| Mercoledì, 08 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 21:44
Alcuni mesi dopo aver scritto una lunga lettera a Walter Veltroni, quando era ancora segretario del PD, scrivo al nuovo segretario del Partito Democratico, in vista di una tornata elettorale i cui esiti sono decisivi per il futuro e la stabilità del nostro Paese.
Caro Dario Franceschini,
torno volentieri a scrivere al segretario del PD, certo come allora che le mie riflessioni saranno non solo ascoltate ma anche considerate con attenzione.
Parto da ciò che ha affermato Tobia Zevi (un dottorando classe 1983) su “l’Unità” di domenica 24 maggio. Il suo intervento si intitola “Sogno un partito che pensi in grande”, e nel tratto più significativo espone alcuni concetti sui quali è opportuno riflettere: “C’è bisogno di un partito capace di pensare in grande. Di respiro internazionale, non provinciale. Guardiamo a Obama: al centro della sua politica c’è “la forza del messaggio” e una strategia per affrontare i problemi su scala mondiale. A partire dai diritti umani, dalla volontà di dialogare (per esempio con il mondo arabo), senza coltivare illusioni ma mostrando la distanza da Bush. Serve un partito che insista sul profilo europeista: che parli le lingue, che si batta perché tutti facciano l’Erasmus, che spinga l’Italia ad avere un peso nelle istituzioni europee. È un risultato che si raggiunge anche attraverso la formazione di una classe politica che si sia confrontata con le esperienze delle altre nazioni”. Non sono questi i valori fondanti del Partito Democratico? Non è questa la sfida che ci siamo posti a partire dal 14 ottobre 2007, quando, in oltre tre milioni, ci siamo recati a votare per le Primarie che elessero Walter Veltroni segretario? Mi rendo conto che si tratti di domande retoriche, ma sono meno scontate di quel che si pensi. Talvolta, infatti, ho l’impressione che alcuni di noi si dimentichino di questi princìpi, che tendano quasi ad accontentarsi del grande lavoro compiuto in questi anni, dimenticandosi che quando ci si ferma si torna automaticamente indietro di molte posizioni.
Quando scrissi a Walter Veltroni non avevamo ancora subito la brusca sconfitta alle Regionali sarde che hanno portato alle sue dimissioni, ma soprattutto erano trascorsi pochi giorni dall’insediamento ufficiale di Barack Obama alla Casa Bianca e avevo manifestato il mio desiderio di iniziare a dedicarmi attivamente alla politica, non perché il giornalismo mi stia stretto ma perché sento un irrefrenabile desiderio di mettere le mie capacità e la mia passione al servizio degli altri, ed in particolare dei ceti sociali più deboli e svantaggiati. Nel corso dei mesi quella passione si è rafforzata, si è trasformata in un impegno serio e concreto all’interno dei Giovani Democratici del mio paese, di cui da alcune settimane sono stato nominato responsabile del settore scuola. Non cito questo dato personale per vanità, ma perché in questa lettera voglio partire proprio dalla scuola, dall’istruzione e da ciò che ha rappresentato e rappresenta per l’Italia. Una delle molle più potenti che mi ha spinto ad avvicinarmi alla politica, oltre all’elezione di Obama negli Stati Uniti, è stata la candidatura come sindaco (in seguito a vere e combattute Primarie) di un ragazzo di ventotto anni che di mestiere fa l’insegnante precario e ha scelto di mettere la vita al servizio della propria comunità, a cominciare dai giovani, che per troppo tempo le istituzioni hanno trascurato, delusi e umiliati con accuse d’ogni sorta e riforme come quella della Gelmini.
Come detto, parto dalla scuola perché credo fermamente che la cultura e il sapere siano le basi di ogni società civile e democratica, nonché i punti di riferimento sui quali ci dobbiamo basare per realizzare insieme quel grande sogno di un’Europa unita anche politicamente che animò gli statisti che gettarono il seme di questo progetto in un mondo ancora diviso in due blocchi, con un paese cardine come la Germania offeso dalla costruzione del Muro di Berlino.
