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Nel silenzio della dimenticanza, Charlie muore ogni giorno

 

“Nessuno è più schiavo di colui che si crede libero senza esserlo”. Così diceva Goethe nel delicato idillio delle Affinità Elettive, ma è sorprendente come in tale assunto si rispecchi l’intero decorso della recente coscienza occidentale.
L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio ha sollevato estemporaneamente la questione problematica della Libertà, ma questa è stata strangolata prontamente dall’ansiogena pesantezza dell’attualità. Ora, infatti, si scalpita per la corsa al quirinale, per i bilanci apologetici del tripudiante semestre europeo, per ammannire al provvidenziale avvento dell’Expo e sarebbe obsoleta l’insistenza della memoria di una morte straniera.

Condotto diligentemente il minuto di silenzio in nome della Libertà, sopraggiungono inesorabilmente le cogenti necessità nazionali.
Eppure fu proprio l’istanza libertaria che nel corso dell’Ottocento diruppe nello scaturimento del nazionalismo e scosse quella tundra desolata in cui il pensiero era da tempo assopito. La Libertà pervase gli uomini, come la recalcitranza di una nube spettrale che fugge e si sfiora, che da sempre oscilla fra la manifestazione e il trapassamento. Eppure la stanchezza del tempo ha addomesticato questi eroici furori e li ha custoditi nella proprietà domestica come un consueto utensile.

Così, oggi si è liberi di dipendere sommessamente dall’afferramento di un esile salario, di allinearsi fieramente ad una delle greggi innumerevoli, di dilatare e contrarre la legge secondo la sana e disinteressata interpretazione del privilegio, di concorrere imprenditorialmente per il pane quotidiano. La libertà è una nobile linfa che si sporca ogni giorno nella nostra miseria e, confinata a secolare carezza del nulla, sopravvive a stenti fino ad impiccare la nobiltà al suo nome.

Ma Libertà non è solo una terrosa questione di giurisprudenza, non solo la misura corrotta della giustizia eventuale, quanto la solitaria e irrefrenabile istanza che da sempre tutto muove. Oggi Libertà non è più una tracotante riscossa guerrigliera, ma imprudenza intellettuale, nomadismo graffiante, un vagito fragoroso, il sussurro di ogni eroico “j’accuse”.
Libertà è educare al divenire esibendo sfrontatamente la contraddizione, l’insostenibilità dell’abusata quotidianità, la fragile ossatura dell’endemica ipocrisia pontificante, la proclamazione immacolata del fango perbenista. Libertà, oggi, è liberare.

Con la loro morte, i vignettisti francesi hanno sprezzantemente squarciato il velo di una marcia eredità, hanno consegnato al libeccio la limatura di una congerie di falsità sedimentate. Ma nel silenzio della dimenticanza, Charlie muore ogni giorno. La memoria, allora, ne consentirà la vita e memoria significa impedire che il pensiero si adagi eternamente sulle capricciose proclamazioni di stati di crisi eccezionali e intraprendere una costante ed inesauribile riflessione sui cardini della nostra civiltà, riesumandoli dalla loro potenzialità cronicamente irrealizzata.

Solo rinfondendo nuovo nutrimento intellettuale all’impunito abito dell’Occidente potremo auspicare all’eventuale rigoglio della nostra civiltà morente.
Solo rammentando che l’inseguimento della Libertà non è mai esaurito, Charlie e le sue fragili figure onnipotenti non saranno morte invano.

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