Sei qui:  / Blog / Regioni corrotte, nazione infetta. Caffè dell’11 gennaio

Regioni corrotte, nazione infetta. Caffè dell’11 gennaio

 

Letta e Renzi si sono incontrati e promessi di non combattersi, almeno non in modo scomposto. Le elezioni del 2010 sono state annullate dal TAR del Piemonte: “mutande verdi“ Cota è ormai un Governatore non legittimato a governare e Sergio Chiamparino, già sindaco sotto la Mole, si candida a sostituirlo. La vita per Premier e Presidenti è sempre più dura e nemmeno un casco integrale protegge François Hollande dai paparazzi che lo scoprono a dormire fuori casa, presumibilmente nel letto di Julie Gayet, bella quarantenne disposta a consolarlo. Dato che – dice la stampa satirica – in patria lo chiamano “flamby”, come un budino industriale, e all’estero nessuno vuole stringergli la mano. Da noi, no! Un leader è per sempre. Condannato per frode al fisco, cacciato dal Senato e interdetto dai pubblici uffici, ci informa che sarà capolista alle europee. Un marchio che ci marchia. Berlusconi = made in Italy.

Questo sulle prime pagine, ma vi intratterrò oggi con notizie sugli affari locali. L’Aquila, 2010. “Che culo il terremoto, ci pappiamo tutti gli appalti”, la sintesi del Fatto rende bene il senso delle telefonate di Ermanno Lisi, ex assessore in quota Udeur della giunta del sindaco Cialente. Il ministro simbolo delle larghe intese, Nunzia De Girolamo per ora non è indagata, ma l’hanno sentita (ah, le intercettazioni) usare un linguaggio assai sconveniente per pretendere che dessero a un suo parente la concessione (neppure “in regola”) di un bar dell’ospedale. Di Benevento. A Roma –lo sapete- è finito agli arresti domiciliari Manlio Cerroni, padrone di una discarica estesa per 240 ettari, uomo che da trent’anni tiene per le palle prefetti, sindaci e presidenti della Regione Lazio.

Vedete, quando negli anni 70 si votò finalmente per i Consigli regionali, noi di sinistra, autonomisti e non centralisti, esultammo. Si stava attuando la Costituzione: era ora! Eppure avremmo dovuto sentire un fremito alla schiena. È del 5 luglio del 1970, infatti, “il rapporto sulla città” con cui il sindaco Pietro Battaglia pretese per Reggio il capoluogo della Calabria. Scatenando la rivolta e spiegando che lo sviluppo del Meridione non sarebbe venuto né dall’industria né dall’agricoltura, ma dall’amministrazione locale, dal controllo politico del territorio, dagli affari legati alla spesa pubblica. E da allora, cioè dagli inizi, anziché forma di un decentramento democratico dello stato napoleonico, le Regioni sono diventate luogo d’incesto tra politica burocrazia e mafie. Funzionari corrotti, affaristi ai quali non si può rifiutare una commessa, assessori mediatori d’affari maestri nel voto di scambio.

È il sistema. A proposito dell’Aquila, una persona che stimo, Stefania Pezzopane, mi ha detto sconsolata: abbiamo abbassato la guardia. Sì, abbassato la guardia. Anche senza essere pappone, capisco come sia difficile resistere alla tentazione di nominare un amico ex Cgil o ex coop al posto di quel direttore sanitario che favoriva imprenditori in odore di ndrangheta o sindacalisti avvezzi al saluto romano. E siccome la fauna è quella che è, il politico non già o non ancora pappone deve mettere in conto il rischio di finire sui giornali e nell’elenco degli avvisi di garanzia. Così abbassa la guardia. E se c’è un ordine per 10mila siringhe, non se la sente di scoraggiare la ditta del territorio, l’azienda che dà lavoro ai propri elettori. Un’altra azienda fa prezzi migliori, ma ha sede mille miglia lontano! Pazienza, abbassiamo la guardia.

Penso che ai Consigli e ai Presidenti delle Regioni dovrebbe essere affidato un ruolo di programmazione dello sviluppo sostenibile, la promozione di piani per il risanamento ambientale e idrogeologico,  il controllo dell’efficienza del sistema rifiuti e del buon funzionamento della sanità. Ma l’onere e l’onore delle scelte operative venga affidato per intero a dirigenti dell’amministrazione, assunti a tempo determinato (come chiede Renzi) e la cui candidatura ad elezioni regionali, locali o nazionali (per i collegi di competenza) sia vietata da una legge sul conflitto d’interessi.

Visto che ci sono, aggiungo che bisognerebbe cambiare la legge Tatarella e seguenti (quella per le Regioni) e la stessa legge per l’elezione dei sindaci. Al fine di evitare che la scelta del sindaco o del Presidente della regione, sia legata al sostegno di un gran numero di liste, ognuna portatrice d’interessi particolari, che reclameranno soddisfazione. Una sola lista per ogni candidato. Si può rinunciare al premio di maggioranza, ma dare al Sindaco e al Presidente, votati direttamente, il potere di sciogliere i loro consigli in caso di crisi. O prevedere un secondo turno in cui il candidato ammesso al ballottaggio si presenti un proprio listino.

Temo proprio che, senza intervenire con il bisturi sul rapporto politica – affari – amministrazione, qualunque abolizione del Senato, o riduzione del numero dei Parlamentari, o riforma del finanziamento dei partiti, si rivelerà solo un palliativo. Rimarremo prigionieri di boss locali e leader carismatici. A proposito, mi rivolgo a voi, sociologi, sondaggisti e opinion leader, per sollecitare la vostra attenzione sulla strana sincronia tra l’uomo solo al comando e quella guardia che, abbassandosi, ha fatto tracimare il malaffare diffuso.

Da corradinomineo.it

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE