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La Fatica Parresiastica: Discorso e Verità

 

La nudità di un mondo indifferente è costantemente allattata dal cammino dell’umano, che nella ricca pletora di gesti, parole e pensieri costituisce sistematicamente la propria individuazione; un insieme di pratiche genetiche che cospargono la realtà e ne ridefiniscono l’autore medesimo. Questa complessa appropriazione dell’indifferenza avviene necessariamente al di sopra di una roccaforte invisibile, fisicamente assente eppure strettamente determinante per ogni singola goccia della vita: la Verità.

Ad inaugurare il nostro sospeso cammino attraverso gli ormeggi del pensiero è una questione radicale nella totalità della Filosofia. Si tratterà brevemente la Verità, non tanto focalizzandosi sulla sua purezza nell’eterna indifferenza, quanto tematizzandone la collocazione rispetto ad una dimensione già linguistica, politica e, in particolare, all’evento del concepire la Verità, dal quale la possibilità di poter dire la Verità, il cui embrionale quanto esemplare riscontro storico è la pratica greca della Parrhesia.

Il termine Parrhesia appare per la prima volta in Euripide, dove indica il libero accesso alla parola in pubblico, il diritto d’espressione incensurata assunto come condizione d’autenticità della democrazia diretta esercitata nell’Agorà ateniese, una realtà incomparabile alla forma democratica odierna. La pratica parresiastica è un’esplicitazione politica di un implicito già sempre sotteso alla relazione con l’altro: nel consueto scambiarsi discorsi, si presuppone sempre che le parole rappresentino e indichino ciò che si ritiene come propria Verità.

Tuttavia, come ogni concetto, l’esigenza di Verità emerge necessariamente in circostanze di crisi: se tutto si dà nella più indiscutibile evidenza, non ha senso parlare di vero, discernendolo così da un falso di cui non si farebbe alcuna esperienza. La krisis racchiusa nel concetto di Verità testimonia limpidamente come la superficie della realtà non sia affatto autoevidente, ma, al contrario, generi uno iato fra le parole e le cose che dischiude da parte di ciascun soggetto mille piani d’opinione.

La possibilità di dire il vero, dunque, germina solo nella complicazione plurale, laddove si presume che si possa anche dire il falso.

De facto negli scambi verbali dell’Agorà le posizioni espresse, com’è normale in qualsiasi democrazia, sono spesso conflittuali o totalmente antitetiche, pur proponendosi tutte come veritiere in un tacito accordo preventivo. Ma se la Verità esiste, essa è una, dunque uno solo dovrà essere il parresiasta effettivamente in contatto con essa; ciononostante, la sua proposta ha esattamente la stessa consistenza formale di qualsiasi altra, ovvero l’opinione.

La risoluzione non violenta di questa condizione problematica, così propensa al declino nell’intolleranza, è il voto: è la maggioranza a stabilire ciò che è più prossimo alla Verità e, riconoscendone la fondatezza, lo legittima ad operare, ovvero a tradurre il proprio dire la Verità nel riprodurla. È evidente, tuttavia, che il voto è una soluzione politica efficace quanto sbrigativa: esso esprime semplicemente un’opinione, che è esattamente l’oggetto della disamina. Si costituisce, così, un circolo aporetico insolubile: dobbiamo assumere che esista alcunché di vero, ma il rapporto con esso non può che esprimersi in forma timidamente opinativa, la cui effettiva veridicità può essere stabilita solo attraverso altra opinione.

Può sembrare una melensa sofisticheria, ma questa struttura aporetica è il cuore di ogni dibattito pubblico e persiste all’interno di qualsivoglia organizzazione politica a cui la storia abbia assistito. In fondo, nell’assumere la Parrhesia come solo strumento possibile di un confronto plurale che non sia farsesco, si riconosce che ogni democrazia nasce su un latente principio di menzogna, legittimato semplicemente da una “autoreferenzialità condivisa”, che non arriva mai a rivelarsi effettivamente. Ogni forma di Potere si costituisce al di sopra di una Verità, imposta, suggerita o presumibilmente evidente, e tenta di surrogarne l’evidenza costantemente, suffragando la propria legittimità.

Allora, se, come diceva Deleuze, “la Filosofia è il censimento di tutte le ragioni che l’uomo si dà per obbedirsi”, appare con più chiarezza come nella grecità si assista ad un importante slittamento dal momento parresiastico politico a quello filosofico. Questo, inaugurato da Socrate e proseguito con ardimento dall’allievo Platone, si pone in aperto contrasto con la sofistica, che, nell’impossibilità di stabilire una Verità all’esterno del discorso, perviene alla conclusione che di vero non vi sia proprio nulla. La fatica socratico-platonica tempesta questa posizione, esibendo come ogni gesto intellettuale, che implica condizionalmente una conoscenza, debba strutturalmente presupporre la Verità e che, anche qualora non si possa evadere dal pensiero opinativo, non si è in alcun modo legittimati a negarne l’effettività.

Quel che resta, dopo questo breve excursus storico-filosofico, è una stantia aporia. Da ciò è possibile, nondimeno, abbozzare eterogenee inclinazioni intellettuali rispetto ad essa: il filodosso, amante dell’opinione ingenua, che nell’autoreferenziale persuasione ritiene soddisfacente la propria verità personale; il sofista, che nell’impossibilità di una convergenza collettiva assume che non esista affatto qualcosa come la Verità (benché tale proposta sembra presumersi come tale); il filosofo, etimologicamente amante del vero, che opera vaglio critico ad ogni opinione ed osserva come la Verità sia un coefficiente indispensabile, ancorché la sua distanza dall’umano la renda inafferrabile.

Affinché la democrazia possa funzionare, dunque, ciascuno dev’essere a modo proprio filosofo, cioè abbandonare i bastioni dell’ideologia, così come ogni orgoglioso residuo del sé e ricercare criticamente ed incondizionatamente ciò che più s’approssima al vero. La pratica filosofica assunta in ambito pubblico diviene Parrhesia, e dal ragionamento fin qui condotto emerge nitidamente come non possa esservi democrazia senza Parrhesia, ma non possa, altresì, esistere Parrhesia se non nel contesto autenticamente democratico.

Qualora, infatti, si scegliesse una “nobile menzogna”, come la chiamava Platone, capace nell’illusione religiosa (da quod religat, che riunisce) di rendere più felici, verrebbe meno la totalità del sistema politico, in quanto, come il filosofo ateniese stesso riconosceva, Verità, Giustizia ed Eudemonia sono solidi solo se inscindibili.

Si apre, conclusivamente, l’interrogativo su quale ruolo assumano oggi la Verità e gli orientamenti rispetto ad essa nell’esperienza ordinaria in un mondo come quello odierno, presso il quale un Socrate amante del vero è il grande assente e, al suo posto, si è in grado di rivolgere lodi collettive quasi esclusivamente a campioni della morale, decisamente più arbitraria e rassicurante dell’abissale bilico della Filosofia. La Verità, oggi, sembra prodotta strumentalmente in un estenuato, mutilato confine di baratto fra i discorsi televisivi, la stampa, la rete o, perlopiù, le millanta ipostasi del potere.

In assenza di sensibilità per la Verità non si può riconoscere altro che persuasione massiva. Ma quando, nell’indifferenza, l’evidenza della violenza, della corruzione, dell’abuso, di un genocidio possono essere misconosciute, negate come Verità, le forme spudorate del potere gettano la maschera e rivelano il più tirannico dei totalitarismi, quello che monopolizza gli intelletti.

Ciò che chiamiamo uomo è semplicemente uno straniero che ha pensato la propria Verità e, caparbiamente, non ha mai cessato di riprodurla e, con essa, riprodursi nell’ostilità che lo circonda. Laddove il fragile baluardo di Verità ricade fra le obliate cose infinite a cui si ha cessato di rivolgere le proprie cure, a collassare è inesorabilmente l’umanità stessa ed ognuna delle gocce lievi che ne distillano la vita.

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