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Carnali utopie

 

Non può esistere lacerazione, migrazione o sublimazione che spogli dal soffocamento eterno delle membra. Ad ogni risveglio, il sole è soltanto un ardito corpuscolo mutilato dalle feritoie della grottesca caverna che è il mio cranio; il pensiero un’evaporazione di pulviscolo irreale nella culla del Nulla. Nessuno spazio sarà davvero altrove, perché l’Io insussistente è solo custodito nel fantoccio palpitante della carne. La corporeità è l’ossatura esistenziale di ogni forma di vita; la presenza, talora cosciente, è tale nella misura in cui racchiusa nelle pareti dell’ente. La finitezza è, dunque, tratto sostanziale di ogni essente, il carattere più intimamente proprio della corporeità, ed ogni amniotica espressione di autocoscienza ha un rapporto stringentemente vivido con ciò che si dà come il proprio fisico confine.

L’innocente nitidezza di questo riduzionismo coscienziale è stato sempre avvertito dall’uomo come una concessione intellettuale eccessivamente privativa: far coincidere totalmente l’autocoscienza, cioè l’esperienza della soggettività, con un corpo fra i tanti significa negare preventivamente ogni possibile eccedenza  di un eventuale fondamento impalpabile della vita. In fondo, l’Io pensa il proprio corpo come oggetto, come alterità che, dunque, dev’essere separata dalla sede del pensiero; l’Io, ancora, strumentalizza quest’estraneità familiare, l’utensile sofferentemente abusato che ne consente il flusso. In questo senso originariamente coercitivo, il corpo si impone sensibilmente come corpo utopico, che nell’ostentazione avvertita della manchevolezza sospinge all’anelito di un altrove, alla formulazione di uno spazio immateriale che sia non-luogo, ovvero il luogo dell’incorporeità; appunto, un’u-topia. Verosimilmente, da questa prigionia cosciente prende le mosse la sensibilità di surreali edificazioni di paradisi o geografie ultraterrene dall’accuratezza così ardita da sconfessare la propria pretesa di realtà.

La Filosofia, a sua volta, assiste con ricorrenza quasi antropologica a reazioni teoretiche analoghe, espresse nella costellazione trans-storica di tesi dualistiche. Dall’arcaismo d’Occidente ellenico alla filosofia orientale, dal corpo carcerario neoplatonico ad ogni manifestazione religiosa o a Cartesio: anima e corpo, spirito e materia, res cogitans e res extensa. La fisiologia di tale inclinazione rivela l’ingenuità anche filosofica di non saper cedere alla compressione della coscienza entro nudi oggetti indifferenti, ovvero fisicizzare l’Evento incomprensibile della vita.

Una naïveté che non esterna un tratto esclusivamente filosofico, come un servile esercizio della ragione ad un fine prefissato, quanto un carattere immanente alla totalità della collocazione umana nello spazio ed al suo onirico dimenamento al suo interno. Ogni atto che si staglia sul nulla è testimonianza di una negazione dell’assolutezza indipendente, un profondo mescolamento con le circostanze che cicatrizza indelebilmente una finitezza strutturale, dalla quale la necessità di dirompere nella perpetua accessorietà. E un’arborea arrampicata, come l’ammirazione delle nuvole capricciose fino alla progettazione di un mezzo di navigazione sono timidi indugi che sfociano nella tras-formazione dell’actio, evento ben più gravido di conseguenze.

Se ogni movimento è reazione al limite, la genesi della tecnica, in particolare, può essere considerata collimando con questa prospettiva come una derivazione necessaria dello scenario originario dell’avvertimento di finitudine. La tecnica sarebbe un riscatto all’insufficienza dell’essere contingente che pretende di condurre, creare e dissolvere secondo un moto perpetuo. Quest’ipostasi del corpo rappresenterebbe una protesi narcisistica che l’umanità applica allo spazio per affermare un’altrimenti fallimentare volontà di potenza. Ogni sviluppo tecnico come prolungamento materializzato del desiderio, la corolla dell’intenzione costretta che, nel costituirsi, sfonda quei limiti che si privano, così, storicamente della cifra dell’eternità.

Ingranaggi dalla forza poderosa, tele-visione e tele-comunicazione in generale, foto-grafia, allunaggi come dominazioni sull’etere, macchine volanti, forniture ubique d’ossigeno sono solo poche epifanie dell’opulento corredo di protesi che la grottesca umanità ha escogitato per espiare la propria prestazione fragile in quanto alla forza, l’onniscienza, la memoria indelebile, la proprietà universale, la fuga dalla carne, l’essere, insomma, la possibilità di un corpo utopico.

Eppure, se assistessimo ad una radicale sintesi dell’effettualità umana, non sopravviverebbero altro che nudi corpi, soli superstititi di un’impietosa reductio ad unum. La fenomenologia dell’umanità si ridurrebbe ad una congerie disordinata di fisicità artificiali, le ampolle del paradiso, della parola, dell’anima, di ogni possibile Opera. Così, davvero, si realizzerebbe come ogni forma di sfumata colorazione della vita che tanto indispensabilmente connota la persona è, in realtà, una pura relazione fra corpi. In fondo, tutta l’umanità non sarebbe altro che un ammasso di membra erette sulle parole proferite, i gesti compiuti, sulla costellazione emozionale che riescono ostensivamente a fingere.

Una fenomenologia della corporeità, dunque, capace di abbracciare l’intera umanità. E non sarebbe in alcun modo riduttivo un cosmo cosparso di corpi esitanti, corpi sfiduciati, corpi liberi, incatenati, corpi docili, corpi erotici, corpi nudi, concentrati, corpi vecchi, corpi malati, corpi deportati, corpi abusati, corpi autolesi, corpi trafitti da piercing, corpi clonati, corpi tatuati, corpi giganti, corpi avvinti, smembrati, corpi drogati, attoniti, corpi danzanti, corpi osmotici, corpi allo specchio, corpi isolati, corpi sconosciuti, corpi alienati, corpi difformi, corpi marmorei, corpi estasiati, corpi ingenui, corpi filiali, corpi abbandonati, corpi finiti. Corpi deformati dall’Altro fino a perdere se stessi… La galleria della fisicità è il potenziale umano dell’infinito in atto, lontano dall’estetica o dalla riconoscibilità, ma prossimo al desiderio di connettere la fisicità alla sacralità del segreto, del simbolo che è rimando infinito.

Il corpo, insomma, è il tòpos necessario, il contrario dell’utopia e, proprio a causa del limite autoevidente, è la più insostenibile catena che forza a pensarla e vivere per essa, per la metafisica, per la libertà. Il corpo raggiungerà la sola propria utopia quando, cedendo ogni avamposto alla negazione diveniente, esso trascolorerà nella nudità del cadavere, sòma: l’unica parola greca per definire l’unità organica. La morte, che nega il dualismo immanente ad ogni gabbia carnale sopprimendo oggetto e sua mente, è ciò ch’è più prossimo all’utopia, al non-luogo, all’assolutizzazione fatale dell’indipendenza delle membra. Il giorno tombale della cessazione sarà anche il giorno della soppressione della mediatezza, il rilascio di un sole che non cicatrizzerà più coscienza con ombre infinite. La morte sarà dies natalis dell’utopia.

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