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Il Colore del Denaro (V) – Il Mercato agli occhi della Nottola di Minerva

 

Con questo articolo si conclude l’analisi delle premesse dell’economia liberale. Prima di dedicare un approfondimento più critico agli esiti ingiustificabilmente disgreganti, corrosivi e contraddittori della pratica monetaria, ci accingiamo ad abbozzare quello che potremmo definire “il senso del mercato”, sia nell’ordine di una sua legittimazione storica, sia in una considerazione più estesamente morale.

L’istanza fondamentale sottesa al significato del mercato è la sua autopoiesi, ovvero una generazione spontanea richiedente come premesse solo un’accumulazione originaria, la divisione del lavoro e lo scambio, tutti tratti inerenti alla vita umana associata, tanto più se gli individui sono ortodossi homines œconomici. Questi, infatti, agiscono secondo una costante ed ordinata attribuzione di valore, si appropriano di ciò che li circonda e ripartiscono le reciproche mansioni per massimizzare la qualità di ciascuna occupazione, per poi commerciarne i prodotti finiti. Se il valore quantitativo emerge nell’inevitabilità dello scambio, il prezzo non è semplicemente una stima astratta delle circostanze, ma diviene un indice reale quanto il bene stesso. Mentre la moneta è il supporto segnico, il prezzo è il linguaggio del mercato, capace di razionare l’offerta e contenere l’eccesso di domanda, per poi allocare più efficientemente i beni, oltre ad essere il parametro descrittivo più accurato, veicolabile e comprensibile nella graduale espansione della Società Aperta.

Benché la moneta sia un seducente mezzo con naturali tendenze espansive ed inglobanti, è necessario conservare la memoria della sua natura di istituzione sociale, il cui valore, dunque, non può essere deformato eccessivamente. Per questo gli odierni esponenti del monetarismo come Milton Friedman, incompatibili con le misure d’intervento pubblico di Keynes, sono ostili a tutti i processi di flessione del valore del denaro, soprattutto se inflattivi: lo scambio, infatti, si regge su base fiduciaria e, qualora questa cessasse, la svalutazione della moneta sarebbe immediata.

Nel momento in cui il valore monetario è, platonicamente, più reale delle cose stesse, non si capisce perché non si debbano tutelare legalmente in forma di contratto ogni veicolazione o scambio che gli individui, nel mutuo vantaggio, spontaneamente conducono. In questo modo la flessibilità contrattuale a tempo determinato potrebbe assecondare ogni proficuo vezzo che porti al contatto datori di lavoro e fieri imprenditori di se stessi, altro che sfruttatori e proletari. Un rinforzo istituzionale della naturalezza delle transazioni non sarebbe sostenibile se il mercato fosse un’anarchica sciarada del sopruso contrattuale; al contrario, esso dev’essere governato da leggi ben definite e dalle chiare implicazioni morali. Ovviamente, non tutti i casi reali si attengono fedelmente ai principi che li generano; ciononostante, se il grado di approssimazione lo consente, la realtà non è comunque un’aberrazione della rettitudine. I principi cui si fa riferimento dispongono le condizioni del “mercato perfetto”, ove regnano la concorrenza perfetta e la confortevolezza dell’economia del benessere.

Le condizioni di concorrenza perfetta richiedono che tutti i transattori siano massimizzatori razionali, homines œconomici nell’accezione più generica; che ogni transazione sia condotta senza esternalità ed indipendentemente da ogni altra; che nessun agente possa determinare da solo i prezzi, dunque la concorrenza è sempre più auspicabile del monopolio; che, infine, ogni agente sia esaurientemente informato su prezzi e prodotti sul mercato, evitando, così, che gli scambi siano frutto del caso.

Nell’agio di questo idillio monetario, i transattori tendono istintivamente ad esaurire la totalità degli scambi vantaggiosi fino ad arrestarsi in una condizione, ovviamente ideale, di immobilità, detta “ottimo paretiano”. Questo primo teorema dell’economia del benessere si associa ai meccanismi, altrettanto vantaggiosi, che evidenziano la sovranità del consumatore. Infatti, essendo l’acquisto il momento del riconoscimento del valore, i rivenditori, in condizioni di concorrenza perfetta, tenderanno ad una compromissoria compressione dei costi, al conseguente contenimento del proprio tasso di profitto, oltre alla costante innovazione della produzione. Tutto ciò fa sì che, indipendentemente dalla distribuzione iniziale di risorse, il processo allocativo di beni conservi la propria naturale efficienza.

Forse questo scenario premurosamente confortevole non rispecchia la brutale disuguaglianza a cui la quotidianità abitua i nostri occhi? Se così è, non dipende certo da un’imperfezione del mercato. La presunta ingiustizia nella distribuzione della ricchezza nel sistema capitalistico è, in realtà, il riflesso dell’oggettività della sua modalità di valutazione.La meritocrazia che tale sistema sottende non considera il valore soggettivo dell’interesse o della dedizione, ma la reale utilità dei prodotti finiti e il benessere effettivo che essi, attraverso l’acquisto, testimoniano di apportare. La corrispondenza della domanda e del valore reale di un bene e la ricompensa proporzionale al contributo produttivo rendono possibile per chiunque effigiare le leggi di mercato nei propri gesti ed arricchirsi senza rischio di biasimo. Anche qualora l’imprevedibilità del caso esistesse, essa non avrebbe alcun effetto decisivo.

In ultimo, assunte l’esattezza valutativa del denaro e l’imperturbabile giustificazione morale di mercato e ricchezze, è inevitabile che quest’ordinamento sfondi nello spazio della decisione politica. Innanzitutto, la retta efficienza dell’allocazione dei beni nel sistema di mercato rende ogni intervento politico di redistribuzione un tradimento della giustizia di mercato, un’iniziativa illecita e priva di legittimità. Inoltre, l’effettiva libertà democratica che un sistema politico consente è terribilmente approssimativa. Il contatto fra cittadini e rappresentanti politici, infatti, avviene solo nelle rare occorrenze di elezioni e referendum, che, peraltro, propongono una preferenza non ponderata su blocchi rigidi predeterminati senza alcun appello ai votanti.

Al contrario, risolvere le fatiche politiche in transazioni implicanti l’influenza determinante degli agenti e la mutua volontarietà sembrerebbe molto più vicino alle esigenze di ciascuno. D’altra parte, nei casi eccezionali di impossibilità di scambio, si potrebbe ricorrere ad una comune analisi costi-benefici, ovvero sondare quanto la gente sarebbe disposta a pagare per veder realizzata una certa opera o per ottenere un certo servizio. Così sarebbe possibile comparare interventi estremamente differenti, come un miglioramento delle infrastrutture scolastiche e l’apertura di un campo da golf, oltre a soppesare la reale intensità delle preferenze di ciascuno. Al “tot capita, tot sententiae” si sostituisce “one dollar, one vote”; ed ogni voto, come ogni centesimo, è meritato.

“Il lavoratore americano medio gode oggi di amenità per le quali Creso, Crasso, i Medici e Luigi XIV lo avrebbero invidiato”. Così scrive Ludwig von Mises in “Human Action”, ponendo l’attenzione sull’innegabilità del benessere apportato dal progresso parallelo all’ordine di mercato che si sublima in tendenze diffusive, secondo cui la ricchezza accumulata nelle alte sfere tenderebbe a “colare di sotto” (trickle down) in un globale processo di crescita, “l’alta marea che solleva tutte le barche”.

Ebbene, dalle questioni finora sollevate dovrebbe svettare limpidamente il senso etico di cui il mercato si fregia. Ordine spontaneo governato da leggi profondamente morali, esso è l’organismo che asseconda la proiettività dell’essere umano, la sua vita per l’azione cosparsa di bisogni storici e di vezzi perpetui. Il mercato eternamente rinnovantesi non è semplice mezzo, ma si eleva all’altezza dei fini, in quanto esso stesso è scopritore di finalità che l’uomo aveva celate a sé medesimo. Il punto definitivo è che il mercato non è una burla della sorte o un imperdonabile errore della nostra Storia, giacché è esso stesso la cellula generatrice della Storia. In qualsiasi degli infiniti mondi possibili e successivamente a qualsiasi apocalittica destituzione, le membra del mercato ricominceranno a pulsare e, come una fenice, le sue ceneri ne saranno la culla della rinascita.

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