Sei qui:  / Articoli / Interni / Bestemmiare i Martiri in Gattabuia

Bestemmiare i Martiri in Gattabuia

 

Il crollo del miracolo della vita non desta più alcuno sconcerto: tanto più ricorre un evento, tanto più celermente esso ricade nell’insignificanza; “in fondo, non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine”, diceva Camus. Ma, questa volta, il silenzio colpevole di un’intollerabile indifferenza ha subito un insolito riscatto dall’anonimato, generato da una delle infinite manifestazioni della putredine umana. A questo, forse, non ci s’abitua mai.

Venerdì scorso le fredde mura carcerarie del penitenziario di Opera a Milano hanno assistito all’ennesimo suicidio: Ioan Gabriel Barbuta, un trentanovenne rumeno condannato all’ergastolo nel 2013 per omicidio, si è impiccato nella propria cella.

 

Alla pubblicazione da parte dell’Alsippe, Alleanza sindacale polizia penitenziaria, di un link sul proprio sito dichiarante il suicidio avvenuto è seguita la condivisione sulla pagina Facebook del Giornale della Polizia Penitenziaria; qui, sudici utenti in divisa hanno commentato, corroborati da abietti “mi piace”, l’accaduto: “Ottimo. Speriamo abbia sofferto”; “Uno in meno”; “Uno in meno, che sicuramente non avrebbe scontata la pena per intero, ci sarebbe costato parecchi denari e che all’uscita avrebbe creato nuovi problemi. Spero che abbia sofferto. 3mq a disposizione per qualcun’altro”; “Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone…”; “Collega scala la conta”.

 

Ho riportato per intero i commenti principali perché il marciume non va nascosto sotto il tappeto, ma dev’essere fissato fino alla nausea così da sentire nel profondo delle viscere cosa l’uomo possa essere e cosa egli possa dire impunemente, celato dal manto fragile delle parole.

Che gli autori dei commenti siano agenti è quasi secondario: è ripugnante che un qualsiasi individuo possa riferirsi alla cessazione della vita, soprattutto nelle disumane condizioni di un ergastolano, con vile asperità e sordida veemenza.

 

Dalle nauseabonde parole proferite in merito, emerge con tutta evidenza come il suicidio sia solo una circostanziale ricorrenza che nulla aggiunge ad una condizione umana già miserabile: a questi occhi immondi, il detenuto è già da sempre vita morta. L’ergastolano è morto perché consegnato ad una sorte inflessibile, ad un’oscura giustizia che si vede realizzata con la revoca dell’anima, la soppressione di ogni possibilità di riscatto. La vita è già morta perché macchiata dal crimine, che, indipendentemente dall’imprevedibilità delle cause, espropria i corpi della dignità, del diritto, della cittadinanza nel mondo degli uomini liberi e li consegna in catene, come difettosi oggetti inguaribili, ad una fallimentare ortopedia sociale.

 

Contro qualsiasi morale, questi eventi ci dicono che davvero la vita sembra avere un prezzo; un prezzo desunto dalla miseria a cui l’uomo è stato spinto, che sancisce l’eventuale dignità della conduzione di un’esistenza. Un’asta dove si vende un corpo inerte e a farne la stima è un fantoccio del disumano potere dell’ignoranza. E, fra un corpo convulso che scioglie gli stenti nella luce salvifica della morte ed un’immonda divisa che con le parole dell’istituzione ricopre carcasse vive di frustrazione, chi sia il mostro e chi l’uomo è tutto da vedere.

 

Non esiste reato d’opinione, ma la bestialità che attenta alla radice dei diritti umani è intollerabile; la denotazione del mostro, la sua svalutazione fino all’annichilimento sono un’aperta violazione dell’ormai attempata Dichiarazione dei diritti umani. Tuttavia, finché le parole non susciteranno altro che corrivo sdegno, al quale, in assenza di riferimento agli atti, non segua provvedimento alcuno, l’educazione alle pur fievoli manifestazioni della giustizia sociale resterà sempre solo una favola inverosimile.

 

Appare evidente, infine, perché un miglioramento delle condizioni degli ultimi resti un’agognata utopia, perché alla malattia dell’anima sembra non si possa trovar cura. Se gli agenti sono i primi ad intervenire con parole abiette e difformi, una rieducazione nelle carceri, il fine esclusivo del penitenziario, ed un miglioramento generale delle condizioni dei condannati, corpi già da sempre privati di ogni residuo di umanità, sono solo speranze vane divorate dall’arida realtà.

 

Ci sono leggi atemporali che devono intagliarsi irrevocabilmente nel granito della Storia, senza subire la sottomissione delle imprevidibili oscurità dell’uomo. Il cuore di queste terrose norme celesti è l’unanime concordia sul fatto che la vita umana, nel suo incommensurabile enigma, non dev’essere degradata né scalfita in qualsivoglia circostanza. Il tempo tenta di trattenere tali imperativi nelle declinazioni, spesso fallimentari, della giurisprudenza, dell’ipocrita perbenismo, delle morali malleabili di moltitudini fintamente consapevoli e responsabili. Ma eventi come questo concorrono a testimoniare che l’interiorizzazione dei suddetti principi divini hanno manifestazioni bizzarre quanto feroci e che, se la legge dell’uomo è stata scritta, ciò non è avvenuto nel granito, ma sulla sabbia o, forse, nell’incostante liquido dell’ignoranza.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE