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Considerazioni Eretiche sulla Democrazia

 

Due sere fa Lilli Gruber, nel suo Otto e Mezzo, ha commentato a Massimo Cacciari, il quale aveva suggerito come proposta concreta l’introduzione di una patrimoniale specificamente rivolta all’attenuazione del debito pubblico, che sarebbe impensabile l’attuazione solerte di un simile provvedimento, a maggior ragione con le elezioni nazionali che s’avvicinano. Il Filosofo ha prontamente sentenziato che non solo è drammatico, ma anche pericoloso che una tale motivazione possa essere addotta verosimilmente come ragione per l’irrealizzabilità della sua proposta, oltre al fatto, altrettanto pericoloso, che i cittadini in fondo comprendano la ragionevolezza di una tale giustificazione. Insomma: non è una buona ragione, ma è una ragione. Chiudendo la questione, Cacciari ha aggiunto che in casi come questo la democrazia manifesta la propria incapacità di far fronte alle problematiche contingenti, politiche o epocali, che la contemporaneità presenta.

Nella fattispecie, l’inadeguatezza della democrazia si palesa nell’avere a disposizione degli interventi concreti dagli esiti economici (almeno locali) pressoché certi e nel non poterli attuare per ragioni di opinione pubblica. Ora, la difesa delle democrazie occidentali è diventato di recente un cavallo di battaglia di militanti ed opinionisti d’ogni levatura politica a partire dalla manifestazione delle istanze totalitarie del sedicente ‘Stato Islamico’ e dagli avvenimenti ad esso collegati. Eppure, questa apologia della democrazia contro esperienze dispotiche che non vorremmo mai più subire confligge strutturalmente con le possibilità reali di intervento politico delle democrazie che sembravano essere irrimediabilmente additate prima delle tragedie sotto l’insegna dell’Isis. Proprio in quanto reazione, l’elogio delle democrazie occidentali è insorto come modello archetipico in opposizione ad un altro altrettanto simbolico, appunto quello dello Stato Islamico. Ma un’apologia che sorga come pura reazione di eventi è inevitabilmente irrazionale, nel senso che non è mossa dalla spontanea attività critica che una questione come la preferibilità delle forme governative sempre esigerebbe.

Allora, anziché concepire pregiudizialmente le democrazie come l’acme della civiltà, è innanzitutto fondamentale porsi con atteggiamento analitico rispetto a cosa questa democrazia, la nostra, sia oggi fattualmente divenuta e, insieme, all’opinione dei cittadini che la costituiscono. In riferimento a questa seconda, la profonda disillusione, il disattaccamento alla questione politica in generale e la diffusa sfiducia nei confronti della classe dirigente sono uno dei fenomeni più spiccatamente evidenti e dilaganti nei cittadini della maggior parte degli stati europei e, dal nostro piccolo, dell’Italia in particolare. Riguardo alla prima, è giusto riconoscere che la democrazia ha indubbiamente rappresentato un significativo passo avanti per le condizioni politico-sociali dei paesi occidentali nel primo dopoguerra e negli anni a venire. I decenni dell’affermazione dei diritti individuali, dei referendum come esercizio della democrazia diretta, della costituzione dello Stato come Stato Sociale sono tutti cardini dai quali gli stati occidentali non possono e non debbono pensare di ritrarsi. Cionondimeno, il fatto che il loro riconoscimento sia avvenuto in tempi democratici non significa affatto che la democrazia conduca intrinsecamente ad un positivo riconoscimento di diritti, né tantomeno, che essa sappia concretamente fungere da rappresentanza simbolica di maggioranze e minoranze.

È infatti altrettanto doveroso riconoscere che, accanto a questi apparenti progressi d’umanesimo, le democrazie hanno significato e significano tuttora anche la deriva compiutamente nichilistica come cultura forte dei loro cittadini, il terreno fertile per l’affermazione del capitalismo come modo di produzione globale, il primato incontestato dei poteri economici su quelli politici, l’incapacità degli Stati, pur Sociali, di garantire sussidi a tutti i gruppi, ormai non più minoritari (immigrati, clandestini, senzatetto, disoccupati, prostitute, lavoratori sottopagati ed infiniti altri) che oggi disperatamente ne invocano la necessità, e, soprattutto, l’assoluta incapacità di far fronte in quanto forme di governo, nazionalmente od internazionalmente strutturate, alle inedite problematiche, politiche o sociali, locali o globali, che insistentemente il mondo contemporaneo ci para davanti.

La considerazione eretica sulla democrazia è, in fondo, la più realistica che si possa rivolgerle: la democrazia è solo un modo possibile di forma di governo ed essa non detiene alcun primato intrinseco sulle altre in quanto tale. La pubblica felicità, come dicevano gli illuministi, è il fine di ogni forma di governo, nonché dell’uomo in generale, ed è solo la possibilità della sua realizzazione a conferire valore a quella forma di governo che la prelude. Basti pensare a Platone, il quale riteneva l’aristocrazia come la miglior forma di governo possibile, in quanto governo dei migliori (da aristòn). Non c’è qui nessun elitarismo, nessuna distinzione di classe, ma solo la sana pretesa che la politica sia a pieno titolo una professione e che necessiti pertanto di una formazione pratico-teorica adeguata. L’effetto peggiore della democrazia è esattamente l’inversa rassegnazione alla medietà, sinonimo di mediocrità, dell’impossibilità di un governo di piena competenza, nonché alla lentezza dei suoi processi decisionali, alla faticosità di ogni intervento davvero incisivo. L’effetto peggiore che essa può destare è indurre ad esser concepita come un peso o un ostacolo, prima che come diritto – ed è esattamente l’opinione che a tutt’oggi domina incontrastata.

Allora, che essa non si manifesti come episodico, aggirabile, marginale segno su una scheda elettorale, ma come una vita politica partecipativamente agita. Democrazia significa governo del popolo, ma allora quel popolo deve essere innanzitutto adeguatamente formato alla politica, educato intellettualmente e disponente di capacità critiche ed elaborazioni sintetiche di eventi e discorsi: se il giudizio è semplicemente ricezione passiva ed acritica, il voto che ne segue è l’eco di un’ideologia incarnata in un contenitore umano e l’informazione solo l’esercizio di un potere mediatico su chi non ha gli strumenti intellettuali per difendersi. Impartire ideologie è la più ricorrente delle violenze contemporanee. Senza questi requisiti, la partecipatività diretta, il coinvolgimento e il giudizio critico individuale, la nostra semplicemente non è una democrazia, ma un suo malriuscito abbozzo formale.

Criticare la democrazia non significa, dunque, richiederne l’abolizione, ma innanzitutto pretendere che essa non s’abbandoni al cancro della mediocrità, ma esiga e si compia in una rappresentanza e in un popolo, etimologicamente, ‘aristocratici’. Se democrazia significa governo del popolo, dovremmo cessare di rivendicarla come una nostra nobile abitudine ed adoperarci finalmente e concretamente a costruirla davvero; se democrazia significa governo del popolo, l’uomo non l’ha ancora conosciuta.

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