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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Voterò sÏ per fermare il berlusconismo
Voterò sÏ per fermare il berlusconismo

Ciò che più rattrista, in quest’ultima settimana che precede il referendum per cui saremo chiamati alle urne domenica 21 e lunedì 22 giugno, è il comportamento dei mezzi d’informazione. Hanno ragione Segni, Guzzetta e gli altri esponenti del comitato referendario quando denunciano l’oscuramento mediatico di questa tornata elettorale, dovuto al crescente peso politico della Lega Nord che ha indotto Berlusconi a compiere una delle sue tante marce indietro. Sappiamo benissimo che il Premier vorrebbe votare sì, che secondo la sua visione una vittoria del sì sarebbe conveniente, ma sappiamo anche che appoggiare il sì gli sarebbe costato l’appoggio della Lega nei ballottaggi delle numerose Amministrative che si svolgeranno sempre il 21 e 22 giugno.
Ma allora perché anche noi abbiamo deciso di schierarci a favore del sì, se è il voto prediletto dal partito di Berlusconi che è il nostro principale avversario?
La scelta non è semplice e spiegarla è ancora più complesso. Cercheremo di essere chiari e convincenti, premettendo fin da subito che non si tratta di una scelta idealista ma di una decisione maturata in base ad un semplice calcolo politico da non sottovalutare.
Escludendo a priori la via dell’astensione (che consideriamo sbagliata e anti-democratica), abbiamo riflettuto a lungo su come comportarci all’interno del seggio.
Prima di spiegare cosa accadrebbe a seconda dei vari risultati, è doveroso far capire ai lettori quali sono i tre quesiti referendari sui quali sono chiamati a pronunciarsi. I primi due prevedono l’abrogazione dell’attuale calcolo del premio di maggioranza: se passa il sì, il premio non andrà più alla coalizione bensì al partito che ottenga la maggioranza relativa (il che, di questi tempi, significherebbe avere un PDL oltre il 50 per cento), e le schede sono divise poiché una vale per la Camera e l’altra per il Senato. Il terzo quesito, invece, chiede ai cittadini se sono favorevoli o meno all’abrogazione della possibilità per un candidato di presentarsi in più collegi; e su questo punto credo che nessuno abbia dei dubbi su come comportarsi, dato che un’eventuale vittoria del sì impedirebbe a Berlusconi e ai suoi notabili di fare il giochino che riesce loro meglio: presentarsi in varie circoscrizioni e portare decine di migliaia di voti al proprio partito, frodando gli elettori come è avvenuto alle recenti Europee.
Considerando che il terzo quesito non dà adito a particolari incertezze, andiamo ad esaminare i possibili scenari e le conseguenze che si verificherebbero a seconda dell’esito degli altri due.

Se prevalesse il no o non si raggiungesse il quorum
Essendo tre referendum, non è da escludere che si potrebbe verificare il singolare caso che si raggiungesse il quorum ma non per tutti e tre i quesiti. Nel caso in cui i primi due venissero bocciati, la Lega potrebbe tirare un sospiro di sollievo e presentarsi di fronte ai propri elettori con una nuova vittoria da esibire. A Berlusconi, in cuor suo sostenitore del sì come la maggior parte del PDL, tutto sommato andrebbe bene poiché il partito più forte sarebbe sempre il suo, gli alleati avrebbero ottenuto ciò che vogliono e quindi si sentirebbero meno minacciati e, di conseguenza, lui potrebbe impostare la propria politica senza dover subire i ricatti di un partito in continua crescita e indispensabile per gli equilibri all’interno della maggioranza.
Inoltre, in vista delle Regionali del prossimo anno, approfittando anche delle difficoltà del Partito Democratico, che in ottobre dovrà affrontare un appuntamento congressuale tutt’altro che semplice, potrebbe anche accordarsi sulla spartizione delle candidature nel nord e cedere a Bossi una sola regione, presumibilmente il Veneto o la Lombardia.
Senza dimenticare che una Lega rassicurata e rafforzata non avrebbe motivo di minacciare crisi di governo e, in cambio degli accordi in vista delle prossime Regionali, continuerebbe a votare compattamente a favore di tutte le leggi vergogna e bavaglio che l’esecutivo sta portando in questi mesi in Parlamento.
Scampato il pericolo di un PDL autosufficiente, incassati ottimi risultati sia alle Politiche sia alle Europee sia alle Amministrative e avviato il federalismo fiscale, la Lega avrebbe raggiunto quasi tutti i suoi obiettivi e sarebbe disposta ad accontentarsi di una sola regione, evitando magari di dover fare rimpasti di governo nonché malumori, crepe, divisioni e turbamenti che, a lungo andare, si rivelano sempre nocivi per la maggioranza.

Se prevalesse il sì e si raggiungesse il quorum
Lo scenario sarebbe radicalmente diverso se prevalesse il sì e si raggiungesse il quorum in questi due quesiti referendari. Se ciò accadesse, infatti, la Lega sarebbe la grande sconfitta della tornata elettorale e la sua posizione all’interno della maggioranza sarebbe più debole. Senza contare l’incredibile perdita di potere contrattuale che subirebbe, considerando anche che Berlusconi ha una visione autoritaria del potere e non aspetta altro che poter governare da solo senza l’intralcio di alleati scomodi e oppositori ai suoi progetti.
A quel punto la Lega, di sicuro, si presenterebbe ad Arcore o a Palazzo Chigi e batterebbe i pugni sul tavolo, chiedendo garanzie e rassicurazioni.
Probabilmente, Bossi pretenderebbe la guida di due regioni per recuperare il proprio peso e il proprio potere contrattuale, minacciando, in caso di risposta negativa del Premier, la crisi di governo o l’assenza in aula al momento del voto su qualcuna delle leggi che gli garantiscono l’impunità e un’influenza decisionale da satrapo persiano.
Per non parlare poi delle Regionali. Berlusconi sa bene che, senza la forza della Lega, al nord faticherebbe molto di più a vincere e perderebbe alcune città in cui la Lega sfiora o supera il 30 per cento dei consensi. Escluso il lombardo-veneto, senza la Lega il PDL dovrebbe sudare molto di più per vincere in regioni come la Liguria e il Piemonte, che nel 2005 hanno votato a sinistra e dove la sinistra ha espresso i propri sindaci alla guida delle due città capoluogo.
Premesso che l’Emilia Romagna è da sempre una “regione rossa”, va detto che la Lega è cresciuta visibilmente, intercettando quei voti di elettori di sinistra delusi e confusi dalla linea politica del Partito Democratico. Tuttavia, si tratta di persone che sono, magari, disposte a votare Lega poiché lo considerano un partito distante dalle vecchie logiche di destra e sinistra, ma non voteranno mai PDL dato che lo identificano con un’idea di destra troppo lontana dalla loro visione del mondo.
E poi c’è la questione meridionale. Se pensiamo che perfino in una roccaforte come la Sicilia, le vicende legate all’immondizia a Palermo e la scelta del governatore Lombardo di azzerare la giunta hanno creato non pochi grattacapi alla maggioranza di centrodestra, immaginate cosa accadrebbe se la Lega non sostenesse apertamente il PDL in regioni che, per ragioni storiche, sono attratte da idee separatiste e vivono sulla propria pelle il problema dell’immigrazione su cui la Lega ha idee assai più marcate del partito di Berlusconi.
In Campania, denunciando ed enfatizzando le pecche dell’amministrazione Bassolino, il PDL, se sceglie un candidato di spessore, potrebbe avere gioco facile, ma già in Puglia (dove c’è quella gran persona e quell’ottimo politico di Vendola) la situazione sarebbe più complicata, così come in Calabria, per quanto il terreno sia un po’ meno aspro di quello pugliese.
Uno scenario del genere causerebbe non pochi problemi ad un Premier la cui credibilità è stata già ampiamente minata dalle vicende degli ultimi mesi e, probabilmente, restituirebbe coraggio e fiducia ad un’opposizione che fino a questo momento non è riuscita a presentare al Paese un’alternativa credibile.

