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Caso Cavatassi, a due settimane dall’appello dei familiari ancora nessun segnale e il rischio della condanna a morte incombe

 

Due settimane fa si levava alto in Senato l’appello dei familiari di Denis Cavatassi, imprenditore cinquantenne di Tortoreto, in provincia di Teramo, condannato a morte dopo un processo farsa in Thailandia per l’omicidio del socio in affari Luciano Butti.
Ventiquattro ore dopo quella conferenza stampa, voluta dal presidente della Commissione Diritti umani Luigi Manconi insieme all’avvocato dell’imprenditore, Alessandra Ballerini, e alla sorella Romina e al fratello Adriano, il ministro degli Esteri Angelino Alfano era a Bangkok per un viaggio di Stato già in agenda da tempo.
Si sperava potesse essere l’occasione per porre la questione con il governo thailandese e raggiungere un punto fermo sulla necessità di garantire il rispetto dei diritti del nostro connazionale che negli ultimi sette anni ha subito gravi violazioni, fino al limite della tortura nell’ultimo anno.
Alla Farnesina e al governo era stato chiesto di fare pressioni sulle autorità di Bangkok affinché il peggio, ovvero l’esecuzione della pena capitale nel caso la Corte Suprema confermasse il verdetto di colpevolezza, sia scongiurato.
Ma ad oggi nessuna garanzia, né segnali, sono arrivati in tal senso nonostante fonti del ministero degli Esteri abbiano confermato che la questione “nel rispetto per l’altrui sovranità” era stata posta.
Ed è per questo che oggi più che mai è doveroso rilanciare l’appello per sostenere Cavatassi prima dell’ultimo grado di giudizio: il suo grido di innocenza deve essere amplificato.
Denis si è sempre professato innocente e, come ha ricostruito il legale della famiglia, nel 2011 fu posto in stato di fermo senza che gli fosse permesso di avere una difesa, senza un traduttore e nessun rappresentante dell’ambasciata.
Sin dal primo momento in questa vicenda sono stati violati i più elementari principi giuridici. Il caso non è stato approfondito, non ci sono testimoni oculari, né riscontri di tabulati telefonici.
Il ristoratore è stato accusato di essere il mandante dell’assassinio senza che fosse provato alcun movente.
La verità sul delitto Butti non è mai stata cercata e nessuna indagine minimamente adeguata è stata finora realizzata.
Rilasciato su cauzione dopo il primo fermo Cavatassi, hanno fatto notare i familiari, poteva scappare. Ma non l’ha fatto. Ha atteso fiducioso il processo convinto di un’assoluzione,
Ma così non è stato.
Nel dicembre del 2015 la condanna in primo grado con altri tre imputati thailandesi che avevano confessato di essere stati coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione materiale dell’agguato a Phuket al socio del 50enne abruzzese, con il quale condivideva interessi in diverse attività di ristorazione.
L’uomo era stato freddato da quattro colpi d’arma da fuoco mentre era a bordo di uno scooter.
L’accusa contro Cavatassi è di aver assoldato dei sicari pagandoli circa 3.500 euro per tendere una trappola a Butti e vendicarsi così di una truffa di circa 200 mila euro. Sul punto l’avvocato Ballerini ha però chiarito che l’accusato non vantasse alcun credito dal socio.
Un bonifico dell’italiano verso uno dei tre condannati, un cameriere del ristorante di cui era co-titolare con Butti, pochi giorni prima del delitto, la prova del suo coinvolgimento secondo i giudici della Corte che lo ha ritenuto colpevole.
L’imputato si è difeso sostenendo che quel versamento di denaro, come aveva poi confermato lo stesso beneficiario, non fosse altro che un semplice prestito, sostanzialmente l’anticipo di due stipendi per un totale di 700 euro chiesto dall’uomo per gravi esigenze familiari.
Nonostante le prove addotte a sua difesa la pena di morte nei suoi confronti è stata confermata in secondo grado nel novembre 2016.
Dal gennaio 2017 Denis, come ha raccontato il fratello Adriano, l’unico ad averlo visto dopo il fermo nel carcere di Phuket, è detenuto in condizioni disumane.
Varcando le porte del penitenziario in cui è stato rinchiuso la prima volta, è stata la denuncia del familiare durante la conferenza stampa “ho visto persone al limite della sopravvivenza, colpite da scabbia, come mio fratello”.
Per la decisione della Corte suprema, è stato l’amaro commento della sorella Romina “potrebbero volerci dai 3 mesi ai due anni”. Un dramma, viste le condizioni in cui è detenuto Denis.
A nulla è valsa, finora, la pressione diplomatica esercitata dall’Italia. Unica nota positiva, in un contesto drammatico, è che dal 2009 in Thailandia vige una moratoria sulle esecuzioni capitali. E’ dunque probabile che la sentenza venga commutata d’ufficio in ergastolo.
Ma anche il carcere a vita in prigioni come quelle thailandesi equivale a una sentenza a morte.
Ed è per questo che bisogna fare presto, quanto meno chiedendo che Cavatassi sconti l’eventuale pena confermata in Italia.
Prima che sia troppo tardi.

 

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