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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Partito Democratico due anni dopo (Lettera aperta al nuovo Segretario)
Partito Democratico due anni dopo (Lettera aperta al nuovo Segretario)

Caro Pier Luigi Bersani,
ho l’onore di scriverle dopo aver rivolto le mie lettere a chi l’ha preceduta in questo complicato incarico. Lei sa meglio di me quanto sia difficile guidare un partito complesso come il PD, soprattutto in quest’epoca di radicalismo e di scontro nella quale un riformista come lei rischia facilmente di essere frainteso. Pertanto, lascerò perdere consigli e suggerimenti, limitandomi ad esporle qualche storia e qualche sentita riflessione sul Partito per il quale domenica 25 mi sono svegliato alle 5 di mattina e sono rimasto in Sezione fino alle 10 di sera.
Per correttezza verso i lettori, ci tengo a precisare che non sto saltando sul carro del vincitore: alle Primarie ho creduto nel progetto di Dario Franceschini, ritenendolo il più adeguato ed efficace, ma adesso che il Segretario è lei le prometto, a livello personale, la massima collaborazione e, da titolare di questa rubrica, qualche critica e qualche suggerimento, quando mi parrà necessario; mai, però, troverà su queste colonne quel “fuoco amico” che troppe volte ci è costato brucianti sconfitte.
Comincio raccontandole una piccola storia della mia famiglia che rende bene l’idea di quanti passi avanti abbia compiuto la nostra società, e – sfidando le convinzioni degli scettici – la nostra politica, negli ultimi sessant’anni.
La mia bisnonna, molto credente e democristiana, aveva una sorella iscritta al Partito Comunista. Quando, nel 1950, il marito di questa sorella morì, mio nonno, che all’epoca lavorava in Vaticano, non se la sentì di assistere ai funerali per evitare di incorrere in spiacevoli situazioni, considerando anche la scomunica ai danni dei comunisti emanata da papa Pio XII.
A leggerla oggi, questa storiella induce a sorridere e quasi non sembra vera, tanto è assurda, ma le posso assicurare che le cose andarono proprio così, in un’epoca nella quale nessuno si sarebbe immaginato che cinquantasette anni dopo quelle due culture si sarebbero ritrovate in una casa comune: la casa dei moderati, dei democratici, dei riformisti, la casa di tutti coloro che intendono cambiare l’Italia giorno dopo giorno.
Per chi ha vissuto quella stagione, il Partito Democratico è il punto d’approdo delle proprie speranze, la realizzazione del proprio sogno di abbattere una volta per tutte i troppi muri che per decenni hanno diviso questo Paese, nonostante il clima di solidarietà e di concordia che era assicurato da statisti del calibro di Moro, Nenni, Napolitano e molti altri ancora.
Ancora una volta, a due anni dalla nascita del PD, a un anno esatto dalla grande manifestazione del Circo Massimo, tre milioni di persone si sono messe in fila ai gazebo e nelle sezioni, fornendo un contributo alla democrazia di cui, forse, neanche loro riescono a quantificare le proporzioni.
La straordinaria forza del nostro progetto, ho avuto modo di constatarla nelle sedici ore che ho trascorso al seggio presso cui ero scrutatore, guardando negli occhi ed ascoltando le storie delle centinaia di persone che sono venute a darci sostegno e fiducia.
La maggior parte di esse, erano anziani: gente che ha vissuto la guerra, la miseria, la fame, il dramma dell’occupazione nazista, la Liberazione e quell’Italia povera, agricola ma idealista che si è saputa risollevare con impegno e sacrifici.
Credo che per molti di loro, i due euro richiesti per votare costituissero una ricchezza della quale noi non possiamo renderci conto; eppure, ce li hanno dati, sono venuti a votare a dispetto degli acciacchi, delle difficoltà economiche, dello stato di precarietà e di abbandono in cui questo governo sta gettando le categorie più deboli.
Ad un certo punto, si è presentata in Sezione una signora che quasi non riusciva a camminare, al punto che mi sono avvicinato per sorreggerla, chiedendomi quale molla fosse scattata in lei per indurla a venire lo stesso.
La risposta l’ho trovata quando ho fissato negli occhi un dirigente di vecchia data, conosciuto e apprezzato da tutti nella zona, che di mattina assolve al proprio ruolo di assessore e di pomeriggio tiene aperta la Sezione per qualche ora, lasciando sempre la porta aperta ed ascoltando le necessità e le istanze di tutti coloro che si rivolgono al “Centro per i diritti del cittadino” che ha allestito all’interno della Sezione stessa.
Tutte quelle vecchine erano venute in massa perché si riconoscono nei valori del Partito Democratico ma anche per manifestare la loro gratitudine nei confronti di un esponente politico che ho visto personalmente risolvere i problemi più svariati: dalla compilazione dei CAF, dei 730 e dei moduli ISEE al far portar via un materasso ad un’anziana signora che non sapeva a chi altro rivolgersi. Il tutto, è bene precisarlo, gratis.
Li conosceva uno ad uno quegli elettori e a poco a poco ho iniziato a conoscerli anch’io, ricordandomi proprio di un suo insegnamento: i presuntuosi sono dei cretini e in politica, per ottenere la fiducia della gente, bisogna prima avere l’umiltà di starla a sentire.
Le dico questo perché ciò che più è mancato al Partito Democratico, in questi due anni di vita, è stata l’umiltà, la capacità di ascoltare i cittadini, come se potessimo tornare a governare senza di loro, come se non fossero loro il nostro motore e il nostro punto di riferimento.
Ogni volta che entro in quella Sezione, respiro un clima di umanità, di gioia, di serenità, con le persone che entrano ed escono, espongono i propri problemi o semplicemente si fermano per fare due chiacchiere, scambiarsi un’opinione, raccontarsi una barzelletta, riflettere su ciò che accade a livello politico senza prendersi troppo sul serio.
Troppe volte capita di stringere mani sfuggenti, che scivolano via come se a questi dirigenti non interessasse nulla (e, probabilmente, è così) di chi sei, di cosa fai, di quanto vali: sono asserragliati nei loro feudi e si indispettiscono se tu osi disturbarli.
La prima cosa che mi aspetto da lei, dato che non si è mai lasciato prendere dalla tentazione di “parlare complicato” in modo che capiscano coloro che già sanno, è che prosegua sulla strada già imboccata da Veltroni e Franceschini di restituire umanità alla politica, combattendo e, se del caso, anche non ricandidando quegli amministratori, quei dirigenti che stringono le mani della gente solo perché non possono farne a meno e neanche la guardano in viso, con un’alterigia offensiva nei confronti di chi continua a darci fiducia pur avendo patito tracolli elettorali a ripetizione.
Come detto, mi tengo lontano dall’idea di darle consigli ma non posso esimermi dall’invitarla a continuare la strategia di opposizione serrata e di contrasto a questo governo e a questa maggioranza perché solo così potrà portare a termine il suo progetto di un partito popolare e di alternativa.
Quando era segretario Veltroni, si sentiva in giro il PD di Veltroni, il PD di D’Alema, il PD di Bersani; tutto questo deve appartenere al passato perché il PD è uno e dobbiamo fare in modo che almeno quindici milioni di italiani si riconoscano nel suo progetto riformista e migliorativo.
Ho apprezzato molto il primo gesto di tutti e tre i segretari: Veltroni che presentò il simbolo del PD con la bandiera italiana e il ramoscello d’ulivo in basso; Franceschini che giurò sulla Costituzione; lei che si è recato dai lavoratori, in una città, Prato, che più di altre sta soffrendo gli effetti della travolgente crisi economica che il governo si ostina a negare e a minimizzare.
“Questa – mi disse un giorno quel dirigente di cui le parlavo prima – è una Sezione in cui si viene con calma”. Già, la calma, la tranquillità, la fiducia: sono queste le parole innovative del Partito Democratico; è questo il nostro messaggio che più di tutti deve raggiungere la società, mettendo in difficoltà il seme dell’insicurezza che la destra ha disseminato nel terreno dopo averlo ampiamente innaffiato con messaggi volti ad alimentare le paure della popolazione.
Ciò che principalmente mi aspetto da un uomo con la sua storia politica e le sue competenze a livello economico, è che denunci con puntiglio e meticolosità la devastazione che stanno subendo fabbriche, aziende, industrie, scuole, università, enti di ricerca: i motori del Paese che la maggioranza vuole fermare di proposito poiché sa che la maggior parte di essi si sono messi in fila e l’hanno scelta come Segretario del PD.
Umanità e concretezza, bontà e pragmatismo: sono queste le parole di cui ha più bisogno il nostro Paese, con buona pace dei “cattivisti”, dei “soloni” che predicano contro il “buonismo”, di chi per mesi ha massacrato Veltroni, considerandolo l’alfiere del “volemosebenismo”.
So che non è semplice utilizzare toni pacati e farsi sentire ed apprezzare in quest’Italia delle urla in cui domina la cultura dell’odio; so che è difficilissimo sventare il “terrorismo sociale” che si sta abbattendo sulle categorie più colpite dalla crisi, costrette a vivere sempre più sotto ricatto per difendere il nulla che è rimasto loro.
Nonostante questo, ho fiducia nel suo progetto riformista, nella sua capacità propositiva, nel suo desiderio di dare manforte agli operai delle fabbriche che chiudono, agli insegnanti che salgono sui tetti dei provveditorati, ai giovani che non credono più neanche in se stessi e meno che mai nel futuro.
Prenda esempio, caro Segretario, da quell’umile dirigente di cui le ho parlato prima: lui non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno, non si è mai sottratto ai propri doveri, non ha mai negato un po’ del suo tempo a chi aveva bisogno di una mano o anche solo di un consiglio, di una parola di conforto, di quel pizzico d’affetto che spesso ci restituisce la gioia di vivere quando tutto sembra volgere al peggio.
Il Partito Democratico, oltre ad essere un simbolo del progetto progressista e riformista europeo e mondiale, deve diventare ancora di più una casa delle idee, una grande famiglia dove tutti hanno il diritto di esprimersi e si sentono parte di quest’avventura.
L’elemento più significativo della nostra storia è che è equiparabile ad un lungo romanzo, con la sostanziale differenza che non ci limitiamo più, come un tempo, a recarci in libreria ed acquistarlo; lo scriviamo noi, tutti insieme, rivedendolo, aggiornandolo, limandolo, rendendolo migliore giorno dopo giorno e cercando sempre di arricchirlo di nuovi protagonisti.
I tre milioni di cittadini che sono venuti a votare il 25 ottobre, al pari di coloro che ci diedero fiducia nel 2005 e nel 2007 (in moltissimi casi sono le stesse persone) non devono essere più semplici comparse; devono essere davvero i protagonisti di questo romanzo, di questa storia che scriviamo insieme con entusiasmo e fatica, affrontando sconfitte e momenti drammatici ma senza mai perdere la fiducia negli ideali in cui crediamo e senza lasciarci prendere dallo sconforto, a dispetto delle delusioni che abbiamo patito negli ultimi due anni.
Quando qualcuno mi chiede se sia soddisfatto di questo primo biennio del PD, gli rispondo che per un certo lasso di tempo anch’io sono stato tra coloro che non ne potevano più, anch’io mi sono guardato intorno, ma poi ho capito che nessun altro partito mi avrebbe fornito la possibilità unica di scrivere la storia del mio Paese in prima persona; nessun altro partito avrebbe potuto offrirmi incontri ed esperienze entusiasmanti come quelle che ho vissuto.
Quando penso al Partito Democratico, non mi viene in mente solo il suo sguardo verso il domani; mi vengono in mente più che altro i ragazzi con cui collaboro, con cui ci riuniamo e discutiamo, con cui andiamo di notte ad attaccare manifesti e di giorno a distribuire volantini, ascoltando le storie e i problemi della gente, cercando di coinvolgerla ma, prima ancora, di farla sentire meno sola, specie se ci troviamo di fronte a persone anziane che non sanno come arrivare a fine mese.
Talvolta, soprattutto nei momenti più complicati in cui molti perdono la calma, quel dirigente che tutti i giorni tiene aperte le porte della Sezione, si affida ad una sana barzelletta e nell’animo di ciascuno di noi ritorna il buonumore, i problemi si allontanano e diventano più semplici da affrontare perché dentro di noi è svanita la paura di sbagliare.
Qualcuno dirà che è un caso, ma io sono convinto che in questo suo modo di essere c’entri molto il fatto che sua moglie era un’insegnante, a dimostrazione di quanto sia importante circondarsi di persone che vivono a contatto con la realtà di cui per troppo tempo la politica si è disinteressata.
Questo è il PD che vogliamo costruire insieme: un partito sereno, serio ma non serioso, in grado di guidare l’Italia fuori dal dirupo in cui la crisi economica e i mancati interventi del governo l’hanno sprofondata.
Desideriamo un Partito intenso e partecipato, basato sul confronto, sul dialogo, sulla dolcezza, sull’umiltà, sulla gentilezza, su quelle parole che hanno condotto Obama al Nobel e su quei fatti concreti che distinguono i riformisti dai populisti e i progressisti dai conservatori.
Vorremmo tanto che il nostro romanzo diventasse un bel capitolo di un romanzo ancora più grande chiamato Italia, grazie ad un’unione di intenti che non pregiudichi in alcun modo il dibattito e le discussioni, comprese quelle più aspre.
Spesso si è detto che la nostra più grande pecca sia stata quella di aver parlato in troppi. È un madornale errore d’interpretazione: la pecca la commettono i nostri avversari, in un Partito nel quale parlano in pochi e gli altri seguono, al punto da aver messo in dubbio persino l’utilità del Parlamento.
Su questioni come i temi etici (argomenti che attengono alla coscienza ed alle convinzioni di ciascuno di noi), sarebbe inaccettabile imporre una disciplina di Partito o minacciare di espulsione chi vota in maniera coerente con il proprio pensiero e le proprie idee.
Bisognerà giungere ad una sintesi tra le varie posizioni, ma queste sono considerazioni che lascio fare a lei, anche perché non è questo il momento opportuno per parlare di sintesi, visto che nessuno ha ancora proposto qualche rilevante novità.
Quello che tutti noi auspichiamo, forse ancor più del ritorno al governo, è la riscoperta della dimensione civile e sociale della politica; una dimensione in cui sono bandite parole purtroppo comuni come “scontro” o “nemico”.
Il ritorno al governo sarà una diretta conseguenza e quel giorno assaporeremo una delle massime gioie della nostra vita, dato che per la prima volta la vittoria sarà stata costruita dall’impegno di milioni di persone che continuano a lavorare per questo risultato, senza lasciarsi illudere da attese messianiche.
Libertà, democrazia ed uguaglianza: sono queste le strade da percorrere e noi vogliamo percorrerle insieme, passandoci la borraccia proprio come Coppi e Bartali e riscoprendo il valore della solidarietà, vitale per ogni democrazia ed imprescindibile per un Partito che si propone come punto di riferimento di tutti coloro che non possono più accettare di vivere in un’Italia bloccata, con una politica imperniata sull’egoismo, sul desiderio di sopraffazione e su un’intollerabile clima di sospetto e di violenza che ci sta lentamente soffocando.

Roberto Bertoni

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