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Ecco il golpe popolare. Il caffè del 4 luglio

 

Dopo lunga, distratta e colpevole sottovalutazione, i nostri giornali riscoprono l’Egitto. ”Morsi deposto, l’esercito al potere”, Repubblica. “L’esercito prende il comando”, Corriere. “Golpe in Egitto”, La Stampa. “Ma un golpe bianco – scrive Bernardo Valli su Repubblica – l’obiettivo non sembra la presa del potere, ma costringere i litigiosi avversari al raggiungimento di un compromesso”. “Un golpe popolare – lo definisce Antonio Ferrari sul Corriere – auspicato dalla maggioranza del più grande paese arabo, che sperava di aver ritrovato, con la primavera delle piramidi, la strada della libertà”.

Chiamiamo le cose con il loro nome. La primavera è stato l’inizio di una rivoluzione. Ha spezzato il vincolo che legava ceti popolari e borghesi, tendenzialmente islamici, a regimi che giustificavano la loro tirannide, corruzione e incapacità con l’esigenza di far fronte comune contro Occidente e Israele. Dopo la “primavera”, borghesie e ceti popolari hanno invece trovato il loro nemico interno. Lo hanno trovato proprio nel regime, con il suo seguito di ultra – privilegiati, speculatori, corrotti e corruttori, super ricchi. Lotta di classe, rivoluzione. Ma una rivoluzione senza soggetto rivoluzionario. Con mille volti e mille istanze diverse.

Piazza Tahrir non ha i suoi soviet che le permettano di governare l’Egitto, di avviare la transizione verso un nuovo potere, democratico, liberale e popolare. Ecco che ci si affida ai poteri in campo. I fratelli musulmani, antichi oppositori del regime e forti della loro identità religiosa e dell’assistenza, che si garantisce nelle Moschee ai bisognosi, non potevano non vincere le prime elezioni. Hanno conquistato il potere e lo hanno usato malissimo. La benzina non c’è e costa troppo. I turisti snobbano le Piramidi. La libertà, appena assaporata, è stata subito irregimentata dalle barbe e dalle paranoie dell’islamismo paternalista. Si sono bruciati in un solo anno. Cacciati da una marea di donne e di uomini, di giovani in particolare, arrivata al Cairo da tutto l’Egitto. E l’esercito, che un anno fa si era liberato dei personaggi più imbarazzanti, perché  coinvolti con gli intrighi e le tangenti di Mubarak, si è schierato con la rivolta.  O lo faceva, o avrebbe dovuto rendersi responsabile di un bagno di sangue.

Hanno vinto i ragazzi di piazza Tahrir? Non dico questo. E’ solo un’altra tappa e sono possibili, forse probabili, nuove delusioni. Ma una rivoluzione non si piega facilmente. Nemmeno se chi all’estero dovrebbe sostenerla, L’Europa della tolleranza e dei diritti, l’America di Obama, si mostra sordo, sazio e con gotta, meschino.

Una buona notizia. L’Unione Europea ci dà qualche margine in più, ci consente di sforare temporaneamente i tetti del patto di stabilità per contrastare la recessione. Una pessima. Spenderemo i soldi che servirebbero per non aumentare l’Iva, magari per creare qualche posto di lavoro, o per costituire un salario di cittadinanza, li spenderemo per comprare aerei super tecnologici e, probabilmente, anche fatti male. Sembra proprio di sì. Con viva e solenne determinazione il Consiglio Supremo della Difesa ha voluto dare una lezione al Parlamento. Che cosa comprare per la Difesa Nazionale, quando e da chi, lo decidiamo noi: governo, militari e Presidente della Repubblica. Una mozione sugli F35, faticosamente partorita da un accordo Pd – PDL, e che prevedeva il gelo delle commesse per gli F35, sarebbe irricevibile.

Eppure una legge recente, la 244 del 2012, riservava al Parlamento i poteri di indirizzo in materia di politica della sicurezza. Apprendo dal costituzionalista Capotosti sul Corriere che il Comitato Supremo della Difesa accenna, nel comunicato, “al rapporto fiduciario con il governo”. Avete votato la fiducia, ora zitti. Capisco e, per quanto mi riguarda, sono disposto a rompere il rapporto fiduciario su questa questione. Perché – come dice Veronesi – “armarsi, come stati singoli, è diventato anti storico. Questi aerei non ci servono, è tempo di una difesa europea”. Perché trovo ridicolo che l’Italia ignori la rivoluzione egiziana, da cui si separa un breve braccio di mare, e compri invece questi gingilli per giocare alla guerra finta insieme agli americani, preparandosi a una guerra vera non si sa contro chi.  “Il Parlamento non può essere esautorato”, dice, a ragione, Cuperlo. E il Pd non può rinunciare a esistere.

Parla la Corte. L’abolizione delle province non aveva, e non ha, i requisiti di necessità e urgenza. A rigore, le province avrebbero dovuto cominciare a estinguersi negli anni 70, con la nascita delle Regioni. Dunque la loro abolizione non si doveva, né poteva, inserire in un decreto legge. La fretta fa i gattini ciechi. Anche la volontà di potenza. Secondo la Corte, la Fiat non può stabilire che abbiano rappresentanza solo quei sindacati che abbiano sottoscritto le intese con l’azienda. Chi non ci sta, fuori! Secondo la Corte, invece, tutte le organizzazione che abbiano partecipato alla trattativa devono essere rappresentate. Si discuterà su cosa significhi, Certo, come sostiene Landini, sarebbe urgente por mano a una legge sulla rappresentanza. Insomma decidere se la democrazia in fabbrica debba essere di tipo cinese. Cioè, se debba riconoscere diritti solo a chi concorre allo sforzo per la crescita. E chi stabilisce chi è che  concorre? A Pechino il vertice del Partito Comunista. In Fiat, Marchionne. Dopo la rivoluzione francese da noi si era affermata un’idea diversa di democrazia. O sbaglio?

Ci sarebbero altre cose, ma corro in Senato. Il senso di colpa dei grandi Partiti e il primitivismo declamatorio dei 5 Stelle ha trasformato l’attività legislativa in un continuum di voti senza senso: verifica del numero legale, richiesta del voto elettronico, verifica, mano nella macchinetta, votazione conclusa, immancabili dichiarazioni di senatori a 5 Stelle che si sono sbagliati, pigiando male o pigiando tardi, il presidente che mette agli atti.

Poi qualcuno vincerà il premio del senatore più efficiente. Quello che ha votato sempre, restando sempre seduto sul suo scranno. Niente pipì, niente caffè che fa male. Ma cosa ha votato? Con quali risultati per il paese?  Importa poco. La cosa che conta è aprire la scatola del tonno. Poi, se la merce è avariata, pazienza. Nell’Unione delle Repubbliche Comuniste Sovietiche, al tempo di Stalin, era un onore consegnare il premio Stakanov all’operaio che aveva costruito il maggior numero di scarpe. Poi quelle scarpe non le voleva nessuno. Restavano nei magazzini.

da corradinomineo.it

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