Su questa considerazione, concludiamo l’analisi dei possibili scenari e andiamo ad analizzare l’operato dell’opposizione e il futuro immediato di un Paese che, visto l’assoluto immobilismo del governo, in autunno rischia di ritrovarsi inerme di fronte all’apice della crisi economica che sta investendo il mondo.
Con buona pace dei critici a oltranza (i più pericolosi e inefficaci), ci tengo a premettere che a me il comportamento dell’opposizione è piaciuto. Certamente si sarebbe potuto fare di più; come detto, non è stata ancora in grado di proporre un’alternativa credibile su alcune questioni cruciali, ma nel complesso il comportamento del centrosinistra è stato positivo.
Qualcuno, nel leggere queste parole, starà storcendo la bocca poiché si era abituato al modo di fare opposizione del centrodestra nel biennio del governo Prodi. Ci spiace per gli scettici e per coloro che invocano ogni giorno toni più duri, ma quella attuale è un’opposizione civile e responsabile, quella che vedevamo all’epoca era un’orda inferocita che aggrediva e insultava la maggioranza senza tregua fino ad abbandonarsi a gesti inqualificabili come mangiare la mortadella in Senato per festeggiare la caduta dell’esecutivo. Se oggi si verificassero episodi simili, questa rubrica sarebbe la prima a stigmatizzare gli autori e a chiederne la sospensione dall’aula per un lungo periodo perché in nessun caso è consentito trasformarsi da parlamentari in lanzichenecchi e lasciarsi andare ad atteggiamenti che non hanno nulla a che vedere con la democrazia.
Tralasciando Di Pietro e l’Italia dei Valori, che nell’ultimo anno ha raddoppiato i propri voti e si è rivelato un partito solido e deciso, è doveroso occuparsi del Partito Democratico e di ciò che non ha funzionato dall’aprile 2008 ad oggi.
La reazione del PD alla sconfitta elettorale patita nella primavera dello scorso anno è stata magistralmente descritta da Edmondo Berselli nel primo capitolo del libro “Sinistrati”: “Dopo che ci è arrivato addosso il tram, in quel fatale e crudelissimo mese d’aprile, ci abbiamo messo un po’ di tempo per capire che cosa era successo. Sulle prime siamo rimasti seduti fra le rotaie, frastornati. Poco dopo ci siamo rialzati, non ancora del tutto coscienti. Ci siamo spolverati i pantaloni a testa bassa, poi lentamente ci siamo avviati verso casa stringendo i denti, cercando di mostrare un atteggiamento disinvolto e indifferente, come Fantozzi dopo una martellata sulle dita, e sperando che la gente intorno non ridesse”.
Anche lo slogan coniato dal giornalista emiliano per prendere un po’ in giro la concezione veltroniana della politica è tremendo quanto, purtroppo, indovinato: “I care. We can. They win”. E pure noi, al pari di Berselli, ci siamo posti spesso la domanda: “Ma se il mondo è di destra, noi che cosa abbiamo fatto di male per nascere di sinistra?”. Niente, non abbiamo fatto niente di male. Essere di sinistra significa credere in una società aperta, plurale e multietnica, in un futuro migliore da lasciare alle nuove generazioni, in un’informazione libera e indipendente, in quei valori di cui proprio Veltroni è stato uno dei massimi fautori, trovando il coraggio di presentare all’Italia il progetto di un partito completamente diverso da quelli del passato e privo delle vecchie ideologie che hanno caratterizzato i grandi partiti del Novecento.
L’idea di Veltroni era quella di costruire e radicare un partito nuovo, che andasse oltre gli steccati ideologici di un tempo; un partito da cui si sentissero rappresentati ex comunisti ed ex democristiani, ex socialisti, esponenti del mondo sindacale e di Confindustria, imprenditori e operai, intellettuali e persone comuni: insomma, tutti coloro che desiderano creare insieme un’Italia più forte e unita, che intende governare insieme nell’interesse generale e liberarsi per sempre di quella cultura dell’odio e del sospetto che per troppo tempo ha avvelenato la politica italiana.
