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Il Colore del Denaro (I) – Lineamenti di un Homo Œconomicus

 

Con questo scritto si avvia una serie di ricorrenze volte a descrivere, argomentare e decostruire un quadro di realtà a tutti fatalmente noto quanto intimamente sconosciuto: l’economia, la pratica monetaria e le tesi liberali che ne stanno a fondamento.

L’economia, benché vi siano numerosi e timidi antecedenti storici, è una scienza relativamente giovane, germogliata con rigore a partire dalla teorizzazione liberale e liberista. Questi due termini indicano rispettivamente l’insindacabile autodeterminazione socio-politica dell’individuo e la libera iniziativa concorrenziale su uno sfondo di libertà di commercio. I significati non sono strettamente coincidenti, ciononostante essi hanno una ricorrente compatibilità e si orientano, anzi, reciprocamente nell’edificare la critica della modernità al “Leviatano”, ovvero lo Stato.

La disciplina economica non ha voluto nascere nell’alveo delle scienze umane, bensì costituirsi come scienza esatta. A partire da questa collocazione che la distacca dalla volubilità dagli studi vincolati all’uomo, l’economia è stata assunta come parametro descrittivo della realtà in modo sempre più vasto ed ha ottenuto crescenti prestigio, rigore e soprattutto fiducia, nella misura in cui la pratica monetaria ha letteralmente invaso ogni spazio delle relazioni e si è imposta come metro esclusivo della misura di valore.

 

Non foss’altro che l’economia ha necessariamente per soggetti d’analisi gli uomini, altalenanti ed imprevedibili come per ogni altro dominio. Per poter sopperire alle umane inesattezze, sono stati teorizzati nel corso dei secoli i lineamenti di un’antropologia, il cuore pulsante del discorso scientifico dell’economia, che tenti di fornire delle invariabili formali della decisione umana indipendentemente dai luoghi, dal tempo e dalle risorse disponibili. Il surrogato dell’umanità nato da tale speculazione è noto agli economisti come homo œconomicus.

Prima di descrivere le linee generali di quest’omuncolo, è necessario chiarire la concezione economica di qualcosa di apparentemente trascendente come il valore. La teoria del valore di stampo liberale assume che l’uomo, fin dall’orgine, non si approcci al mondo indifferentemente, ma sia sempre sospinto ad un giudizio di valore che ne orienta ogni azione. Tale giudizio è necessariamente soggettivo, ma, proprio in quanto originante la relazione col mondo, legittima a considerare ogni azione come uno scambio che sceglie fra uno stato di cose presenti ed uno che va costituendosi.

Secondo questa prospettiva, ogni azione è in qualche modo vincolata ad un’egoistica stima del rapporto di costi e benefici; questi coinvolgono gli agenti anche per quanto riguarda i loro sentimenti, che, benché non siano quantitativamente misurabili, sono sempre commensurabili e non lasciano mai in uno stato di indifferenza; tant’è che si agisce sempre e l’inazione stessa è una scelta. Così un ominide ai bordi di un fiume impetuoso sceglie di rinunciare a procurarsi il cibo che si trova dall’altra sponda, poiché rischiare la vita ha un costo sempre superiore all’eventuale godimento procurato da qualsivoglia pietanza.

Conseguentemente, possiamo dichiarare che ogni azione è una transazione. Inoltre, se ogni azione viene condotta solo in condizioni di profitto che ne ecceda il costo d’investimento, ogni azione è benefica e tante più (trans)azioni si compiono tanto più aumenta il benessere dei transattori partecipantivi. Questo vincolo condizionale dell’azione, detto surplus del consumatore, continuerà fino ad uno stato ideale di “mercato perfetto”, ove la distribuzione di beni e risorse sarà immutabile perché il massimo del benessere possibile sarà stato raggiunto.

In questo scenario, l’analisi microeconomica sospende ogni tipo di determinazione sovraindividuale che, complicando una psicologia strutturalmente semplice, renderebbe incomprensibile ciò che dev’esser compreso. Clan, tribù, famiglie e stati hanno un’influenza effettiva minima e, in ultima analisi, tutti questi sono riconducibili alle singolarità indipendenti che li costituiscono.

Questi soggetti irriducibili, inoltre, professano intransigentemente una l’individualismo metodologico. Essi, ovvero, agiscono sempre come soggetti razionali indipendenti ed in ogni loro azione perseguono il massimo profitto possibile. Scontato, quindi, come anche ogni forma di altruismo risponda in realtà di un’esclusiva logica utilitaristica: anche Gandhi, in fondo, desiderava la pace nel mondo perché per lui e sarebbe stato un piacere.

Questo radicamento soggettivo è computato nella cosiddetta teoria del comportamento del consumatore, costituita da quattro assiomi fondamentali. Questi prevedono che ogni soggetto: sia completamente informato sulle condizioni dello scambio, altrimenti potrebbe compiere azioni irrazionali solo per ignoranza; preferisca sempre un’eccedenza di beni, anche inutili, in quanto il loro implicito valore di scambio li rende sempre auspicabili oltre la stretta necessità; valuti soggettivamente i beni secondo una coerenza transitiva (ovvero, se A è considerato di maggior valore di B e B di C, A dev’essere considerato di maggior valore di C; in caso contrario, non esisterebbe progresso o ciascun soggetto sarebbe impoveribile all’infinito rivendendogli gli stessi prodotti); propenda, infine, per una diversificazione dei propri beni, che, quando accessibili eccedentemente, tenderebbero ad essere monetarizzati o scambiati.

Nella “Grande Società” anche gesti spontanei come un rimprovero od un ringraziamento rispondono ai suddetti principi, perché un’approvazione appaga e quando è ricorrente perde il proprio valore, ma è sempre meglio ottenerne che non riceverne alcuna. E, in fondo, se diamo valore ad un’approvazione è perché abbiamo un’informazione esaustiva del soggetto che la emana e questo giudizio è transitivo. Così lo scambio non si limiterà ai beni, ma anche informazioni, parole, scienza ed arte saranno oggetti noti ad un generalizzato scambio sociale.

Questa accurata antropologia utilitaristica, indubbiamente adatta anche alle tipicità pre-monetarie come il baratto, si mostra capace di calcolare precisamente la totalità dei desideri, così come ogni reale inclinazione all’intervento o alla rinuncia; da queste premesse lo sguardo liberale e liberista è incline a porsi come la dimensione sociale onnicomprensiva più adeguata e preferibile, in quanto democratica, esaltante la libertà degli agenti, il loro profitto e, conseguentemente, il loro benessere.

A questo si contrappone la politica, che, nella coercitiva prescrizione dall’alto, è un pilastro descrittivamente vago, inadeguato alle singolarità ed incapace di autocorreggersi significativamente come le premure di mercato sanno fare.

Se questo attento abbozzo riflette l’intima realtà dei nostri comportamenti, se l’homo œconomicus è un mostricciattolo che non appare eccessivamente implausibile, significa che la pratica monetaria e la corrispettiva concettualità economica hanno assunto profondità e capillarità tali da farci riconoscere complessivamente nelle tendenze che esse generano.

Tuttavia, indipendentemente dal nostro riconoscimento, il modello qui delineato è la realtà con cui gli economisti si confrontano costantemente per la produzione di beni, l’intercettazione della domanda e per tutto il corollario virtuale che alberga nelle nostre vite.

Dalla semplicità di un gioco incentivante, ecco come un mondo arriva a deformarsi fino ad assumere caratteri mostruosi, eppure a tutti noi consueti. Così, quando una selva non è più un tema poetico ma un bacino di risorse lignee, davvero il mondo ha perso la propria rigogliosa immediatezza e si è prostituito ad uno sguardo sub specie œconomica, l’unico che verosimilmente oggi l’uomo sembra in grado di concepire.

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