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Magalli, l’antieroe che il grande pubblico acclama

 

Nell’attuale teatro politico ricorre incessantemente il tema della corsa al Quirinale e, fra Amato e Mattarella, non c’è giorno in cui la rosa dei candidati non sia oggetto di pronostici parenetici o pontificazioni valoriali. Da qualche giorno, tuttavia, è comparsa un’anomalia a squarciare l’abitudine, una candidatura imprevista quanto imprevedibile: quella del conduttore televisivo Giancarlo Magalli. Nelle “quirinarie” del Fatto Quotidiano, infatti, lo showman è stato indicato come preferenza per il Colle da 17mila votanti, contro gli 11mila del secondo candidato Rodotà.

La notizia si è propagata incontenibilmente: numerose pagine di Facebook ne tessono irriverentemente le lodi, su Change.org nascono petizioni in suo favore, per il 29 Gennaio si ordisce un flash mob in piazza del Quirinale e Massimo Gramellini firma La Stampa dicendo che la candidatura di Magalli “comincia ad apparire plausibile o, comunque, non scandalosa”.

Non scandalosa è una condizione più che sufficiente per superare il vaglio dell’approvazione italiana, così adusa all’indecenza istituzionale da aver rassegnatamente ridimensionato ogni pretesa politica. Non si può, tuttavia, considerare la candidatura di Magalli come una semplice “insurrezione sorridente”, come lui stesso l’ha definita.

Lo sconforto di fronte a gruppi parlamentari che, anziché superare dialetticamente le divergenze, si sgretolano gradualmente; la delusione di un governo “rottamatore” che infila tronfiamente le mani nelle molte, ricche tasche senili; le meschine, interminabili invettive all’abusivo operato di “Re Giorgio”. Le cause plausibili che possono aver condotto all’elezione virtuale del conduttore sono disparate, ma tutte si risolvono nell’amara e rassegnata testimonianza di un voto apolitico di chi alla politica non crede più.

Malgrado questo sciopero intellettuale, è indicativo come la nomina sia ricaduta specificamente su un uomo dall’onnipresenza televisiva. E’ quella genuina spontaneità che spinge a rifuggire il deputato e a chiedere l’autografo alla celebrità che testimonia come, dal pubblico al privato, dalla segretezza all’ostentazione, il reality virtuale rincuori rassicurantemente il suo pubblico più di quanto non sappia farlo il mondo politico.

Lo schermo è la garanzia di un rito consolatorio, di un’appartenenza che si rinnova nella fedeltà quotidiana, di una relazione che non annaspa nella sconsolatezza del dubbio. Nella comodità innocente di un telecomando si dipana la levità del migliore dei mondi possibili, ove, sottacendo la miseria globale, la risata sguaiata è esente dalla colpevolezza.

Questo idillio virtuale in cui è possibile riconoscere il proprio viso emigra trionfale ed impunito al cosmo politico. Il cordiale profeta non tradisce i suoi elettori: “al Colle mi farò i fatti vostri”, oltre a testimoniare la propria sindonica immolazione: “la mia faccia è e resta a disposizione di chi vuole usarla per esprimere il suo sdegno, la sua indignazione ma, soprattutto, la sua speranza”.

Nella sciarada dell’unanime dissennatezza, Magalli si erge a rappresentante simbolico di goliardia ed indignazione. Venditore di sorrisi e futuri rigogliosi come Berlusconi, ma sconosciuto a qualsivoglia tribunale; lontano dall’inevitabile disonestà del politico, così come dall’odiosa incorruttibilità del santo. Magalli è il capro espiatorio che autorizza il disinteresse ed esorcizza l’impunità velandola, è l’antieroe che il grande pubblico acclama, capace quanto basta di testimoniare che l’eroismo non esiste affatto.

Quando lo spettacolo ha evaporato ogni interesse e l’identificazione con una virtuosa carcassa diventa eccessivamente spossante, si preferisce sostituire all’eroe tragico un sorridente fantoccio inebetito, il legittimo re dei folli, riprendendo, così, quella catarsi sintetica che ormai è fatta di grottesche smorfie compulsive, come un oppiaceo battesimo che consegna immacolati all’eterna indifferenza.

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