Ebbene, quel progetto è più vivo che mai, soltanto che si è un po’ arenato. Perché? Da mesi, sociologi, politologi, opinionisti e commentatori si affannano per indicare una risposta convincente al quesito. La mia idea è più semplice delle dotte analisi che sento e leggo ovunque: si è perso e, come recita l’antico detto: “La vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è sempre orfana”. Quando si accusa un divario di quasi dieci punti percentuali rispetto all’avversario, è normale che i primi a finire sotto processo siano i dirigenti, a cominciare dal segretario e dai suoi fedelissimi. Non deve essere stato facile per Veltroni organizzare l’opposizione e incoraggiare gli esponenti del PD che in pochi mesi si sono trovati a fronteggiare un ruolo che non avevano messo in conto in un partito che non si è ancora ben radicato sul territorio, a differenza di DS e Margherita ma anche del vecchio Ulivo.
Il Partito Democratico, per il momento, è un grande progetto riformista che non si è ancora avviato, pur avendo preso parte a varie elezioni. Ufficialmente è nato il 14 ottobre 2007, con le Primarie che hanno incoronato Veltroni segretario, e ufficiosamente è rinato in febbraio quando, dopo le dimissioni di Veltroni, la sua guida è stata affidata a Dario Franceschini che, sia pur tra mille difficoltà, ha gestito al meglio una campagna elettorale in cui aleggiava addirittura lo spettro del fallimento definitivo del PD.
Siamo molto distanti dalla prospettiva di un partito “a vocazione maggioritaria” di cui parla Veltroni nel libro “La nuova stagione”, ma su questo punto è bene fare chiarezza.
Da allora, abbiamo ascoltato parecchie irrisioni di questo concetto che in realtà significa esattamente l’opposto di ciò che affermano i vari detrattori. Partito “a vocazione maggioritaria” non vuol dire che il partito di maggioranza debba superare per forza il 50 per cento dei consensi, ma che debba avere una coerenza al proprio interno e non ripetere gli errori del secondo governo Prodi: una babele che comprendeva tutto e il contrario di tutto.
Quando uscì “La nuova stagione”, non c’erano ancora state le Primarie e sentite cosa scrisse Veltroni: “È precisamente questo che intendiamo, quando diciamo che il Partito Democratico è un partito <<a vocazione maggioritaria>>: un partito che punta a non rappresentare questa o quella componente identitaria o sociale, per quanto ampia possa essere, ma a porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore”. Accusava implicitamente la babele dell’Unione: “L’Italia ha bisogno di un partito che si proponga di dare cultura di governo al bipolarismo italiano. Se le parole hanno un senso, questo significa che il Partito Democratico nasce per superare l’idea che quel che conta è vincere le elezioni, cioè battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese”. Per questo, poi, alcuni lo hanno accusato di aver provocato la caduta del governo Prodi, dimenticando che dei senatori che hanno negato la fiducia all’esecutivo nessuno faceva parte del PD, pur essendo stati eletti, per lo più, nelle file dell’ex Margherita. Diceva prima degli altri, quando gli altri tacevano per paura, una verità sulla quale siamo sempre stati tutti d’accordo.
Vedete dove siamo arrivati parlando del referendum? Siamo arrivati ad analizzare l’operato dell’opposizione e le numerose sfide che essa dovrà affrontare nei prossimi mesi. Siamo arrivati a parlare di futuro, a guardare avanti, a progettare, a ribadire che un’Italia migliore è possibile ma, per realizzarla, ci si deve prima liberare di quel fardello che è il berlusconismo, il quale sta inquinando ogni settore della vita italiana. Non è un caso se ho detto il berlusconismo e non Berlusconi, perché la mia più grande paura è che il berlusconismo possa sopravvivere al suo leader come il fascismo è sopravvissuto a Mussolini, pur mascherandosi e utilizzando formule espressive meno violente.
Domenica 21 e lunedì 22, è opportuno che tutti quelli che auspicano un’Italia diversa si rechino alle urne e votino sì a tutti e tre i quesiti, affinché il semplice calcolo politico di cui parlavamo all’inizio diventi e sia orientato verso quella “rivoluzione culturale e morale” che Veltroni ha teorizzato e che ora tutti noi siamo chiamati a mettere in atto.

Roberto Bertoni

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