| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
Nel caso di molti giornalisti, non è eccessivo parlare di doppia vocazione. David Sassoli è tra questi. Cronista per professione, politico per passione, alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno è capolista del Partito Democratico nella circoscrizione dell’Italia centrale. La sua non è stata una decisione estemporanea, ma una scelta meditata attentamente. Il desiderio di mettere le proprie capacità al servizio del prossimo e di impegnarsi per la propria comunità in un periodo di crisi economica e sociale, alla fine, ha prevalso sull’amore per un lavoro ricco di soddisfazioni.
Una fase della sua vita si è conclusa. Adesso se ne apre una nuova, caratterizzata dall’ascolto delle esigenze degli altri.
Quando si candido alle Europee nel 2004, Lilli Gruber affermò di compiere questo gesto non solo per profonda passione verso la politica ma anche perché si sentiva a disagio nel lavorare “in un servizio pubblico sempre meno pubblico”. Ritiene anche lei che la figura del giornalista in Rai sia meno libera rispetto ad un tempo?
Con la legge Gasparri si è voluto introdurre il controllo dei partiti sulla RAI, in quest'ultimo periodo la situazione è peggiorata. Basta vedere cosa è accaduto nella vicenda delle nomine che sono state votate a maggioranza. Ormai si ragiona con la legge del più forte. E gli spazi di pluralismo iniziano visibilmente a ridursi.
In questi giorni, nei quali sta avendo modo di visitare le varie province del centro Italia, che sensazioni riceve da parte dei cittadini riguardo a questioni preoccupanti come la crisi economica? Secondo lei, c’è in loro più paura o più speranza?
La crisi morde, è evidente e non serve certo un atteggiamento di superficialità nell'affrontare il discorso economico. Mi riferisco al governo, che prima arriva quasi a negare le difficoltà economiche in cui versano in tanti e poi, magicamente, afferma che il peggio è passato. Siamo in un momento difficile, uno dei più complicati per questa generazione. Quello che vedo, incontrando molta gente per la campagna elettorale, è che ci sono persone che non si abbattono e persone che chiedono un aiuto per superare questo momento. E la politica deve essere in grado di dare ascolto e, soprattutto, offrire soluzioni.
Essere candidato come capolista è, di sicuro, una grande soddisfazione sul piano personale. Come si è riavvicinato alla politica attiva dopo l’esperienza giovanile? Che cosa ha influito maggiormente su questa sua scelta?
In questo mia momento della vita, la politica diventa una scelta vera e propria, un impegno che prendo con coscienza. Certo, per me, un notevole cambiamento. Ma quando Franceschini mi ha proposto la candidatura, mi ha chiesto di pensarci, la mia riflessione è stata: "Voglio fare qualcosa di utile per il mio paese". Ne ho parlato con mia moglie e insieme abbiamo deciso che era una scelta che andava presa con convinzione.
Prima dell’esperienza televisiva, lei ha maturato un’esperienza politica in cui ha conosciuto anche Dario Franceschini. Ci parli di quegli anni. Quali delle esperienze, dei sogni, delle ambizioni di allora sono stati raggiunti e quali obiettivi pensa invece che debbano essere ancora realizzati?
Resta intatto un sogno: quello di un’Italia più giusta più moderna, capace di valorizzarsi e di dare una opportunità a tutti. Penso come Franceschini, che questo scopo si potrà realizzare dando più forza al progetto del PD.
Una delle critiche che è stata rivolta ad alcuni candidati è di non aver mai espresso una posizione chiara a proposito dei principali temi europei e di essere poco informati su questioni fondamentali come le nuove sfide che l’Europa è chiamata ad affrontare nel Ventunesimo secolo. Quali sono le sue idee e le sue proposte in merito?
L’Europa è un’opportunità, l’ho ribadito più volte. Soprattutto in un momento di crisi come quello attuale può essere decisivo cogliere questa chance per portare l’Italia fuori dalle difficoltà. Tante decisioni importanti per la vita nazionale vengono prese a Bruxelles e tante volte noi non ci siamo a far valere le nostre necessità. L’utilizzo di energie rinnovabili e tecnologie ecocompatibili, incentivi al sistema agricolo per rendere visibile il marchio di qualità italiano, sostenere gli scambi interculturali attraverso il progetto Erasmus, una politica europea in tema di immigrazione con la creazione di un fondo per i paesi più esposti a flussi migratori, la creazione di un welfare europeo, sono tutti temi che mi stanno a cuore. L’Italia e i parlamentari italiani devono essere protagonisti in Europa.
Alcuni studiosi ed economisti di grande prestigio hanno parlato di “sogno dell’Europa”. Personalmente, sarei felice di regalare alle nuove generazioni un’Europa unita anche sul piano politico, con un governo autonomo e un Parlamento al di sopra dei parlamenti nazionali. Condivide questa visione? Crede sia giusto parlare di “sogno dell’Europa” o le sembra una dichiarazione non realistica?
L'Europa unita non è un sogno. E' qualcosa di concreto, è qualcosa che si sta realizzando lentamente, tra enormi difficoltà. Ma è un risultato a cui bisogna tendere, perché i problemi globali (dalle crisi economiche, alle questioni ecologiche, dai diritti umani alla pace nel mondo) si risolvono dando risposte globali. E un attore forte sulla scena mondiale, come potrebbe essere l'Europa unita, non solo è auspicabile ma è di fondamentale importanza. Ci sono questioni sulle quali le politiche degli stati nazionali non bastano più.
Riguardo alla candidatura di Berlusconi come capolista in tutte le circoscrizioni, lei ha detto: “Alemanno non vede lo scandalo della candidatura di Berlusconi? Gli consigliamo di guardare meglio. Il premier non andrà mai in Europa, io e gli altri capilista del Pd invece sì. Io ci metto la faccia, lui invece ce la metterà per qualcun altro. Berlusconi non rischia nulla e dimostra di non avere alcuna considerazione delle istituzioni europee. Alemanno non le vede, ma non sono differenze di poco conto”. Basandosi anche sulla sua lunga esperienza da giornalista, quali sono gli aspetti più preoccupanti della cosiddetta “anomalia berlusconiana”?
Il conflitto di interessi, l'atteggiamento nei confronti dei media e dell'opposizione, il continuo (a bassa o ad alta intensità) scontro istituzionale (oggi con il presidente della Repubblica, domani con quello della Camera, sempre con la Magistratura) sono tra gli aspetti più evidenti di quest'anomalia rispetto ad altre democrazie occidentali.
Alcuni commentatori politici accomunano la sua candidatura a quella delle “veline” del PDL. In altri termini, considerano la sua candidatura strumentale, per sfruttare cioè la popolarità che deriva dal piccolo schermo. Cosa risponde a queste critiche?
Credo che per ognuno valga un discorso diverso: io ho scelto di candidarmi e di cambiare vita per raccogliere una richiesta di impegno personale e di investimento di vita per una causa che ritengo degnissima e fondamentale per il futuro.
Quali insegnamenti della sua professione la accompagneranno nell’attività politica? È convinto, con il suo impegno attivo, di poter porre un argine alla deriva della libertà di stampa che si sta verificando in Italia?
La mia professione mi ha dato modo di conoscere e guardare con occhio critico a eventi e fenomeni che sono accaduti in Italia e nel mondo. Certo, il tema della libertà di stampa (soprattutto qui da noi) mi sta a cuore e sarà uno degli aspetti di cui mi occuperò se sarò eletto.
Su “Sorrisi e Canzoni TV”, Mimun ha lanciato un’altra provocazione: “Quasi sempre i giornalisti eletti fanno una legislatura e poi se ne vanno. Chissà perché?”. Franceschini ha sostenuto che lei abbia deciso di mettere la seconda parte della sua vita completamente al servizio dei cittadini. Intende proseguire nella sua nuova avventura o pensa che, prima o poi, la passione per il giornalismo tornerà a prevalere?
Il giornalismo è stata la passione della mia vita fino ad ora. D'ora in avanti c'è la politica.
Roberto Bertoni
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