovranazionali.

La componente politica del veto su Savona è innegabile. Essa ha concorso a scatenare irritazione, rancore e indignazione in chi, già scettico nei confronti di un’Europa a trazione tedesca, ha incontrato in ciò l’ennesima conferma della propria posizione. Savona non era certo un barbaro, né un esaltato anti-euro; non era un populista, né un dilettante della politica. Savona era un economista navigato che riteneva assolutamente prioritaria una negoziazione dei trattati europei, affinché si potessero rimodulare le clausole che hanno messo in ginocchio molti paesi, soprattutto mediterranei, e nella prospettiva di un’Unione Europea economicamente “più forte, ma più equa” – posizione che chiunque abbia sinceramente a cuore le sorti dell’Europa non può che ritenere prioritaria.

Non è l’atto medesimo del veto, dunque, la pietra dello scandalo, bensì le sue motivazioni. Se il veto fosse stato posto per conflitto di interessi, condanne, indagini, precedenti di corruzione, etc., non ci sarebbe stato nulla di politicamente decisivo. Ma le ragioni silenziose al fondo di tale decisione rivelano qualcosa di ben più grave, ovvero il fatto che la democrazia – sorta storicamente come democrazia nazionale – è erosa nella sua funzione essenziale: non solo essa deve tenere sempre conto di fattori extra-nazionali, ma è da essi eterodiretta senza possibilità di reazione. La federazione di nazioni che dovrebbe soprelevare il potere di ciascuna isolatamente considerata finisce, al contrario, per incepparne le possibilità d’intervento, le prerogative e la capacità di far fronte a problemi interni urgenti che mettono a repentaglio la sopravvivenza dello Stato-nazione medesimo.

È a questa contraddizione che fa riferimento la componente sovranista delle forze politiche populiste: in questo contesto, ‘sovranismo’ non si distingue più da ‘democrazia’ – e questo binomio si legittima e rafforza tanto più quanto l’internazionalismo non consente la piena affermazione nazionale, bensì la oblitera.

Proprio su questo piano si gioca lo scontro paradossale fra popolo ed istituzioni: Lega e Cinque Stelle hanno riscosso un grande successo a partire dalle loro posizioni anti-casta, anti-establishment; ma nella loro odierna opposizione alle istituzioni essi stessi si richiamano alla Costituzione, alla necessità di una democrazia efficiente, alla garanzia di un’adeguata rappresentanza della volontà popolare.

Non già una crisi politica, dunque, bensì una crisi di sistema, una crisi istituzionale è quella in cui ci ritroviamo, dove entrambi i contendenti si appellano agli stessi referenti (Costituzione, democrazia, popolo) e se ne ritengono rappresentanti a dispetto del proprio oppositore. È questa la frattura intima nel cuore del meccanismo democratico. Le folle di domenica sera, infatti, non sono state aizzate solo con slogan facilmente liquidabili come populisti, bensì con appelli costituzionali e con la sincera persuasione che il vero colpo di Stato non l’abbiano commesso i barbari, bensì le istituzioni medesime.

Se i cittadini italiani non fossero già disincantati e stanchi, queste sarebbero le premesse per una guerra civile. È questo l’aspetto più delicato dello scenario che viviamo in questi giorni, ed è in direzione di un suo contenimento che le decisioni – qualunque sia la provenienza politica – dovrebbero essere assunte. Nel bel mezzo di questa crisi, l’indicazione di un liberista Cottarelli a premier o le parole intollerabili e sconsiderate di Oettinger non possono che attizzare il fuoco del risentimento in modo incontenibile, fino a fare dei nazional-populismi – paradossale condizione – gli ultimi baluardi apparenti della democrazia che proprio essi stessi erano sembrati mettere a repentaglio.

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