| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
Come è stato sottolineato, sia pur meno del dovuto, da commentatori e opinionisti, il dato più evidente di queste elezioni Europee è stato il forte astensionismo che si è verificato in tutta Europa. In confronto alle altre nazioni, l’Italia, con il suo 66 per cento, ha avuto una media di votanti superiore del 23 per cento, a dimostrazione che la nostra democrazia è meno immatura di quel che sostengono gli scettici a oltranza.
L’altro dato importante, che ci rende felici, è stata la battuta d’arresto di Silvio Berlusconi e del Popolo della Libertà, fermo al 35 per cento e distante di cinque-dieci punti da ciò che il Premier si aspettava. Sarei falso se dicessi che me l’immaginavo, che ero certo di questa perdita di voti da parte del PDL; in realtà, ero tra i più pessimisti, tra coloro che temevano addirittura il doppiaggio del PDL sul PD e l’accoppiata PDL-Lega al 55 per cento. Per fortuna, le mie preoccupazioni, e quelle di tutti coloro che credono ancora nel valore della democrazia, sono state fugate dal voto degli italiani. L’esito delle urne non è stato certo favorevole al PD, che in un anno ha perso circa quattro milioni di voti e, rispetto alle precedenti Amministrative, numerose province e comuni. Tuttavia, in un momento così complicato sul piano politico, economico e sociale, ci basta sapere che Berlusconi sarà costretto d’ora in poi a sottostare ad ogni richiesta della Lega per riacquisire un po’ dell’ottimismo perduto. Su “la Repubblica” di martedì 9 giugno, Ezio Mauro ha parlato di una “crepa aperta” all’interno della maggioranza e ha affermato: “Bisogna partire da qui, dalla sorpresa psico-politica di un Paese che non si consegna mani e piedi al suo incantatore, convinto di averlo sedotto dopo la conquista. Certo, il premier può consolarsi con la netta sconfitta del PD che cala precipitosamente di 7 punti. Ma proprio da questo dato nasce una domanda che non si può eludere: di fronte al calo fortemente annunciato del PD e mentre le sinistre battono in ritirata in tutta Europa, come mai in Italia la destra non se ne avvantaggia, ma anzi perde due milioni di voti, per di più senza che sia suonato un allarme, come un vuoto che si allarga all’improvviso in un meccanismo di consenso che si pensava garantito? Oltre la soglia dei numeri, che parlano chiaro, c’è in politica una soglia simbolica che parla all’immaginario dei cittadini. Nei due principali partiti l’ultimo anno aveva fissato destini rovesciati. Per il PD si profetizzava la polverizzazione, lo schianto, la sicura scissione (annunciata pubblicamente proprio dal Cavaliere), dunque la fine dell’avventura cominciata meno di due anni fa con Veltroni. Per il PDL, al contrario, si annunciava lo sfondamento, con una crescita capace di portare la destra oltre la maggioranza assoluta, in modo da poter cambiare la Costituzione da sola, senza più impacci e condizionamenti”. Ha avuto parole piuttosto dure anche nei confronti del Partito Democratico, ma le critiche vanno sempre accettate, soprattutto se provengono da un giornalista così esperto, capace e, per essere onesti, da un uomo che di sicuro tiene molto alle sorti dell’unico grande partito riformista che si sia avuto nella storia politica italiana. Non si può che essere d’accordo, quando Mauro scrive: “La crepa dunque è aperta: ma non avvantaggia il PD. I democratici sono giunti all’appuntamento con il voto logorati da un anno avventuroso, da risultati sempre critici, dal cambio traumatico non solo di un leader, ma del primo segretario, il fondatore. Le due anime assistono guardinghe ad ogni mossa di Franceschini, lo tengono in equilibrio precario, invece di fondersi si misurano a vicenda quotidianamente. Invece di sommarsi si depotenziano nei veti reciproci. Invece di fondare un nuovo riformismo guardano alle vecchie eredità, che non abbandonano per paura e per calcolo cinico. Piuttosto di lasciare spazio ai giovani (Debora Serracchiani, che ha scalato il partito da sola, ha superato nelle preferenze il capolista arrivato da Roma nel Nordest e persino Berlusconi) si stringono nella vecchia foto di famiglia dell’apparato, sempre uguale a se stessa. Così il partito soffoca appena nato e non decolla, mentre dovrebbe essere liberato per prendere il largo, affidato a forze nuove, con i vecchi capi che garantiscono un deposito di esperienza e di tradizione”.
