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La peggior cosa per un giornalista è essere tagliato fuori dal proprio pubblico. Il caso di Blaž Zgaga

 

Journalists who act in the public interest and who want to show the truth of what their leaders, “heroes”, “honorable people”, namely their masters, were really doing, are consistently being excommunicated and ignored.

Scrivere per informare dovrebbe essere il mantra di qualsiasi giornalista. Scrivere “il vero” rappresenta il fondamento professionale del codice etico di questa professione.
Blaž Zgaga è un giornalista free lance sloveno che ha fatto dell’indagine giornalistica la propria ragione di vita. Co-autore di “In the Name of the State”, best-seller nazionale sul traffico di armi nei Balcani degli anni 90’, Zgaga è considerato un vero e proprio “eroe” da Reporter Without Borders. Da circa 10 giorni, tra gli articoli “in rilievo” nella pagina ufficiale dell’associazione, spicca Ostracized and Threatened -20 years of investigative reporting in the Balkans, uno spaccato sulla carriera di Zgaga tradotto in lingua inglese da Kanita Halilović.

Most important in standing up to the threats is support from journalists and journalist organizations from other countries. Without the support of foreign journalist colleagues, I would have had a much harder time enduring the pressure and intimidation. If nothing else, I knew I was not alone.

“Senza il supporto dei colleghi e di altre organizzazioni, sarebbe stato molto più difficile fronteggiare le pressioni e le intimidazioni”: raccontare il vero non è cosa da tutti. Il giornalismo d’inchiesta è causa frequente di quelle antipatie e malumori che troppo spesso sfociano in forme di repressione del libero pensiero. Sebbene la libertà d’espressione rappresenti un diritto riconosciuto da tutte le moderne costituzioni, il fenomeno della censura si conferma un fattore radicato in numerose realtà. Posto che l’Italia non possa essere assunta quale modello virtuoso per la tutela dei giornalisti, Zgaga tratteggia la Slovenia dell’ultimo ventennio quale paese particolarmente ostile per qualsiasi penna vivace. Telefonate minatorie, intimidazioni  e altri tentativi di strumentalizzazione rappresentano il filo conduttore di una carriera caratterizzata dal costante turbamento psicologico.

Dallo scandalo “Sava” alla pubblicazione di “In the name of the State”, Zgaga ripercorre i momenti più significativi del suo percorso professionale:

I took this conversation to be just an attempt of intimidation and I tried to forget about it and not dwell on it too much. However, the words “we’ll kill you” unconsciously came to me in my dreams and woke me up many nights after the incident. Three days after the unpleasant encounter, I went to the police where I was given operational protection.

L’autore ricorda le asperità del quadriennio 2004-2008, quando decise di abbandonare la redazione di Večer additando la corruttibilità dei colleghi quale causa inammissibile del proprio allontanamento. Sono questi anni di grande fermento: nell’autunno duemilasette, 571 giornalisti firmarono la petizione lanciata da Zgaga contro la repressione politica sui mezzi di stampa. Nonostante le accuse del primo ministro Janez Janša, il documento ottenne uno straordinario eco internazionale. Zgaga, osservato speciale del Moris e degli agenti del governo, iniziò a collaborare col giornalista fillandese Magnus Berglund per la realizzazione di un reportage sulle tangenti per gli appalti del cosiddetto “scandalo patria”.

Personaggio scomodo e irriverente, Blaž Zgaga ha lavorato negli ultimi anni come free lance indipendente. Quasi nessuna rivista o testata ha più accettato di pubblicarne gli articoli. Le minacce infestano ancora il sonno quotidiano, ma grazie al supporto dei colleghi, è riuscito a superare le avversità e a non abbandonare la professione. Ci hanno provato in tutti i modi a negargli di operare liberamente, cercando di, riprendendo le parole dell’autore, “tagliarlo fuori dal proprio pubblico, la cosa peggiore per un giornalista”.

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