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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Lâ??Iran non si arrende (Lettera aperta ai ragazzi iraniani)
Lâ??Iran non si arrende (Lettera aperta ai ragazzi iraniani)

Questa settimana ho visto sui giornali una foto che non dimenticherò mai: una ragazza di sedici anni, Neda Soltani, stesa in terra con il volto coperto di sangue. Era una delle tante ragazze che da giorni si riversano nelle vie di Teheran per protestare contro i brogli orditi dal Regime per consentire ad un figuro come Ahmadinejad di rimanere alla guida dell’Iran.
Li abbiamo osservati con attenzione quei ragazzi che continuano a manifestare con coraggio, rischiando di essere uccisi, arrestati, massacrati di botte, rapiti e portati chissà dove. Ammiriamo la loro audacia, la loro sfida ad un sistema crudele e violento, il loro messaggio di speranza in un mondo in un cui, purtroppo, noi occidentali ci dimentichiamo spesso dell’importanza degli ideali.
Per questo, ispirati dai loro sogni di libertà e democrazia e dai loro vessilli verdi, che testimoniano la volontà di tenere alta la propria bandiera qualunque sia il prezzo da pagare, abbiamo deciso di scrivere una lettera a Neda e alle migliaia di ragazzi che desiderano solo vivere in un paese più giusto.