Ciò che accomunava Adenauer, Schuman, Spinelli, Martino, De Gasperi e Monnet, i padri fondatori dell’Unione Europea, non era solo la speranza di regalare alle nuove generazioni un futuro di pace e stabilità; più di ogni altra cosa li accomunava la certezza che un’Europa unita si può costruire soltanto se ogni nazione è composta da milioni di cittadini attivi e partecipi, non da sudditi facilmente abbindolabili con false promesse. Sapevano, i padri dell’Europa, che il concetto di domani è legato a filo doppio al valore della scuola e dell’istruzione; sapevano come una scuola seria in cui prevalgano dialogo e confronto sia un presidio costante per la democrazia mentre una scuola di dottrina privata della propria autorevolezza è l’anticamera dei regimi più oppressivi. Lo sappiamo anche noi, lo vediamo tutti i giorni negli occhi dei docenti e degli alunni che non si rassegnano a questo sfacelo, che chiedono edifici più moderni e sicuri, che vogliono studiare di più e meglio per avere le basi per affrontare le complesse sfide alle quali questo secolo li sottopone.
Alla vigilia delle Europee, è bene che la gente sia informata di cosa sta accadendo nella scuola italiana, di quanto siano deleteri i tagli previsti dalla riforma Berlusconi-Tremonti-Brunetta cui la Gelmini ha prestato il nome per nasconderne, almeno in parte, la gravità. Un numero imprecisato di insegnanti sta perdendo la cattedra, a causa della riduzione di un’ora di educazione tecnica e di due ore di lettere (in realtà, ad essere penalizzata sarà la geografia in modo che nessuno abbia più gli strumenti culturali adatti per replicare a Bossi che la Padania non esiste e che il fiume sacro agli italiani non è il Po ma il Piave). Questo significa che numerosi docenti saranno dislocati su più scuole o, nei casi peggiori, messi a disposizione, cioè chiamati a tappare i buchi dei colleghi assenti senza poter impostare un programma né instaurare un rapporto con i ragazzi. Non possiamo accettare questo affronto. Nell’Europa del Ventunesimo secolo, a nessun ministro né capo di governo di nessun paese è consentito di minare i capisaldi della convivenza civile o mettere a repentaglio l’avvenire di chi oggi ha mia età e desidera costruirsi un’esistenza quantomeno dignitosa.
A Veltroni, caro Franceschini, consigliai di venire a sentire la mia professoressa di matematica; a lei chiedo di meditare su questa frase che ci ha detto in classe qualche giorno fa: “Forse perché sono una cretina, ma io nel mio lavoro ci credo ancora”. Già, credere ancora in una professione bistrattata come quella dell’insegnante non è semplice. Tuttavia, lei sa meglio di me che a scuola si sono formati gli ideali che portarono migliaia di ragazzi a combattere sui monti durante la Resistenza perché, a dispetto del fascismo, tra i banchi si crea quel clima di affetto e solidarietà che rende più semplice guardare tutti nella stessa direzione ed opporsi a soprusi e prepotenze. È quello che ci vogliono impedire di fare: questo governo illiberale ha una paura folle delle nostre proteste poiché sa che andiamo in piazza con un solo slogan: “Noi vogliamo solo studiare”.
Girando l’Italia, avrà sicuramente avuto modo di confrontarsi con studenti ed insegnanti di ogni indirizzo, di osservare i loro sguardi, di comprendere da vicino le loro ansie e le loro incertezze per un futuro che vedono sempre più oscuro. Ebbene, è da lì che il Partito Democratico e l’intero centrosinistra secondo me devono ripartire. Come ha scritto Enrico Letta in “Costruire una cattedrale”, parlando della libertà di scelta da parte degli elettori: “L’elettore sceglie in autonomia e rivendica la sua libertà. Può anche voltarci le spalle oppure decidere di non votare. Ma la sua libertà rimane comunque un bene da rispettare ed esaltare. Noi dobbiamo, piuttosto, trovare la forza di conquistarla quella libertà di scelta. Senza paura e senza vergogna”. Poche righe più in basso, in conclusione del volume, egli afferma: “I piani si sovrappongono e in parte si confondono. Ci sono le difficoltà e la sofferenza di tanta parte della nostra società. Farsene carico è il primo di tutti i doveri. Così come c’è il dovere di riconoscere che la crisi ci offre la possibilità, unica, di cambiare. Non abbiamo avuto il coraggio e la forza di farlo quando poteva sembrare più semplice. Di cattedrali c’è bisogno adesso. Non rinviamo”. La cattedrale della cultura e del sapere, dunque, non può aspettare né, meno che mai, essere considerata di secondaria importanza nella costruzione dell’Europa di domani, un’Europa che si deve affermare prima di tutto nel cuore della gente e poi deve divenire un soggetto unitario in cui le differenze siano valorizzate e gli innumerevoli punti in comune portino alla nascita di una Carta costituzionale e di organismi più ampi che rispondano con maggiore prontezza alle istanze di quasi cinquecento milioni di persone. Per realizzare questa cattedrale, però, è indispensabile che le nuove generazioni vengano educate da una scuola che sia fucina di valori e conoscenze; da una scuola in cui il ruolo degli insegnanti sia rispettato, senza perdere mai di vista il fatto che stare dietro una cattedra non autorizza nessuno a comportarsi da ducetto; da una scuola in cui si insegni fin dalle elementari che paura non è sinonimo di rispetto, autoritarismo non vuol dire autorevolezza, che le regole valgono per tutti, iniziando da chi ha il compito di indirizzare gli altri e, infine, che non bisogna mai chinare la testa perché se, ad esempio, il preside fosse un cretino non diventerebbe intelligente e capace soltanto perché è preside, e lo stesso vale per chiunque altro.