Molti, in queste settimane, hanno discusso su vizi e virtù di Berlusconi, cioè su ciò che il Cavaliere possiede; quasi nessuno, salvo poche eccezioni, ha riflettuto su ciò che a Berlusconi manca ed è invece fondamentale per il Paese: una visione politica. Nelle critiche che gli vengono mosse, è assai raro ascoltare qualcuno che gli contesti la sua pecca più grave: l’assenza di un’idea, di un progetto, di un’ambizione, di un disegno per il futuro dell’Italia che, ogni volta che c’è lui al governo, arretra di parecchie posizioni in ambiti nei quali è pericolosissimo arretrare. Settori come la scuola, la sanità, la ricerca, il mondo del lavoro, la libertà di stampa, quando c’è il Cavaliere a Palazzo Chigi, precipitano nelle classifiche internazionali fino a sfiorare posizioni da stato del Terzo Mondo, scendendo talvolta perfino al di sotto di alcuni paesi sudamericani e africani specie per quel che riguarda l’indipendenza dell’informazione. Ora che al suo fianco si è assiso anche Bossi, seguito dai vari Cota, Calderoli, Borghezio, Castelli, Maroni e tutto il resto della pattuglia leghista, notiamo che l’Italia va a passo di gambero pure sul piano dei diritti umani, subendo durissime critiche da parte del resto del mondo che assiste incredulo ai respingimenti in mare stabiliti da Maroni per aumentare i consensi elettorali del proprio partito.
Non sarebbe male se noi critici di Berlusconi, che da sempre ci opponiamo al suo modo di governare poco rispettoso delle norme democratiche, evitassimo di incalzarlo su questioni che gli fanno sì perdere voti ma, come si è visto, non ci portano poi tanti consensi. È vero che l’Italia dei Valori ha raddoppiato i voti ma è anche vero che, pur essendo un buon partito, da solo non può pensare di governare il Paese. Non sbaglia Di Pietro a comportarsi in questa maniera: la sua visione e la sua prospettiva sono diverse da quelle del Partito Democratico. Il massimo cui può aspirare Di Pietro è un dieci-dodici per cento e la sua battaglia di carattere etico e valoriale è lodevole e da tenere in considerazione quando torneremo al governo, poiché non ci potremo dimenticare del contributo apportato da chi per anni, anche a costo di essere infangato e di subire violentissimi attacchi, ha denunciato gli eccessi e le storture del berlusconismo che altri si sono rifiutati di vedere per puro servilismo. Tuttavia, è vero anche che gli obiettivi del Partito Democratico sono, e devono essere, ben altri. Non ci si può certo accontentare del dieci-dodici per cento quando, pur avendo perso milioni di voti, si sta sopra il venticinque e si punta ad arrivare, come minimo, al trentacinque per cento se non di più. La fase dell’analisi critica del berlusconismo, per quanto fondamnetale, è la prima parte del lavoro che dobbiamo svolgere davanti agli elettori, invitandoli ad aprire gli occhi e a rendersi conto di quanto il Premier sia diverso da come vuole sembrare e da come viene descritto dal suo impero mediatico. La seconda parte del lavoro è quella individuata da Enrico Letta nel libro “Costruire una cattedrale”, ed è cioè la fase costruttiva e propositiva attraverso la quale bisogna elaborare e fornire al Paese una valida alternativa al modello Berlusconi. Non è difficile, considerando l’operato di questo governo, ma è indispensabile che la gente comprenda che dall’altra parte c’è un progetto basato su idee concrete e riformiste e su una visione globale dei problemi nazionali e mondiali, in una fase tra le più difficili della storia moderna.
Per tornare a vincere il Partito Democratico deve trasmettere ai cittadini il seguente messaggio: quando vi recate alle urne e scegliete i vostri rappresentanti, non dovete pensare che vinca solo un simbolo o un insieme di persone, né dovete farvi condizionare troppo da questo esasperato concetto di vittoria perché la politica non è una partita di calcio in cui lo sconfitto prende zero punti; dovete rendervi conto che, accordandoci la vostra fiducia, l’Italia può tornare a pensare in grande, a guardare al futuro con vero ottimismo (ben diverso da quello di facciata esibito dal Cavaliere), ad essere protagonista sulla scena internazionale, ad avere una scuola valida e rispettata, un mercato del lavoro libero e aperto in cui siano rispettati sia gli operai che gli imprenditori, ad essere un paese in cui nessuno sia lasciato indietro, a cominciare dai ceti più deboli e da chi fatica ad arrivare alla fine del mese.
Perché si affermi la proposta del PD, l’Italia deve liberarsi del provincialismo, di questa sorta di sindrome di “NIMBY” (che sta per “Not in my backyard”, Non nel mio cortile) che la affligge da quando ha scelto di affidarsi ad un uomo cui interessano esclusivamente i propri affari. Da un Presidente del Consiglio che sfrutta il Parlamento per far approvare leggi “ad personam” per difendere ed ampliare il suo macroscopico conflitto d’interessi, non ci si può certo aspettare una visione globale dei problemi ed è infatti ciò che più di ogni altra cosa gli manca e ciò su cui, come detto, dovremmo insistere maggiormente. Non ci dimentichiamo che il ministro degli Esteri di questo governo, durante la crisi tra Russia e Georgia di quest’estate, mentre gli altri ministri erano riuniti in un vertice per decidere il da farsi, stava tranquillamente ad abbronzarsi al sole delle Maldive, salvo poi trovare perfino il coraggio di sostenere di aver contribuito “in modo decisivo a formare la decisione dell’Europa”. D’altronde, il povero Frattini va capito: è lo stesso che nel 2004 apprese a “Porta a Porta” dell’uccisione in Iraq di Fabrizio Quattrocchi (alla Farnesina lo sapevano da due ore ma si erano dimenticati di informarlo) e che qualche mese più tardi apprese dai tg dell’uccisione in Arabia Saudita del cuoco Antonio Amato.
Per non parlare poi dell’altissima considerazione di cui godono in ambito internazionale economisti come Tremonti e Brunetta, giuristi come Alfano, pedagoghi come la Gelmini, statisti come Calderoli, femministe come la Carfagna ed esperti di turismo come Michela Vittoria Brambilla.
Questo andrebbe detto, e Veltroni e Franceschini l’hanno ripetuto più volte ma non sono stati ascoltati o non sono riusciti a farsi capire, questo andrebbe spiegato sui giornali, tralasciando le polemiche sulla vita privata del Premier, a meno che, come nel caso delle candidature alle europee di veline e starlette (fortunatamente sventata, anche grazie alle accuse di Veronica) non si leghino a filo doppio con le vicende pubbliche.
Un grande partito non ha tempo da perdere ad inseguire le copertine dei rotocalchi, non può mostrarsi come un gruppo di assatanati che impostano la linea politica sulla base di ciò che scrive “Chi” o “Novella 2000” perché ai lavoratori che guadagnano meno di mille euro al mese (e dunque “Chi” non lo leggono perché non se lo possono permettere) di tutto questo non interessa nulla, ma vogliono risposte chiare e precise, con provvedimenti immediati per garantire loro un po’ di benessere. L’unico modo per farsi ascoltare è rendere palese che al Cavaliere delle esigenze di chi non è miliardario e non frequenta Villa Certosa interessa poco o nulla. E perché ciò accada bisogna continuare ad avanzare proposte, battersi in Parlamento a dispetto dei numeri, continuare sulla strada intrapresa da Franceschini e dargli tempo per portare avanti il suo programma.
Ad ottobre ci sarà un congresso e non sappiamo cosa accadrà fino ad allora; l’auspicio è che Franceschini venga riconfermato ed abbia a sua volta il coraggio di proporre un effettivo rinnovamento, permettendo ai personaggi più esperti di guidare i giovani con la propria esperienza e ai giovani di iniziare il proprio percorso nei quadri dirigenti così da portare quella ventata di freschezza e innovazione di cui abbiamo più che mai bisogno.
Chi sostiene che non sia il momento, che ci vogliano persone già provate e consolidate e tutte le altre balle che vengono messe in giro per screditare le nuove generazioni, è bene che, oltre a meditare sul risultato ottenuto dalla Serracchiani alle Europee, legga con attenzione la storia vera che ho vissuto in prima persona in questi mesi.
Nella mia città, Monterotondo, è stato eletto sindaco con il 56,01 per cento dei voti un ragazzo di ventotto anni. Non è caduto dal cielo, non è stato condotto per mano da qualcuno; si è semplicemente affidato alle persone giuste, ad uno staff eccezionale e alla propria esperienza che, nonostante la giovane età, era già piuttosto vasta considerando che nella precedente legislatura è stato segretario cittadino, consigliere comunale ed infine assessore.
Ebbene, nel nostro comune, oltre ad un sindaco di ventotto anni, sono stati eletti nella coalizione di centrosinistra ben cinque consiglieri sotto i trent’anni (tre del PD, uno dell’IDV e una della lista civica Città Futura, composta da trenta ragazzi quasi tutti sotto i trent’anni), e di undici consiglieri attribuiti al PD i ragazzi sono risultati rispettivamente quarto, quinto e ottavo.
Senza dimenticare che a fare la differenza, durante tutta la campagna elettorale, siamo stati proprio noi, coi nostri sogni, le nostre ambizioni, il nostro entusiasmo, la nostra presenza costante ed attiva, il nostro stringerci intorno ad un coetaneo che stava avendo questa straordinaria opportunità di dimostrare quanto vale una generazione post-ideologica che sa accettare e rispettare le idee di tutti.
Non sono mancati i momenti difficili, le incertezze, le paure, le tensioni, ma è proprio questo il bello della politica, del mettersi al servizio degli altri, di spendere il proprio tempo per le idee e gli ideali in cui credi; è dal confronto e dalla discussione che possono nascere progetti straordinari che coinvolgono altri ragazzi e creano una spirale virtuosa che porta poi a risultati strepitosi come quello conseguito a Monterotondo.
Non scorderò mai la cena a base di pizza che abbiamo organizzato in una delle zone più belle della città: sono accorsi quasi duecento ragazzi più del previsto e ad assistere al concerto, in cui si è esibito anche il candidato sindaco, eravamo almeno in cinquecento, se non di più.
Negli occhi di tutti c’era la fiera determinazione di farcela, di raggiungere onestamente un obiettivo che sentivamo ogni giorno più nostro, di affermare non solo noi stessi ma soprattutto il valore di una generazione troppo spesso sottovalutata.
Era impressionante l’impegno con il quale un ragazzo di venticinque anni, il principale membro dello staff del candidato sindaco, lo accompagnasse casa per casa, quartiere per quartiere, a parlare con la gente, ad ascoltarla, a conoscerla, a capirla, ad accettarne le critiche e le proposte.
Anch’io, nel mio piccolo, sostenendo il candidato che è arrivato quinto con 217 voti di preferenza, ho avuto modo di conoscere meglio la mia città, di guardare negli occhi la gente e di assistere a scene di emozione quando si accorgevano che la nostra passione era sincera, genuina, intenzionata ad apportare un cambiamento duraturo e migliorativo alla politica della nostra comunità.
Siamo partiti da basi solide, in un comune in cui gli amministratori, i cosiddetti “grandi”, sono stati sempre al nostro fianco con la loro esperienza e la loro abilità nel districarsi nelle questioni più ingarbugliate, e siamo andati avanti trascinati dalle nostre speranze, dalla nostra volontà di rendere un servizio al paese in cui siamo cresciuti e che adesso vogliamo consegnare a coloro che oggi sono bambini ancora più bello e pieno di attività e strutture.
Non sto qui a spiegarvi il programma con il quale abbiamo vinto perché sarebbe troppo lungo; posso solo dirvi che ai primi posti ci sono parole come scuola, cultura, istruzione, ambiente, bioedilizia, valorizzazione delle imprese e del mercato del lavoro, lotta al degrado urbano, integrazione sociale, tolleranza, rispetto delle diversità ed arricchimento tramite esse. Non per essere presuntuosi, ma non è più o meno ciò che sta facendo Obama negli Stati Uniti?
Non dobbiamo aspettare che venga un Obama a liberarci da Berlusconi; di persone capaci e competenti, specie tra i giovani, ne abbiamo a milioni, basterebbe dare loro la possibilità di esprimersi e di mettere a frutto le proprie capacità.
Ascoltare un amministratore che parla di sicurezza puntando sull’integrazione sociale, consente di guardare al domani con maggiore speranza poiché rende evidente che questo governo della discriminazione e dell’intolleranza si possa battere sia localmente sia a livello nazionale.
Sulla copertina di “Diario” di questo mese c’è una frase bellissima: “Arriverà una generazione che riprenderà il discorso, per un inizio ci vuole sempre qualcuno che vede le cose per la prima volta”.
Il momento di iniziare è arrivato, quella generazione c’è, siamo noi e dobbiamo ritrovare il coraggio di credere in noi stessi. Ora che la democrazia è salva grazie al mancato sfondamento di Berlusconi, dobbiamo lavorare al massimo per riprendere e portare avanti i discorsi che hanno posto le basi per la nascita della Costituzione e il ritorno alla piena libertà in questo Paese.
Roberto Bertoni
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