Cara Neda, cari ragazzi iraniani,
la mia generazione è, forse, quella che comprende meglio la vostra rivolta e la straordinaria forza morale con la quale vi state battendo per cacciare via un usurpatore che vi sta rubando il domani. Nonostante sia per noi giovani uno strumento di lavoro e di svago quotidiano, non avremmo mai creduto che internet potesse divenire così imprescindibile, pur vivendo in una società globalizzata nella quale le notizie viaggiano da un capo all’altro del mondo nel giro di pochi secondi.
Come sapete, la nostra Italia è una democrazia: abbiamo moltissimi difetti, ma nessuno ci ha ancora tolto la libertà di parola o d’espressione. Va detto, in proposito, che anche il nostro Premier non è uno che scherza da questo punto di vista: quanto ad autoritarismo, censure e attacchi alla stampa ha poco da invidiare addirittura al suo caro amico Vladimir Putin. I problemi, da noi, sono la quiescenza, il servilismo, l’auto-censura messa in atto dalla maggior parte dei giornalisti: non rischiano la vita come nel vostro Paese, ma chi dà fastidio in Italia rischia la poltrona e sono sempre meno i cronisti disposti a sacrificarsi per inseguire gli ideali di giustizia e libertà. Soprattutto da questa considerazione derivano la nostra stima e il nostro rispetto per voi: ci avete insegnato che chi aspira alla libertà deve avere il coraggio di sacrificarsi, di difenderla da qualunque assalto, di battersi per essa anche quando il nemico da fronteggiare è armato e feroce.
Da settimane, assistiamo con apprensione a ciò che succede nelle strade di Teheran. Sono pochi coloro che ricordano cosa voglia dire vivere il dramma di una guerra civile. Noi ragazzi, per fortuna, non abbiamo mai conosciuto da vicino la tragedia di una guerra. Anche qui sono accaduti fatti incresciosi, sui quali è opportuno riflettere e che non vanno dimenticati per preservare la memoria storica che spesso ci manca, ma perfino la repressione contro i monaci birmani ci parve, a suo tempo, meno cruenta del massacro che state subendo voi ogni giorno.
Non entro nel merito della cronaca, non certo perché non mi interessi ma perché di quella, almeno qui, ne siamo in qualche modo a conoscenza; preferisco confrontarmi a viso aperto con dei coetanei ai quali mi sento particolarmente vicino in un momento in cui stanno patendo un dolore che va al di là delle percosse e degli scontri con le milizie filo-governative.
Mi è capitato spesso, in questi giorni, di immaginare le vostre case, le vostre scuole, le vostre università, le vostre famiglie che si raccomandano affinché evitiate di farvi coinvolgere in azioni incivili, così come i nostri genitori ci ripetono ogni volta che scendiamo in piazza per opporci alle riforme di questo o quel ministro della Pubblica Istruzione. Ammetto sinceramente che ho provato un po’ di vergogna dopo aver formulato questa riflessione, poiché mi sono accorto che il paragone non regge, che una manifestazione contro Fioroni o contro la Gelmini non ha nulla a che vedere con le vostre, che qui nessuno rischia la vita, anche se non sono mancati disordini ed episodi indecenti, dovuti a provocazioni e aggressioni di stampo fascista.
In questi giorni in cui sto svolgendo gli Esami di Maturità, ho pensato molto anche ai vostri insegnanti, alla loro disperazione nel vedere i propri studenti cadere sull’asfalto, sotto i colpi mortali di altri ragazzi che hanno scelto di battersi per falsi ideali e di difendere una dittatura tra le più abominevoli che si siano mai viste.
Chissà se avete avuto modo pure voi di appassionarvi al libro “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi; chissà quante lezioni di professori aperti ed idealisti come la Nafisi avete ascoltato; chissà quante volte avete deprecato, come noi, la vergogna delle pubbliche impiccagioni che non viene risparmiata neanche ai minorenni.
Non mi meraviglierei se qualcuno di voi, leggendo queste parole, si arrabbiasse e replicasse che è semplice incitare gli altri alla lotta quando si sta comodamente seduti davanti al computer a casa propria. Mi rendo conto che non sia facile instaurare un dialogo in questo periodo di sangue, terrore e paura. Eppure, specie noi giovani, dobbiamo tenderci la mano, provare a capirci, dimostrare agli impostori che hanno trasformato il vostro splendido Paese in un mattatoio che la loro arroganza non potrà mai prevalere.
Il presidente americano Obama ha provato più volte, nei mesi scorsi, ad instaurare un dialogo con il Regime degli Ayatollah, ma siamo convinti che abbia commesso un errore strategico, cercando di discutere con chi rifiuta ogni forma di confronto e conosce solo l’odio e la prevaricazione come mezzi espressivi del proprio potere. Qualcuno auspica che la sua Amministrazione abbandoni la linea del dialogo e imbocchi nuovamente la via delle minacce cara a Bush; noi, al contrario, auspichiamo che Obama intensifichi i tentativi di dialogo ma cambi obiettivo, venendo a parlare con voi, sfidando senza remore una tirannide che, per il bene dell’umanità, va sconfitta il prima possibile.
Siamo sicuri che nessuno, per quanto Ahmadinejad e i suoi scherani e burattinai siano agguerriti, possa fermare le tecnologie di cui vi servite per lanciare al mondo richieste d’aiuto. Potranno bloccare internet e gli SMS, censurare ogni informazione televisiva, impedire ai giornali di pubblicare notizie sgradite e, forse, riusciranno anche a limitare la potenza di Twitter; ma non potranno mai fermare tutti questi canali insieme e riceveremo ancora filmati, fotografie, messaggi, non smetteremo di indignarci e di manifestarvi solidarietà.
La battaglia contro Ahmadinejad e tutto il male e l’orrore che rappresenta sarà durissima, ma sappia questo sosia di Hitler che non daremo tregua alla sua prepotenza, considerando che l’Occidente non si stancherà mai di condannarlo, di contestarlo, di dichiarare illegittima la sua elezione e di non riconoscerne il ruolo visto che una fonte informa che avrebbe preso soltanto un misero dodici per cento di consensi.
Quanto a voi, non mi permetto di impartirvi lezioni o di indurvi a resistere ulteriormente poiché mi rendo conto che la situazione diviene ogni giorno più pericolosa e incandescente e che troppi ragazzi sono già morti per riconquistare il loro diritto calpestato di costruire insieme un futuro migliore. Lo sognava anche Neda, che adesso è il simbolo di questa “Primavera di Teheran”. È stato impressionante il confronto tra le sue foto da viva e da morta: una ragazza bellissima, solare, piena di vita, di ambizioni, di aspettative, di speranze che giace inerte sull’asfalto, sotto gli occhi del padre che grida disperato: “Non te ne andare, in nome di dio, Neda, non te ne andare”. L’assassinio si è verificato in via Amirabad e la strada è già stata ribattezzata via Neda.
Pure quando i riflettori si spegneranno e si comincerà a parlare esclusivamente di bagni e avventure estive dei divi, noi ragazzi non vi abbandoneremo.
Da lettori, ci è piaciuta molto la scelta de “l’Unità” di tingere di verde la tradizionale striscia rossa sotto la testata, per rivendicare la libertà dell’Iran.
Non so se leggerete mai questa lettera, ma se vi dovesse capitare, magari tradotta in inglese da qualcuno, spero vi sia di conforto un messaggio apparso sul sito de “l’Unità” e sulla striscia verde di giovedì 25 giugno: “Neda aveva i nostri jeans, le nostre magliette. Abbiamo visto in lei le nostre sorelle, le nostre compagne, noi stessi. Con lei abbiamo visto per la prima volta morire una donna libera…”.
Il nostro auspicio è che venga il prima possibile il giorno in cui possiate godere l’ebbrezza dei capelli scompigliati dal vento – come sperano molte ragazze – senza più dover indossare veli né burqa di nessun genere.
Nel frattempo, sarei grato ai sindaci delle nostre città se intitolassero tutti una via a Neda Soltani e se, sfruttando in particolare le nuove tecnologie, si creasse un grande movimento internazionale per gridare con una sola voce: “Siamo tutti iraniani”.

Roberto Bertoni

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