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Emergency: un’effigie d’umanità nel cuore della disumanità

 

Dopo mesi di premuroso lavoro, Emergency ha fatto sbocciare un fiore nel deserto. Si tratta del Centro chirurgico per vittime di guerra aperto qualche giorno fa a Gernada, in Libia, in seguito alla richiesta d’intervento invocata dal ministero della Sanità del governo di Tobruk quattro mesi fa. Questo lieto ovile nel bel mezzo della brutalità tenterà di garantire assistenza ai feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna, tra milizie dell’Isis e forze governative.

Secondo l’Oms, infatti, sarebbero circa 20.000 i feriti in Libia negli ultimi mesi e la guerra, scoppiata nel paese quattro anni fa, ha danneggiato significativamente il sistema sanitario nazionale, le cui risorse e personale sono carenti per fornire cure specialistiche, così come quelle di prima necessità per le fasce della popolazione maggiormente vulnerabili, come vecchi e bambini.

L’inizio del conflitto ha reso le condizioni di sicurezza così precarie da svuotare i centri d’assistenza, o per la fuga spontanea del personale straniero o per l’esautorazione dagli incarichi di quello locale. Se a ciò si aggiungono la riduzione dell’esportazione di petrolio ed il crollo del sistema finanziario, è evidente come la sanità abbia subito anche sul piano economico una drastica riduzione dei fondi.

Una situazione così prossima al baratro ha reso necessaria la richiesta di soccorso al governo di Tobruk lo scorso giugno, il quale ha messo a disposizione di Emergency una struttura ospedaliera nel villaggio di Gernada, a circa 70 km da Derna e 150 km da Bengasi. A lavorare nell’ospedale, modernizzato e provvisto di sue sale operatorie, una sala X-ray, una terapia intensiva, il pronto soccorso e 18 posti letto per il ricovero dei feriti, sono dodici cooperanti internazionali, di cui nove italiani, due serbi ed uno inglese. Ad essi si aggiungono altri sessantacinque libici, fra medici e infermieri. Oltre a curare le vittime belliche, lo staff di Emergency si occuperà della formazione del personale locale e dell’organizzazione delle attività fino all’autonomia operativa locale.

Il ruolo internazionale di Emergency, già confermatosi in Libia nel 2011 con l’invio di due team di chirurgia di guerra a supporto dell’ospedale Hikmat e allo Zarrol Field Hospital di Misurata, allora sotto assedio, si mantiene coerentemente neutrale da un punto di vista politico: l’associazione di Gino Strada aveva avviato, infatti, contatti sia con le autorità di Zintane che di Misurata per fornire ad entrambe le scorte di medicinali da loro richieste. Un contributo umano su base complessivamente volontaria che tenta di far fronte alle mancanze di interventi da parte delle comunità internazionali, le quali, come dichiarano alcuni cooperanti di Emergency, sono assolutamente scarse ed insufficienti. Nel cuore della barbarie, se non un barlume di speranza, affiora quantomeno la nobile impresa della solidarietà, quella che antepone a qualsiasi schieramento, a qualsiasi umano errore l’umanità stessa del suo soggetto; quella che riconosce, come diceva Vecchioni, “che al di là del torto o la ragione, contano soltanto le persone” – e non c’è modo più esplicito di testimoniarlo che prendendosene cura.

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