| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
So bene che i lettori di questa rubrica si aspetterebbero argomenti più concreti e so, allo stesso modo, che uno dei principali rimproveri che viene mosso al giornalismo e alla politica, di questi tempi, sia la mancanza di pragmatismo. Tuttavia, sfidando l’impopolarità, ho deciso di dedicare quest’articolo alla dolcezza: un sentimento oggi quasi sconosciuto e considerato poco virile, ma assai più concreto e determinante di quel che si pensi.
Spero che l’illustre collega Andrea Scanzi abbia di meglio da fare, altrimenti, se malauguratamente dovesse leggere queste righe, per me sarebbero problemi seri. Egli, infatti, ha trovato due nuovi nemici da combattere: il “volemosebenismo” e il “buonismo”, ascrivibili entrambi – a suo dire – a quel male assoluto che è il “veltronismo”. Ebbene, come hanno fatto numerosi commentatori su “MicroMega”, anch’io, partendo dalla dolcezza, vi dico subito come mi comporterò alle prossime elezioni.
Poiché sono convinto che la gente si sia stancata di urla, proclami, anatemi e comizi senza costrutto, voterò l’unico partito il cui segretario si sforza ogni giorno di avanzare proposte che poi vengono, purtroppo, ripudiate con sdegno da questo governo illiberale. Dunque, voterò ancora una volta il Partito Democratico, non solo perché lo sostengo attivamente ma perché ribadisco che per opporsi validamente al dramma del berlusconismo occorra una forza politica che rappresenti al proprio interno tutte le idee e i valori che caratterizzavano l’arco costituzionale della Prima Repubblica. Direte voi: e questo cosa c’entra con la dolcezza? C’entra eccome, poiché per me è assai più proficua e costruttiva quest’opposizione cortese e rispettosa, ma al tempo stesso ferma e intransigente, che ha contraddistinto prima Veltroni e adesso Franceschini che le Grida manzoniane di chi insulta il Capo dello Stato senza rendersi conto che sta attaccando l’ultimo baluardo di democrazia che ci è rimasto. Non ce l’ho con Di Pietro; lui il politico lo sa fare e anche molto bene. Ce l’ho con alcuni esponenti del suo entourage, ad esempio Beppe Grillo, che riescono spesso a dire cose molto giuste in maniera assolutamente sbagliata. Criticare è legittimo, anzi doveroso, ma per essere utile la critica deve sapersi fare ascoltare soprattutto da chi la pensa diversamente, non convincere chi è già convinto né tanto meno far vergognare chi ti sostiene ma non può accettare certe alzate d’ingegno.
Tornando per un secondo a Scanzi, il nostro appartiene ad una delle due categorie che io reputo tra le più pericolose: i “sinistroidi dipietranti”; mentre l’altro gruppo dal quale è bene tenersi alla larga sono i “piddini pidiellanti” modello Villari. Sia gli uni che gli altri, ricordano tanto i “manzoniani che tirano quattro paghe per il lesso” di cui parla Carducci in “Davanti San Guido”. Pur essendo in contrasto, le due congreghe hanno in realtà molti più punti in comune di quanto non si creda. Entrambe detestano il PD, entrambe lo ritengono la causa di tutti i mali, entrambe si celano dietro il rispettabile nome di qualcun altro (da una parte Di Pietro, dall’altra il presunto riformismo di non si sa quale genio incompreso che i vertici del Partito Democratico osteggiano per puro masochismo) per nascondere i propri toni smodati, ma soprattutto entrambe non hanno una sola idea che possa favorire il ritorno di un serio centrosinistra al governo.