È il momento di riaffermare i nostri valori, già elencati in parecchie circostanze ma sempre attuali e da difendere con orgoglio. Dobbiamo fare capire agli italiani che la nostra idea non è quella di sognare un’Europa diversa (per quanto i sogni siano imprescindibili per chi ama la politica e vi si dedica in maniera attiva), ma di costruirla insieme a loro, di costruire un’Europa in cui dolcezza, armonia, rispetto, tolleranza, passione, speranza si fondano in un’azione di governo concreta ed efficace.
A Veltroni mi permisi di consigliare anche di non lasciarsi imbrigliare dal cosiddetto “obbligo di essere concreti” perché la concretezza, nonostante sia di primaria importanza per un uomo politico, non deve mai sfociare nel cinismo, nella disinvoltura, nell’arrivismo, nella presunzione di dover governare da soli per non deludere i cittadini quando, in verità, chi governa senza ascoltare il parere di nessuno è considerato un despota e finisce con l’incappare nelle figure barbine che Berlusconi ci riserva spesso durante gli incontri internazionali.
La scarsa attenzione che il centrodestra rivolge all’Europa deve essere per noi un incentivo in più a dare il massimo, sapendo che non avremo mai i riconoscimenti internazionali che per storia e tradizioni meriteremmo, finché all’Europarlamento siederanno personaggi come Brunetta o il leghista Borghezio.
Invitiamo, dunque, gli elettori a recarsi in massa alle urne il 6 e 7 giugno per lanciare un messaggio forte e deciso a questo governo; facciamo capire loro l’importanza di questo voto, da molti considerato superfluo e, al contrario, importantissimo per il nostro futuro di cittadini europei.
Nell’ambito di un disegno politico più ampio, che sarà possibile realizzare solo quando l’incubo del berlusconismo sarà soltanto un brutto ricordo, sarei ancora più fiero di sostenere il Partito Democratico se presentasse un disegno di legge che abolisse le circoscrizioni per le elezioni Europee. È vero che le circoscrizioni sono importanti perché ciascun eletto rappresenta una parte del paese ed è giusto che venga data voce alle esigenze di tutte le realtà locali, ma è altrettanto vero che questo vale per il Parlamento italiano. A Strasburgo e a Bruxelles, i deputati non dovrebbero rappresentare il Lazio o la Toscana ma l’intera Italia, che può contare ed essere ascoltata solo se si presenta veramente unita negli intenti e nei progetti da realizzare. Un deputato europeo deve occuparsi dei problemi di quasi mezzo miliardo di persone, di questioni che vanno ben al di là dei confini nazionali e, spesso, europei, di crisi internazionali gravissime sulle quali è necessario intervenire con la massima tempestività. Che senso ha, dunque, eleggere un rappresentante del Veneto quando egli sarà da tutti ritenuto un portavoce dell’Italia?
Perché l’Italia torni ad avere in Europa il peso e il prestigio che aveva fino a dieci anni fa, dobbiamo capire noi per primi che bisogna abbattere gli steccati e lavorare insieme per riaffermare le idee di chi l’Europa l’ha amata e costruita in un’epoca non meno complessa di quella attuale.
Avviandomi alla conclusione, intendo sottolineare che milioni di ragazzi sono pronti a prendere la calce e i mattoni e ad andare personalmente a costruire la cattedrale di cui parla Letta, e prima di lui Pietro Nenni, proprio negli anni nei quali si affermò il sogno di un’Europa unita.
