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Accendiamo…la TV!

 

Contribuisco in forma scritta al dibattito che grazie ad Articolo21 prenderà vita ad Acquasparta su un tema strategico per il pluralismo, la democrazia e la crescita civile come il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo. Puntualmente, e da troppo tempo ormai, ci interroghiamo su cosa debba essere e come debba funzionare una televisione pubblica in Italia e in Europa. Le risposte si sono concentrate ora sulla governance, ora sulle regole del mercato, ora sulle piattaforme cross-mediali, ecc.. Ad ogni pubblica discussione ha sempre fatto seguito una serie di petizioni di principio che reclamavano il ritorno ad una più marcata identità di servizio pubblico da parte dell’azienda Rai. Nel frattempo si sono succeduti consigli d’amministrazione, direttori generali, piani industriali senza che la questione venisse affrontata con la necessaria radicalità. Sono sempre venute prima altre priorità, alcune ineludibili come il risanamento dei conti, altre dettate dal predominio dei partiti come nomine e dintorni. Oggi torniamo a parlarne con la consapevolezza che non è più tempo di dilazioni e di rinvii e che la crisi che stiamo vivendo impone, anche qui, una decisa assunzione di responsabilità e una spinta al cambiamento.

E se da una parte si lavora per far quadrare i conti ed eliminare sprechi e privilegi dall’altra ci si deve impegnare per ridare una migliore reputazione all’azienda radiotelevisiva pubblica. Questa non può essere appaltata né al successo di un singolo programma né all’ormai consunto marketing televisivo del Novecento ma incardinarsi su tutta l’offerta, sul prestigio del management e della governance, su una ritrovata centralità del cittadino-telespettatore. Un cambio di prospettiva che permetta di indirizzare le energie creative e le risorse finanziarie verso la qualità dei contenuti, la modernità dei linguaggi, la potenzialità delle nuove tecnologie.

I cittadini, soprattutto nella crisi globale che stiamo vivendo, chiedono ad una televisione pubblica non di replicare all’infinito formati televisivi esausti, a basso tasso di televisività e banalmente omologati. La qualità è stata per troppo tempo un mantra che tutti ripetevano per lavarsi la coscienza. Oggi bisogna darle concretezza e questo significa disporre delle risorse umane capaci di alimentarla e la cultura d’impresa in grado di garantirla. Significa avere una visione che permetta di utilizzare i generi televisivi – dalla fiction all’informazione e all’intrattenimento – non per riprodurre convenzioni comunicative, quelle sì da rottamare, ma per offrire conoscenza: sul Paese, sul Pianeta, sull’umanità, sulle culture e le società, sulla complessità del contemporaneo. Per fare questo occorre anche lì far spirare il vento del rinnovamento e determinare un ricambio che non è banalmente generazionale ma sostanzialmente culturale capace di posizionare il servizio pubblico radiotelevisivo non solo e non tanto rispetto ai target pubblicitari tradizionali ma per costruire un consenso diffuso tra i cittadini grazie ad una identità credibile e pronta ad interagire con i mutamenti e le trasformazioni della società.

I palinsesti attuali interpretano questo bisogno, sono attraversati da questo spirito, da questo slancio? Quello che in gran parte vediamo è una televisione “parlata” e “statica” dove la predominanza è affidata al dibattito politico e all’immanenza dei temi economici e finanziari dell’oggi. Il resto sono la somma di tanti pezzi di vecchia tv, di rivisitazioni più o meno riuscite, di tentativi di innovazione, di frammenti dispersi in fasce orarie poco visibili e in troppi canali digitali, di nobili testate a forte vocazione “pubblica”. E allora non basta ri-accendere il servizio pubblico occorre anche ri-accendere la tv e far sì che le telecamere siano messe a disposizione di un racconto per immagini che porti nelle case quella realtà che oggi rischia di essere subordinata ai rituali degli studi televisivi. Lo dico pensando anche a tutte quelle esperienze sociali che potrebbero essere documentate e valorizzate e che fanno parte di quel Paese che sta reagendo alla crisi offrendo risposte di solidarietà sociale, di coscientizzazione civile, di organizzazione comunitaria. Dopo oltre un decennio di racconto del sociale in tv non posso non farmi interprete di questa esigenza e ritenere che un rilancio del servizio pubblico oggi passi necessariamente anche dal ridare centralità a voci, volti e racconti che appartengono a quella realtà, viva e vera, che i cittadini, sentono più vicina e vedono poco rappresentata in televisione. Per questo l’impegno che dobbiamo prenderci è quello di tornare a parlare di tv, di come e per chi la facciamo riavvicinando il nostro lavoro a quello di chi amministra le risorse, pensa le strategie, individua gli obiettivi. Solo così avremo tutti quella indispensabile “visione” comune per capire quale deve essere la nostra “missione”.

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