Sui piddini pidiellanti, negli ultimi mesi, è stato scritto molto. È, dunque, interessante occuparci dei sinistroidi dipietranti come Scanzi e altri ex di qualcosa che hanno scelto l’IDV non perché ci credano ma soltanto perché è uno dei partiti che sta guadagnando più consensi, approfittando del dilagante sentimento dell’antipolitica. Essi non sono dipietristi, come può essere Travaglio che infatti ha la mia massima stima; essi non hanno nulla in comune con Di Pietro ma lo appoggiano pur di demonizzare l’odiato Partito Democratico e l’uomo politico che più di tutti si è battuto per costituirlo: cioè, Walter Veltroni. Le accuse che più di frequente gli rivolgono sono due: aver contribuito alla caduta del governo Prodi (non eravamo a conoscenza del fatto che Dini, Mastella, Turigliatto e compagnia tradente stessero nel PD, ma nella vita non si finisce mai di imparare) e, per l’appunto, essere buonista. Chi sia il buonista e quali siano le sue caratteristiche fisiche e morali nessuno lo sa, ma questo non conta. Sappiamo, però, che l’esimio Scanzi detesta i buonisti e, sul numero di “MicroMega” in edicola augura loro addirittura la morte. Nell’articolo “Morte ai buonisti” scrive: “Nel 1996 avevo dato fiducia a Prodi. L’esperienza governativa mi aveva così esaltato che ho aspettato dieci anni prima di tornare a votare: Comunisti italiani alla Camera (Diliberto), Di Pietro al Senato (Franca Rame)”. Nelle righe seguenti ci informa che voterà l’Italia dei Valori ed esprime giudizi tutt’altro che teneri su vari membri del governo e della maggioranza. Ma poi, ecco il tocco d’artista: “Il mio è un voto bipartisan, nel senso che è contro il Popolo della libertà ma anche contro il Partito democratico. Meno pericoloso, urticante come una Schwepps, profondo come un affluente in secca, ma più colpevole: Berlusconi esiste – e furoreggia – perché abbiamo il peggiore centrosinistra d’Europa. Analcolico, equivoco, fantozziano. Noioso. Patetico. E ciò nonostante – ancora – ammantato di quell’aura di pretesa superiorità: l’intellighenzia fedele alla linea, i salotti buoni. I burocrati di allevamento. I pretoriani più permalosi di una mina. Se il Pd fosse un vino, sarebbe l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone. E saprebbe di tappo”. Ci spiace dover informare l’illustre di un paio di verità: anzitutto, anche l’IDV fa parte del centrosinistra quindi, insultando il centrosinistra, ha contestato anche Di Pietro; in secondo luogo, PD e IDV si sono presentate insieme alle scorse elezioni e io (non so Scanzi) sono sempre stato favorevole a questa scelta; infine, non sapevamo che un partito dovesse essere urticante per essere votabile ma, come detto, non si finisce mai di imparare.
Per fargli un complimento, il Prode afferma anche che l’IDV, tra i partiti, è “l’unico veramente fastidioso” e che “Di Pietro, come Beppe Grillo, è l’ancora estrema dei naufraghi dell’appartenenza. Un palliativo credibile, per quanto mai pienamente appagante. Il peperoncino dei legittimamente incazzati. L’approdo obbligato dei feticisti dell’indignazione (e dell’informazione). Di Pietro è l’unico politico convintamente contro. Parla come Biscardi, ma per una volta la sostanza sopperisce alla forma. Sta antipatico di qua e di là: ottimo. Tutti a fargli la guerra: buon segno”. Se fossi Di Pietro, dopo il paragone con Biscardi, invierei subito a Scanzi una tessera onoraria del partito.
Sentite cosa scrive di Biscardi Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”: “Il quadro che emerge dalle intercettazioni di Calciopoli è devastante anche per i giornalisti, sportivi e non, nell’esercizio delle loro funzioni. Soprattutto i pupi del teatrino del Processo di Biscardi su La7: oltre al fulvo conduttore, ci sono il commentatore del Tempo Franco Melli e il vicedirettore del Tg5 Lamberto Sposini, tutti teleguidati dal puparo Lucianone. Aldo Biscardi viene addirittura ricompensato da Moggi con un orologio da 40 milioni (così almeno risulta da una telefonata) e si vanta con lui di << far stangare Zeman da Gigi Riva>> su commissione. Inoltre, scrive sempre Travaglio, “dopo una partita Juve-Milan, Biscardi promette di <<manipolare la moviola barando un po’, come puoi immaginare>>. Moggi ordina di <<assolvere l’arbitro con formula ampia. Taglia… taglia… taglia tutto… O dici che c’ha ragione l’arbitro, oppure devi taglia’ la moviola>>”. Quale miglior paragone, quindi, per difendere “la legalità”, “la moralità” e “il rispetto della memoria” con cui Scanzi giustifica il suo voto?
Un altro personaggio che mi ha sorpreso in negativo, e proprio non me lo aspettavo, è il noto editorialista del “Corriere della Sera” Gian Antonio Stella. Sul “Magazine” in edicola il giovedì, ha raccontato la storia di un egiziano cui il sindaco leghista di Caravaggio ha negato la cittadinanza perché non conosce la nostra lingua.
Ha affermato Stella nell’articolo “Passaporto per l’Italia”: “<<Una persona che conosce solo l’arabo non può sapere quali sono i suoi diritti e i suoi doveri in Italia>>, ha detto il sindaco di Caravaggio, in provincia di Bergamo. E ha rinviato la concessione della cittadinanza a un egiziano sposato con una italiana e con tutti gli altri requisiti in regola per avere il nostro passaporto. Chiedere la cittadinanza italiana, ha spiegato, “significa abbracciare i valori e la cultura del nostro Paese. E questo non si può fare senza saper leggere l’italiano o senza perlomeno aver imparato a memoria il giuramento”>>. Una scelta giusta”. Il sindaco in questione è Giuseppe Prevedini, definito da Stella un “leghista battagliero” che “non è nuovo a iniziative da prima pagina. Per bloccare matrimoni di comodo, per esempio, con una decisione che sollevò un vespaio di polemiche ma fu presa a modello da decine di altri primi cittadini vicini al Carroccio, fu il primo già due anni fa a rifiutare la celebrazione del rito civile a chi non aveva il permesso di soggiorno. Cosa che sollevò varie perplessità”.
Infine, Stella sostiene che “sulla cittadinanza, però, vanno tenuti fermi i paletti piantati anni fa sul Corriere da Ernesto Galli della Loggia. Proprio perché è difficile diventare “buoni cittadini” senza essere prima “cittadini”, la cittadinanza non va negata a chi ne ha diritto. Ma chi diventa italiano a tutti gli effetti deve almeno sapere leggere nella nostra lingua e giurare sulla nostra Costituzione. Nell’interesse non nostro, ma soprattutto suo”.
In pratica, l’immigrato in questione avrebbe tutti le carte in regola per ottenere la cittadinanza italiana, ma il sindaco leghista di Caravaggio gliela ha negata adducendo una motivazione che più razzista non si può. E Stella che fa? Invece di manifestare solidarietà all’egiziano, dà manforte al sindaco. È quantomeno bizzarro da parte di un giornalista che ha scritto libri come “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, “Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore” e “Sogni e fagotti” (insieme a Maria Rosaria Ostuni). Possibile che un cronista del suo livello, così attento alle vicende dell’immigrazione e così colto in fatto di storia e cultura italiana, si lasci andare a considerazioni tanto controverse? Possibile che prima di difendere Prevedini non abbia riflettuto sul fatto che il sindaco, non concedendo la cittadinanza ad un uomo che ne aveva diritto, ha commesso un atto che definire indegno è dire poco? Possibile che abbia davvero ragione “The New York Times” quando afferma che “gli italiani si dividono in due categorie: quelli che lavorano per Berlusconi e quelli che lo faranno.”? Purtroppo, pare di sì. Anche gli intellettuali migliori, gli osservatori più acuti ed attenti, i cronisti più rigorosi e battaglieri, durante questa terza esperienza di governo Berlusconi, stanno scivolando in un pericoloso anonimato, lasciando spazio agli Scanzi che gridano contro tutto e tutti, ai Pansa (un altro piddino pidiellante) che ha scoperto il modo per essere di destra e di sinistra contemporaneamente e ai vari Minzolini e Mazza, di recente nominati direttori rispettivamente del Tg1 e di Raiuno.
Tuttavia, delle nomine Rai e delle loro conseguenze ci occuperemo in un’altra occasione, quando saranno complete. Questa volta è doveroso affrontare il problema dell’inarrestabile deriva cui stiamo andando incontro, principalmente a causa del vuoto di idee, speranze, valori che mina la nostra società.
È più chiaro ora perché la dolcezza non è un concetto astratto ma una realtà estremamente concreta? Ricordo che durante la campagna elettorale per le Politiche dello scorso anno, Veltroni fu attaccato più volte a causa del suo “ma anche”, cioè della sua apertura a tutte le forze democratiche senza pregiudizi di sorta. Ebbene, una sera spiegò che, in politica, chi non dice “ma anche” dice “senza se e senza ma”, il che è molto peggio per il proprio partito e per l’intera Nazione. È da quell’idea che dobbiamo ripartire; dall’idea che si possa condurre un’opposizione aspra e senza sconti ma senza mai scadere nelle bassezze di cui si è resa protagonista l’attuale maggioranza negli anni del governo Prodi; dall’idea che non si debba cercare il dialogo con gli Alfano o con le Gelmini (purtroppo è inutile), ma non si possa prescindere dal confronto con i loro elettori e con chi ancora si lascia adulare dalle loro false promesse.
Forse prevale in me il mio lato poetico e sognatore quando associo alla politica l’idea di dolcezza e di armonia; qualcuno mi accuserà di avere gli occhi tappati e le orecchie foderate. Pazienza, fa parte del gioco. Quando penso alla politica, mi viene in mente il confronto quotidiano con la gente, la stretta di mano alle persone che ti fermano per esporti le loro istanze e le loro riflessioni, la gioia delle persone anziane quando trovano un ragazzo disposto a discutere di temi come la Resistenza e la memoria, la sincera partecipazione dei miei coetanei quando si accorgono che esiste effettivamente un modo diverso di vivere all’interno delle istituzioni, contribuendo a renderle migliori senza farsi sovrastare da esse.
La politica, per me, è un’arte, una scienza, un obiettivo cui tutti dovrebbero in qualche modo mirare poiché fare politica non significa solo ricevere voti o salire su un pulpito; significa soprattutto impegnarsi per il bene del proprio Paese.
Capisco che sia difficilissimo affermare un’idea del genere in una società nella quale sempre più spesso si incontrano persone la cui rozzezza ed ignoranza sono inversamente proporzionali al loro quoziente intellettivo. Credo, però, che sia sbagliato condannare queste persone, perché i “mostri” di fronte ai quali oggi inorridiamo, in realtà, li abbiamo creati noi con la nostra presunzione, la nostra supponenza, col qualunquismo di chi si ritiene tanto di sinistra e poi esalta il “cattivismo” proprio di politici come Gasparri, La Russa, Maroni, Cota, Berlusconi, persone che stanno rovinando l’Italia non grazie ai presunti silenzi del PD ma a causa delle urla stentoree dei troppi Scanzi che si indignano e sparano a zero contro tutto e tutti, scegliendo il più delle volte obiettivi sbagliati.
Lo scorso 8 luglio, scesi in piazza per protestare contro la prima ondata di leggi-vergogna varata dal governo Berlusconi, all’epoca appena tornato in arcione, e non potrò mai dimenticare le parole di Furio Colombo, il quale, di fronte alle accuse rivolte nei confronti del Capo dello Stato, invitò tutti coloro che ancora si indignano per l’esistenza del “Lodo Alfano” a non sbagliare bersaglio, a non prendersela con chi sta facendo tutto il possibile, nel pieno rispetto della Costituzione, per garantire agli italiani di continuare a vivere in una vera democrazia.
Vorrei, infine, che si riaffermasse un’idea di dolcezza per ragioni di civiltà. La dolcezza è un modo di essere legato a filo doppio con cortesia, gentilezza, umanità, comprensione, rispetto verso il prossimo, capacità di perdonare, giustizia, bontà (non buonismo, cari cattivisti incalliti); insomma, con tutte quelle parole che sono uscite dallo scenario politico e sociale e hanno condotto l’Italia fino a questo punto.
Non vorrei sembrare evangelico, ma ricordiamoci che per rialzare la testa nei momenti difficili non basta affidarsi ai grandi pensatori, sociologi o analisti politici; talvolta, invece, bastano un sorriso e una carezza per infondere fiducia e ottimismo al nostro interlocutore, quella fiducia e quell’ottimismo veri che non hanno nulla a che vedere con le sparate accalappia-voti del Premier.
Roberto Bertoni
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