Siamo pronti, caro segretario, a farci portatori dei valori di cui le ho parlato nel corso di questa lunga missiva poiché ci accorgiamo sulla nostra pelle che la gente non può tornare a sognare se prima non strappiamo dai suoi occhi la desolazione e lo sconforto.
Nessuno deve sentirsi escluso o emarginato. Le politiche xenofobe dell’esecutivo hanno criminalizzato gli immigrati, costringendoli a vivere nel terrore di subire persecuzioni di varia natura. Noi dobbiamo ribadire i princìpi dell’accoglienza e dell’umanità verso chi ha sofferto a causa di fame, miseria e guerre e ha sfidato il caldo soffocante del deserto e la pericolosità del mare pur di regalare ai propri figli un futuro migliore. Un futuro migliore è anche il nostro obiettivo, e dobbiamo trovare il coraggio di gridarlo ad alta voce, senza preoccuparci di perdere mezzo punto percentuale o di subire gli strali del Cota di turno. Un futuro ed un’Europa diversa si costruiscono partendo dall’integrazione e dalla valorizzazione degli immigrati, dalla costruzione di una società multietnica nella quale le città non abbiano più ghetti ma palazzi in cui gli italiani convivono senza problemi con senegalesi, marocchini, rumeni e cittadini di qualunque razza ed etnia.
Affermazioni come questa oggi come oggi non portano voti, ma siamo sicuri che sia preferibile guadagnare mezzo voto oggi piuttosto che mettere a punto una linea politica che sarà premiata dall’inevitabile corso degli eventi? Berlusconi può molte cose, ma non può fermare la storia e la storia dice che tutti i paesi del ricco Occidente si stanno trasformando in società multietniche, con scuole in cui non è difficile vedere un bambino nato a Londra o uno nato a Parigi sedere a fianco ad un compagno di colore. E qui torna l’importanza della scuola. Perché i primi ad esecrare la riforma sull’immigrazione sono stati proprio i giovani? Perché noi un ragazzo rumeno o albanese lo abbiamo avuto, magari, come compagno di banco, ci abbiamo giocato insieme a calcio, siamo usciti con lui il sabato sera, abbiamo conosciuto la sua famiglia di onesti lavoratori e confermato la nostra idea che i farabutti non abbiano nazionalità e siano, per fortuna, un’esigua minoranza in tutti i paesi.
Il Premier ha detto che la società multietnica è un’idea della sinistra e che il centrodestra non è d’accordo. Dobbiamo essere orgogliosi di questa nostra diversità, non vergognarcene, non nasconderci, non usare degli eufemismi quando veniamo incalzati sul tema. Dobbiamo ribadire che pure noi siamo contrari all’immigrazione clandestina, ma se un clandestino ha bisogno di essere accolto dopo giorni di traversata in mare lo accogliamo e gli prestiamo assistenza, se sta male lo curiamo infischiandocene delle norme leghiste, se iscrive i figli a scuola non ci informiamo di chi siano figli prima di offrire loro un banco e una sedia.
Sì, siamo diversi e sono contento che lei abbia già fatto sue la maggior parte di queste battaglie.
Una dimostrazione di cosa significhi avere il coraggio delle proprie idee, l’ha fornita Barack Obama nel libro “L’audacia della speranza”, ricordando ciò che disse in un discorso contro la guerra in Iraq quando molti americani erano favorevoli all’attacco: “So che anche una guerra vittoriosa contro l’Iraq richiederà un’occupazione statunitense di durata imprevedibile, a prezzo imprevedibile, con conseguenze imprevedibili. So che un’invasione dell’Iraq senza una chiara motivazione e senza forte sostegno internazionale si limiterà ad alimentare le fiamme del Medio Oriente e incoraggiare gli impulsi peggiori piuttosto che i migliori nel mondo arabo, e a rafforzare il reclutamento nelle file di al-Qaida”. Era l’autunno del 2002 e sappiamo tutti come è andata a finire. Pertanto, prendiamo esempio.
Roberto Bertoni
L’Italia di settembre
Una generazione da costruire
Il sogno di un PD multietnico
Gli occhi di un’insegnante
Riflessioni su un avversario
L’antipolitica al potere
Qualcosa di riformista
Cronache dall’Italia. Adesso guardiamo al futuro
Cronache dall’Italia- Lo sconforto
Partito Democratico due anni dopo (Lettera aperta al nuovo Segretario)




