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Processo Rostagno: nelle video cassette la verità sul delitto del giornalista

 

di Rino Giacalone
La cronaca dell’udienza del 9 maggio del processo per il delitto di Mauro Rostagno  – avvenuto il 26 settembre del 1988 a Trapani – ha offerto diversi spunti, uno di quelli più rilevanti è il “contributo giunto dalla difesa dell’imputato Vito Mazzara, il sicario accusato dell’omicidio, e  che in tutti i modi sta cercando di portare il dibattimento lontano dalla matrice mafiosa, ma i dati di fatto ci sono e non possono essere rimossi. Quando sembrava che i testi citati tra quelli scelti nell’ambito degli investigatori di polizia non dovessero poi alla fine venire a dire cose importanti, uno dei due invece ha tirato fuori la conferma all’ipotesi che ad uccidere Rostagno sia stata la mafia che non ne poteva più degli interventi televisivi del sociologo.

Le video cassette di  Rtc visionate dai poliziotti. Il sovrintendente Bruno che all’epoca del delitto era alla Squadra Mobile ed era un semplice agente faceva parte di quel gruppo di poliziotti che per incarico dell’allora dirigente della Mobile, Rino Germanà, visionarono centinaia di cassette a Rtc, tutte quelle che contenevano gli editoriali, gli interventi in studio, i servizi, firmati da Mauro Rostagno.  Con Bruno lavoravano altri agenti, mandati apposta a Trapani dall’allora neo costituito Sco, il servizio centrale operativo. “Quando c’erano contenuti che mostravano un qualche spunto mettevamo da parte la relativa cassetta”. E di cassette da parte non ne sono state messe molte, ma alcune risultarono davvero interessanti. A quel punto le domande si sono di colpo esaurite e invece a esaltare il dato ci ha pensato l’avv. Carmelo Miceli, legale di parte civile. Ha chiesto che fine ebbe quel lavoro, la risposta in sostanza è stata quella che il risultato fu riferito al dirigente della Squadra Mobile, Rino Germanà: “Nel rapporto investigativo firmato dall’allora dirigente della Mobile – spiega l’avv. Miceli – si fa riferimento alla matrice mafiosa con chiaro riferimento al fastidio che Cosa nostra aveva per gli interventi televisivi di Rostagno. Non era una deduzione dell’investigatore ma il risultato di un certosino lavoro, oggi ci è stato detto che per mesi un gruppo di investigatori visionarono quelle cassette e una decina furono quelle interessanti”. Germanà in aula venne a parlare proprio di queste cassette, una di quelle più rilevanti è quella che contiene due ore di trasmissione riguardanti il ruolo del boss mazarese Mariano Agate, il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari e le alleanze tra la mafia trapanese, di Castelvetrano, in modo particolare e quella catanese. E’ un puzzle che si va componendo: diversi pentiti lo hanno riferito, l’ordine di uccidere Mauro Rostagno partì da Castelvetrano, dal patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, cosa questa che assume tragico senso se si pensa che il fastidio nei confronti di Rostagno scaturiva dalla perseveranza con la quale seguiva da Rtc il processo per il delitto di un sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, e per quelle cronache che puntavano dritto ad uno degli esecutori di quel delitto allora alla sbarra, il mazarese Mariano Agate che non era altro che il più fedele alleato di Messina Denaro, tanto da diventare più lui che il figlio di questi, l’attuale latitante Matteo Messina denaro, l’erede. E’ un dato assodato quello che vuole sostenere che se don Marianino Agate fosse oggi libero, lui e non Matteo Messina Denaro guiderebbe la Cosa nostra trapanese.

Le denunce di Rostagno nei servizi di Rtc. Nel descrivere quei ruoli, quelle alleanze, Mauro Rostagno aveva scoperto parti sensibili della mafia della provincia di Trapani in un periodo in cui questa non solo si stava trasformando, da mafia militare a mafia imprenditoriale, ma nel suo territorio dava rifugio ai più importanti latitanti a cominciare da Totò Riina che in quel 1988 stava nascosto proprio a Mazara del Vallo. E gli attacchi contro la mafia ed i suoi affari loschi lanciati da Rtc da Rostagno scatenarono la reazione dei boss. L’interrogatorio su questi aspetti del movente sono stati chiusi in fretta dai legali della difesa degli imputati. Più lungo è stato quello cui invece è stata sottoposta Lorella Raggi che della comunità Saman fondata da Rostagno assieme alla sua compagna, Chicca Roveri, e all’ex guru Francesco Cardella. Il tema delle domande è stato però quello collocabile in un arco di tempo successivo e lontano dal delitto, la stessa Lorella Raggi ha detto di non avere nemmeno conosciuto Rostagno. Dalla sua voce sono scaturite descrizioni di situazioni che confermano ciò che già si sapeva e che però non ha mai trovato collocazione nel contesto del delitto e cioè che uscito di scena Rostagno, Cardella, profittando della buona fede di Chicca Roveri, portò la Saman verso nuovi lidi, facendola diventare una holding dell’assistenza, con operazioni di speculazione per le quali Cardella, è stato anche condannato (prima di morire, in Nicaragua, la scorsa estate). E così saltato fuori, senza che la cosa è risultata essere una novità, il rapporto tra Cardella e il leader socialista Bettino Craxi, la richiesta di denaro che Cardella girò a Craxi quando questi era presidente del Consiglio, la gestione di Saman da padre -padrone, e anche gli iniziali attriti che videro opposti Chicca Roveri e la stessa Lorella Raggi che però non ha potuto non dare atto della grande sensibilità che contraddistingueva Chicca. Le domande dei legali della difesa alla Raggi sono state poste quasi ad aprire armadi con chissà quali scheletri a danno di Chicca Roveri, ma lei stessa quando fu sentita non aveva nascosto questa circostanza (quella che in un primo tempo aveva dato fiducia a Cardella) per poi però aprire gli occhi all’indomani di una convocazione in Svizzera da parte dell’ex guru che pretendeva che lei firmasse bilanci falsi. “Vedi questa ruga che ho sulla fronte mi si formò quel giorno e mi resterà fino a quando il delitto di Mauro non riceverà verità e giustizia”. Questo Chicca ripete quando parla di questi lunghi anni di indagine.

Un processo a rilento. Nell’udienza del 9 maggio la Roveri ha voluto segnare la sua presenza in aula con una protesta – poi –  per la lentezza del dibattimento. Lentezza che si è acuita da quando la palla è passata in mano alla difesa a proposito della citazione dei testi delle loro liste. Il 9 maggio dovevano essere sentiti 10 testi, in aula ne sono arrivati solo tre. Si va scoprendo che i testi indicati non sono più agli indirizzi indicati, molti sono quelli oramai passati a miglior vita. Può accadere così di perdere la pazienza e magari rappresentare una protesta legittima in modo troppo acceso, “ma giammai questo può essere definito come comportamento stizzito” scrive in un post su Facebook Maddalena Rostagno, e non ha tutti i torti. Il presidente della Corte di Assise, il giudice Pellino, ha nuovamente richiamato le parti alla responsabilità e a non provocare ritardi, e così il prossimo 23 maggio, giorno del 20° anniversario della strage di Capaci, si terrà regolarmente udienza, “il ricordo – ha osservato il giudice Pellino – può essere celebrato meglio lavorando”.

Nel corso dell’udienza ancora la difesa di Mazzara ha anticipato che chiederà di risentire l’ex comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Trapani, Elio Dell’Anna, a proposito di quel rapporto sulla confidenza di un giudice milanese sulla connessione del delitto Rostagno con le indagini nei confronti dei vertici di Lotta Continua a proposito del delitto del commissario Calabresi, quasi che Rostagno (sic) fu ucciso dai suoi compagni che lui (ri..sic) avrebbe voluto accusare. Quel giudice smentì la confidenza, nelle carte di Rostagno non è stato mai trovato alcun accenno a contrasti con Sofri e compagni, anzi la ferma arrabbiatura rispetto a quelle “accuse ingiuste” così da lui bollate in quello che fu presentato come memoriale di Rostagno trovato tra le sue carte e che ha fatto ingresso nel processo. Indubbiamente rispetto ad altri processi si sta assistendo ad una difesa che difendendo dei conclamati mafiosi non può in alcun modo sostenere l’inesistenza della mafia, ma per allontanare le colpe dai suoi assistiti alla sbarra cerca di introdurre moventi non mafiosi, rispolverando tesi risultate da tempo sconclusionate. E a dirlo fu anche l’avv. Luigi Ligotti, che nel processo Calabresi fu difensore di parte civile della famiglia Calabresi, e durante l’arringa tirò fuori la tesi del delitto Rostagno ordita dai suoi amici che avevano paura di essere traditi e che però appena qualche settimana addietro durante un convegno a Marsala ad una domanda posta su questo suo intervento ha risposto dicendo che il tempo ha permesso di chiarire che quella era una asserzione infondata.

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