Sei qui:  / Parrhesia / Homo Dicens. Narrare il Ritmo della Verità

Homo Dicens. Narrare il Ritmo della Verità

 

Ogni qualvolta l’essere umano intraprende una genealogia verso gli albori di se stesso, per ricostruire la narrazione del proprio sangue, lo fa inevitabilmente accostandosi alle tracce presenti cosparse dal tempo. La storia è un sapere giovane, interpretativamente revisivo e, soprattutto, vincolato stringentemente all’irremovibilità dei segni antichi che riesce a rintracciare; ebbene, la nostra verità, così come quella storica, non può generarsi se non in riferimento al segno. Eppure, se la storia è lettura di una scrittura, quella delle umane incisioni nel mondo, resta aperto il varco di tutto ciò che antecede la scrittura, tutto ciò che l’uomo è stato senza lasciarne traccia; a mancare, in altre parole, è la verità dell’uomo non scrivente, l’uomo orale.

Nel mondo dell’oralità, la verità non è altro dal semplice “dire la verità”. Se un evento si è prodotto o un ente esiste, dirne la verità non consiste che nell’adattamento delle parole alla semplicità intuitiva dell’esperienza. È pur vero che questa definizione rende la questione così univoca da rendere inopportuno lo stesso impiego del termine verità, giacché essa si rivela qui come una sostanziale tautologica e sembra dire che, ovviamente, tutto ciò di cui si fa esperienza è vero, senza inganno alcuno, senza che si avverta l’esigenza di porre il problema di una verità.

Un aspetto di questo passaggio resta però inevaso, ovvero le implicazioni modali dell’introduzione del linguaggio. È proprio nel momento in cui il linguaggio indica l’ente o l’evento che, implicitamente, esso può dire la verità, ma può anche non dirla. Così, come Eraclito insegna, ogni unità è sempre parte di un’endiadi, la verità non può generarsi se non insieme alla menzogna.

Vi è, dunque, una necessaria e costante co-implicazione delle due nozioni, nella misura in cui, come da Platone, non si può mentire se non conoscendo la verità, come faceva strumentalmente Ulisse, e non si può fare appello ad un discorso vero senza sottointendervi che il suo riferimento non sia autoevidente.

Questa elementare determinazione della verità e, con essa, dei concetti che in generale possono indossarne la forma predefinisce un’impossibilità strutturale di un’evoluzione e conservazione dei saperi. Ogni calcolo od enciclopedia, ogni biografia, matematica e, di conseguenza, tecnica, ogni filosofia, proprietà privata ed ogni fuggevole pensiero notturno non avrebbero cittadinanza alcuna, se non accomodandosi in una verità tramandata scritturalmente, priva della base intuitiva dell’oralità e della sua verità ingenua. Com’è possibile, dunque, nel mondo dell’oralità conservare la verità, tenerla viva oltre le violenze logoranti del tempo? Solo scrivendola nell’anima.

Scrivere la verità nella musica è la modalità tradizionalmente orale di trasmissione di un’eredità del pensiero. Così come non si ricordano le parole di una canzone se non cantandola, è nel ritmo, nella ripetizione cantilenante, nell’educazione della memoria attraverso il mito che è possibile dire ancora e ancora una verità conquistata e preservarla nel tempo. Questa verità non è metafisica, ma profondamente civile: essa riguarda gli usi, i costumi, il diritto, gli dei, le discendenze ed ogni veste concettuale che non voglia essere concessa allo stupro anarchico del divenire.

Il mito è il verboso affetto degli interrogativi esistenziali impliciti al vivere conscio; esso narra chi sia l’uomo, da dove egli venga, perché brancichi in questo mondo. Il mito scandisce la ripetizione fra l’identità del concetto e l’improvvisazione formale dell’aedo, un’autistica ritualità che orienta la vita, rende la ripetizione simultaneamente uguale e diversa. Il cambiamento, il sangue dell’esistente, è tessuto nella ripetizione, nella festa, nella mietitura, nella ciclicità. Le verità scritte nell’uomo sono una danza che celebra l’eterno ritorno, la rappresentazione, il sacrificio, che è esso stesso ritmico e musicale. Questa pantomima esistenziale dona senso, ricorda il senso ad una vita altrimenti mietuta dall’indifferenza del mondo.

Ma il tempo strattona presto le conquiste e stenta a trattenere la fatica di ogni ormeggio; così l’uomo che ha raccolto la verità nel linguaggio, dimentica presto ciò che voleva ricordare. Il ricordo e la ripetizione si ammantano di un principio di autorità che sembra farli tornare ad irradiare quella verità semplice dell’ente, quell’autoevidenza immediata che, nell’indubitabilità, non aveva ragione di esser detta vera o falsa.

Infatti, nel mondo dell’oralità non si ascolta criticando; il momento della parola orale è quello dell’immedesimazione, della conduzione dall’altro, nell’altro. La consuetudine, che non conosce alternativa al proprio passato, rende l’uomo orale patico, non critico; qui, ciò che è antico è vero, e lo è nello stesso modo in cui toccare una superficie levigata è vero, così come le mani ruvide di un padre od il torvo volto accogliente di Dio non possono essere un inganno.

Per quel che fa, l’uomo dell’oralità non sa dare ragioni, e forse non ne avverte l’esigenza, perché la verità è già scritta nell’anima. Così il mondo dell’oralità, dalla propria ingenua purezza, si rivela una struttura fondamentalmente conservatrice, incapace di comprendere il virgulto del cambiamento e stritolante nella violenza di un modello, nella lieve prigionia della legge; la sola, forse, in grado di fornire senso in terra. L’autorevolezza della tradizione non conosce le esigenze che, da Socrate in poi, contraddistingueranno buona parte del gesto filosofico occidentale, ovvero la pretesa incondizionata di ragioni, un approdo al naufragio generato da ogni “perché?”.

A soppiantare l’ereditarietà tetragona dell’oralità sarà l’avvento sibilante dalla scrittura, che da puro espediente di contabilità sovvertirà la stessa nozione di verità orale, sottraendola dalla trasmissione al riferimento scritto.

Questa bipartizione della verità in due mondi merita, tuttavia, una più esplicita scansione cronologica, così da osservare come, benché la forma scritturale abbia un’ascendenza eversiva in grado di scardinare i rimasugli d’eternità orali, essa occupa un ruolo storico ampiamente minoritario. In particolare, le più embrionali tracce scritturali, nella più indulgente delle letture, si sviluppano non prima dell’età neolitica, quindi non prima di 15.000 anni fa all’incirca; un tempo irrisorio nella storia dell’uomo, considerando gli almeno 70.000 anni alle spalle dell’homo sapiens sapiens, senza citare tutti le specie precedenti, aventi tutte forme comunicative e funzioni religiose o civili, di oltre 100.000 anni ciascuna.

Dell’accidente nomade che è la scrittura rispetto alla ritmica rigidità dell’oralità è, infine, necessario riconoscere che tale separazione è tutt’altro che netta, benché diversi momenti storici evidenzino con chiarezza il primato dell’una sull’altra. Vi è, infatti, un’inevitabile co-implicazione dei due mondi, un chiasmo che li anima costantemente. Così noi possiamo parlare dell’oralità solo risalendovi per tracce scritte, così come l’uomo dell’oralità è per definizione un vivente che lascia segni nel mondo; ma anche il nostro cosmo normato dalla scrittura ha infiniti residui d’oralità: dalla proclamazione pubblica di dottorandi o matrimoni, alla base fiduciaria di una promessa, all’ormai spenta verità di una preghiera, fino all’inesauribile titanismo della dialettica.

E, parlando di tutto questo, siamo già stritolati in uno dei due mondi. Ogni presente riferimento mendica l’approvazione di una qualsiasi forma di trascrizione della verità, ogni attuale configurazione del sapere è prole del suo tempo ed orfana di verità, così ardimentosa da indicare l’eternità, così fragile da non poter osservarsi con gli occhi del proprio predicato. Scrivendola o proferendola, viviamo nelle rughe di una verità storpia, partorita con l’indice più lungo del proprio sguardo; ogni umano segno è smentito dall’atto stesso della sua incisione.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE