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Vola solo chi osa…

 

Vola solo chi osa farlo” è un fiducioso, ma commovente lascito della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, secondo un’immagine della crescita che tenta di conferire valore al timoroso ardimento di ciascuno, alla capacità di osare fino al premio del volo; l’esser visibile a sé e agli altri ed assistere con fierezza al proprio nido che si estende al mondo. Eppure questa dolce emersione è un traguardo mai raggiunto, che segue una traversata tutt’altro che priva di intralci…

Il primo scoglio è il passaggio alla vita stessa: la nascita, in quanto introduzione al mondo nell’esser gettati nella notte, è il culmine iniziale del trauma. Dal tepore dell’utero all’estraneità di mani, odori e colori che non appartengono: venire al mondo è il sommo confronto con l’estraneità. Educare, che etimologicamente sta per “condurre”, significa infatti saper accompagnare questo innocente straniero del mondo oltre tale stato di inadeguatezza e di inadattabile impotenza, fino all’acquisizione di strumenti per vivere lo strano ordinamento della diversità.

Ciò non significherà poterla flettere come fosse un giocattolo, ma saper sostenere la tensione rispetto al mondo, così che l’esito non sia necessariamente il soccombere del sé. D’altra parte, nascere non significa accedere ad uno scenario inodore ed incolore, in cui il proprio linguaggio è quello dell’autoreferenza, bensì in uno già oggettivato di connotazioni, identità e significati a cui progressivamente adattarsi. Educare, dunque, è il cammino estrinseco di un processo già naturale, ovvero il plasmarsi del sé nell’incontro con i significati invisibili e silenziosi del mondo.

Che esperienza critica può, allora, rappresentare il rinnovato contesto dell’adolescenza, quando al mondo si è ormai adusi da oltre una decina d’anni? Adolescenza, ancora secondo etimo, significa “acquisire il proprio odore”; adolescenza vuol dire definirsi e la de-finizione è sempre una morte. Infatti, definire un sé significa disegnare un limite che contenga tutta l’essenza dell’identità, e porre un limite significa recintare uno spazio da ciò che gli è esterno; dire sé significa, pertanto, stabilire ciò che il sé non è.

Questo passaggio aiuta a comprendere come l’adolescenza sia una figura traumatica in quanto prima esperienza di una morte: la morte del sé precostituito. Esisteva un tempo in cui ci si poteva improvvisare soldati, saltimbanchi o astronauti, ma ora non sarà più la propria fanciullesca inclinazione a definire il sé, quanto il suo prodotto effettivo giudicato dalla comunità; d’altra parte, divenir maturo significherà esattamente questo essere riconosciuto come soggetto capace di giudizio. Insomma, d’ora in poi la propria autonomia si sottopone consapevolmente all’esser nominata dall’Altro, senza possibilità di riscatto.

Crescere si pone, allora, fino all’ultima de-finizione nella senilità, come immersione nel trauma, sua elaborazione sintetica e superamento. Vivere è questo graduale avanzamento di autocoscienza nell’infinita ricorrenza della coscienza infelice, riflessa nell’infantile esperienza di non essere i soli demiurghi del mondo, ma anche  nello sgretolamento mai guarito della propria sensatezza nella pluralità. Crescere significa, nell’adattamento presso il capriccio delle forme della Necessità, divenire sé a partire dalla glabra coscienza dell’origine, acquisire il proprio odore, ovvero l’imputabilità della propria riconoscibilità e, con essa, la propria responsabilità.

È importante ravvisare in tutti i punti di svolta, come l’Altro, dalla pura estraneità al suo incarnarsi in persona, sia la causa necessaria dell’adattamento. Insomma, l’incontro è la sede della trasformazione. E l’incontro può meravigliare, disturbare, complicare, ma non può mai lasciare gli stessi occhi che ha incontrato; ogni scaglia di pelle di una soggettività è il prodotto mimetico, reattivo o compromissorio della gestione dell’incontro. In questa cattività che trattiene insieme all’Altro, la crescita non può che essere un’ingestibile trasformazione accondiscendente all’imprevedibilità fino alla morte.

Potremmo sostenere, in ogni caso, che la crescita non sia affatto una rinuncia, in quanto prima dell’incontro non c’è proprio nulla, se non spazio da riempire. Ma l’esperienza così ricorrente dell’insofferenza traumatica o d’inadeguatezza sembrano suggerire un’ulteriore via; è vero, infatti, che fin dal concepimento nell’utero si è un essere-nel-mondo, ovvero un essere nella relazione e non vi è alternativa d’esistenza possibile. In questi termini, allora, possiamo sostenere che esistere, in quanto costante donare la morte al sé precostituito, è il peccato irredento. La colpa è vivere.

Rispetto a tale andamento singolare, è importante isolare almeno un ruolo responsabile del nostro contesto storico nell’inasprire questa estraniazione di sé nel mondo. L’età contemporanea presenta una debolissima concezione della Storia, ma simultaneamente ne fa avvertire la fatale immodificabilità da parte di chi la vive. Oggi, gli spettri additati come colpevoli delle nostre crisi sublimate abitano nel passato, o, quando nel presente, in luoghi dai quali non possono essere cacciati o scongiurati. La nostra Storia è dannata, ma noi non ce ne riteniamo i peccatori, al contrario le vittime. E, come ogni buona vittima, espiamo l’esistenza professando che, solo per oggi, “bisogna accontentarsi”.

Accontentarsi vuol dire sapere apprezzare anche un piccolo spazio concesso nella comunità, che, essendo predefinito, ha già deciso il ruolo di chi vuole parteciparvi. E questo trono di argilla non consentirà più di improvvisarsi astronauti o musicisti, ma dà certa accoglienza e riconoscimento alla diligenza spregiudicata di un ingegnere, un economista o un medico, e certamente non un umanista od un letterato, perché per questi mancano le definizioni e, soprattutto, i loro prodotti non sono riconoscibili. Al contrario, lo sono quelli dei ruoli specializzati, ove il dannato pensiero calcolatore ha ben suddiviso ruoli e saperi e ha fatto in modo, con meticolosa accortezza, che fra loro non ci sia alcuna comunicazione possibile.

Questa cristallizzazione di ruoli e saperi è una reazione alla precarietà di un’epoca, dove il costo dell’ingresso nella comunità è la rinuncia di se stessi. Oggi più che mai, le catene all’individuazione hanno bisogno di apprendere il coraggio nomade dell’infanzia che, pur nel trauma, rappresenta il momento della massima flessibilità, dell’affermazione scatenata della propria incorruttibile indefinibilità. Credo, d’altronde, che la specializzazione abbia un’invisibile affinità con quest’età neotenica: la superbia localizzata dei saperi tanto mi sembra, infatti, un’ingenua sublimazione del nido, una maschera di prestigio da indossare in pubblico fino alla nausea, ma necessaria ad un riconoscimento che nessuno, per incompetenza, potrà strappare.

Ma l’uomo non è un animale volto a specializzarsi; la sua inclinazione a divertere, a sperimentare, ad eccedere e, appunto, osare, fino ad uscire da sé e non riconoscersi è ciò che lo tiene vivo, consentendogli sempre di evadere quel senso che non può essere trovato in alcunché di trattenibile.

Così, il peso della storia e della de-finizione necessaria, l’insostenibilità della propria abdicazione infinita sono affetti eterni che rendono ancora più toccanti le parole della Gabbianella ed il Gatto, come espressione di candido titanismo che, più che giovanile, è quanto di più propriamente umano esista. Una storia che devitalizza la linfa della giovinezza essiccandola ad amara maturità (anche questa parola, però, mi sembra non abbia definizione univoca…), che professa i prodotti anziché i loro autori, è la storia dell’Occidente. Una cicatrice già nel nome: la terra del tramonto, la terra da cui emigrare in quanto resa terra dove vola solo chi osa tagliarsi le ali.

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