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Il vero perdente delle elezioni è il liberismo

 

Lo slancio dei media e dell’informazione nelle ore immediatamente successive al voto si è rivolta all’identificazione di chi sia il vero vincitore di queste elezioni: ‘Salvini o Di Maio?’ è stata una delle domande più spesso rivolte alla maggioranza degli opinionisti. E la risposta resta, ovviamente, puramente indeterminata, dal momento che in una fase di transizione e di vuoto di potere quale quella attuale le azioni politiche, le strategie e le consultazioni parlamentari saranno decisive per l’emersione di una figura di leader più netta – la cui nitidezza, d’altronde, era stata già ampiamente preclusa dalla struttura stessa della legge elettorale. D’altra parte, se talmente faticosa è l’individuazione di un vincitore netto, molto più chiara pare essere quella dello sconfitto: il PD, sceso al di sotto del 20%, riporta il proprio minimo storico, e lo stesso Liberi e Uguali, superando a malapena lo sbarramento del 3%, riesce a garantirsi una manciata di irrisorie poltrone in Parlamento, al di sotto delle già modeste aspettative e privo di qualsiasi influenza politica.

Ma vi è un’analisi, più trasversale, che deve essere condotta al di sopra di questa netta bipartizione. Da un lato, infatti, la sconfitta del PD è da inserirsi in una ben più generale crisi della sinistra europea e segnatamente della sinistra riformista: i partiti socialisti di tutta Europa, non solo quelli dai riflettori più attenti di Francia e Germania, hanno registrato i propri minimi storici nelle recenti elezioni, testimoniando un sintomo diffuso dell’epoca presente. D’altra parte, l’altro grande sconfitto delle elezioni italiane è Berlusconi. Malgrado le smentite da parte di alcuni esponenti di partito, il dato oggettivamente più inatteso (ben più del successo del M5S) è il netto sopravanzo della Lega su Forza Italia, risultato imprevisto dallo stesso Berlusconi che aveva intrapreso senza timore la competizione per la leadership.

Ora, un’analisi obliqua non può astenersi dall’unificare tali risultati appaiando i vincitori (Lega e M5S) ed i vinti (PD e FI) e riscontrando che il vero risultato non è semplicemente la vittoria della destra sulla sinistra, bensì la vittoria dei partiti a base sociale contro quelli liberal-liberisti. Ciò che accomuna Lega, pentastellati, Fratelli d’Italia e la stessa insorgenza dei partiti di estrema destra quali Casapound e Forza Nuova che tanto hanno inquietato i media negli ultimi tempi è la loro base economico-sociale, protezionista, antiliberista, rivolta all’attenzione delle classi povere (ancorché discriminate su base nazionale) che rappresentano lo strato ben più consistente della società. Le parole d’ordine della sinistra degli ultimi anni, al contrario, hanno disatteso in modo sempre maggiore questa componente sociale decisiva ed in passato distintiva della sinistra medesima, focalizzandosi su forme vaghe di progressismo, affermazione di diritti (sempre civili e mai sociali ed economici), promuovendo una liberalizzazione del lavoro e facendo della precarietà una virtù a partire dalla quale poter affermare il potenziale della libera concorrenza. Una simile posizione può godere di consenso (come di fatto è stato), tanto a destra quanto a sinistra, in momenti storici di effettivo progresso economico. Laddove vi è crescita e ricchezza, allora può esservi apertura; laddove il ceto medio è la classe maggioritaria ed ascendente, allora il liberismo può apparire un incentivo sostenibile. Ma laddove si affrontano momenti di recessione, laddove la globalizzazione mostra tutti i propri effetti nefasti sulla vita economica della piccola borghesia, laddove anziché realizzarsi un imborghesimento del proletariato si ha una proletarizzazione del ceto medio (come Hegel e Marx anzitempo temevano), qui le parole del progressismo e dell’inflazione dei diritti non possono trovare cittadinanza alcuna.

La Lega, dunque, ha vinto in quanto destra sociale, mentre il PD ha perso in quanto sinistra liberale. È questa la tendenza più esplicita che si è affermata nelle elezioni italiane, nonché nella quasi totalità di quelle europee – nell’ambito della sinistra, si noti in questo senso la fortunata eccezione di Corbyn, il quale si è contraddistinto infatti sempre per il suo vigoroso radicamento sociale ed operaio. Se non si muove da un’analisi di questo genere, la sinistra non ha nessuna possibilità di riprendere vita, una vita preclusa non solo da una leadership contingentemente personalista e viziata (che pure ha concorso in modo più che significativo alla decomposizione del partito), ma per una ben più strutturale e persistente incapacità di operare un’analisi serrata delle cause materiali e storiche che hanno condotto alle soglie del tramonto di una delle tradizioni politiche fondamentali della storia dell’ultimo secolo.

Sintomatiche di questa incapacità possono essere considerate le parole di Renzi nella sua prima uscita pubblica post-elettorale: una critica malcelata a Mattarella per non aver collocato le elezioni in un periodo più prossimo a quelle di Francia e Germania, privando così il PD di quel vento europeista che lo avrebbe rinvigorito; l’affermazione di un astratto realismo contro le deformazioni informative del dilagante populismo; una rivendicazione delle proprie politiche contro quelle altrettanto populiste degli altri gruppi politici; il ringraziamento ad un ideale astratto di popolo benestante e mediamente colto (non vittima delle strumentalizzazioni del linguaggio dell’odio) – ideale astratto che genera (e dunque ne è responsabile) come propria controparte altrettanto astratta una rappresentazione del popolo genuino, semplice ma concreto e sempre, inevitabilmente lontano dal torto tanto esaltato dai partiti populisti.

È chiaro che finché l’analisi dall’interno del primo partito di centrosinistra italiano si riduce ad una propria vittimizzazione contro una maggioranza che non ha saputo comprenderne il valore, non solo non si profila nessun orizzonte di rigenerazione politica interna, ma si decreta anche, più o meno consapevolmente ma certo responsabilmente, la fine della sinistra italiana. Una fine irrimediabile, laddove si dimostri incapace di appropriarsi di quella base economico-sociale che rappresenta oggi il solo humus per un progetto politico realmente strutturato. Proprio di questo humus si è appropriata, al contrario, la destra: le prime dichiarazioni pubbliche post-elettorali della Lega, infatti, hanno subito ribadito la volontà di far valere l’interesse popolare in Europa, perché gli uomini vengono prima dell’economia. Una frase che potrebbe tranquillamente essere ascritta a Marx e che il centrosinistra prova oggi tanta vergogna di pronunciare, per timore di apparire ostile ai mercati internazionali. Solo quando, solo se la sinistra si approprierà di parole come sicurezza, stabilità economica, assistenza, ma anche tradizione e identità – le quali non sono parole di destra, ma parole generalmente sociali – solo allora la destra sociale avrà un vero oppositore. Fino ad allora, non solo la sinistra sarà un ente cadaverico incapace di reggersi diritto, ma sarà anche – e soprattutto – il vero genitore ed alimento del proprio antagonista.

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