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Il direttore del Museo di Auschwitz a Milano. Nel suo libro la testimonianza di chi lavora tutti i giorni nel luogo simbolo della Shoa

 

Martedì scorso, al Memoriale della Shoah di Milano, Piotr M.A. Cywiński, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau, ha presentato “Non c’è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz”, Edito da Bollani Boringhieri. L’evento, organizzato in collaborazione con il Memoriale milanese e il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, ha visto Cywiński dialogare con Helena Janeczek, Gadi Luzzatto Voghera e Carlo Greppi, traduttore e curatore del volume.
Il volume offre due chiavi di lettura diverse della Shoah, che qui non viene raccontata semplicemente con i numeri , con l’esperienza dei sopravvissuti o con l’avvallo dei documenti. Cywiński parla di Auschwitz dal punto di vista di chi ci lavora ogni giorno e racconta la generazione dei ‘figli del Giorno della Memoria’, ovvero quelle migliaia di giovani che grazie ai Treni della Memoria hanno visitato e continuano a visitare quel che resta campo di concentramento.
“Siamo di fronte a un grido di dolore e a una dichiarazione di inadeguatezza” commenta in apertura lo storico Carlo Greppi, che con instancabile passione ,attraverso i suoi libri e le sue collaborazioni con Rai Storia, s’impegna a fare cultura sul tema e si sente parte di quella generazione di giovani che dagli anni Novanta visita il sito, anche con il contributo dell’associazione Deina . “Considero questo volume una guida in grado di tenere insieme la testa e il cuore” ha aggiunto. Ed è stato infatti proprio Greppi a segnalare il volume alla Bollani Boringhieri per la pubblicazione in Italia.

Cywiński racconta innanzitutto come è arrivato a dirigere il Museo Memoriale: “In realtà dopo gli studi umanistici io, figlio di attivisti anticomunisti polacchi, non avevo nessuna intenzione di occuparmi del Novecento, che era ‘ingombrante’ nella mia vita soprattutto per la mia storia familiare. Mi ero rifugiato nel X secolo ma almeno non correvo il rischio di incappare in negazionisti!”. Poi l’autore prosegue raccontando la telefonata del professor Bartoszewski che lo coinvolse nel Consiglio Internazionale di Auschwitz, in quanto membro dell’Associazione degli Intellettuali Cattolici. “In quel periodo iniziai a leggere tantissimi libri e saggi sulla materia e man mano che continuavo nelle miei letture più credevo di trovare delle risposte più esse si allontanavano, e con esse la comprensione globale del tema. Io non volevo diventare il direttore del Museo Memoriale di Auschwitz ma al pensionamento del mio predecessore , il professore Bartoszewski e l’ex direttore fecero molta pressione per farmi accettare il ruolo e alla fine cedetti”.
Nel volume emerge il vissuto di chi ad Auschwitz non ci va poche volte nella vita, ma tutti i giorni, in quel luogo che “presenta mille facce, che non è un cimitero e al tempo stesso è sia religioso che ateo; con un modo di essere fruito che cambia in base al background del visitatore. Infatti di fronte ad uno dei simboli più crudi della storia contemporanea la reazione di un nordeuropeo non è la stessa di un europeo mediterraneo. Lo si legge dai volti, come quelli degli studenti che entrano allegri nel memoriale e ne escono letteralmente sconvolti”.

Non manca, un’amara riflessione che diventa un appello per i giorni nostri: “Facciamo attenzione ad avere un atteggiamento inquisitorio nel giudicare persone e tempi sempre più distinti. Stando ad Auschwitz giudichiamo molto di più di una specifica generazione, giudichiamo l’umanità. E anche oggi viviamo in un mondo in cui intere famiglie vengono assassinate, muoiono di fame e di sete, e sono sfruttate oltre ogni capacità di resistenza umana. Sappiamo dove e in quali circostanze questo accade… Sappiamo così tanto e possiamo fare così tanto. Abbiamo accesso a un network globale di informazione e comunicazione. Praticamente nulla ci minaccia. E nel frattempo non facciamo praticamente nulla. È più facile pensare: non è così semplice… cosa posso fare io in prima persona? La responsabilità è dell’Onu, del G8, dell’Unione Europea, ma certo non mia! Se durante la Shoah i Giusti tra le Nazioni (i non eberei che salvarono gli ebrei) avessero pensato come voi e io stiamo facendo oggi, nessuno sarebbe sopravvissuto”.

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