| Venerdì, 10 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 21:27
Senza copertura, il governo gioca coi soldi per l’Abruzzo
da Europa
Berlusconi ripropone lo spot, ma i miliardi per la ricostruzione sono sempre gli stessi
Caos di cifre in parlamento. Intanto salta ancora il famoso Piano-casa
Una giornata no capita a tutti, ma quella di ieri è stata nera per il governo e, in particolare, per il presidente del consiglio. In primo luogo perché le coperture finanziarie sul decreto sull’Abruzzo, blindato in commissione ambiente dall’esecutivo e dalla maggioranza, sollevano ancora molti dubbi.
Berlusconi ha annunciato 7 miliardi di euro, mentre in una lettera il sottosegretario al tesoro Casero ha fatto riferimento ai 7,5 miliardi del fondo di palazzo Chigi. Eppure la relazione tecnica, vistata dalla Ragioneria dello stato, parla di 3,1 miliardi di euro. Insomma, a tre settimane dal varo non si ha ancora certezza sulle risorse per la ricostruzione e il Pd, che si è visto respingere i propri emendamenti, ha chiesto chiarimenti.
Sempre ieri, negli stessi minuti in cui Berlusconi annunciava per oggi il varo da parte del consiglio dei ministri del piano casa con un aumento del 20% delle abitazioni mono e bifamiliari, è arrivata la fumata nera delle Regioni che non hanno raggiunto l’intesa con il governo. Ed il presidente della conferenza delle regioni Errani ha corretto il premier: «Evitiamo di giocare sugli equivoci, il decreto è quello sulla semplificazione, non sull’aumento del 20% delle cubature che è un’altra cosa». E, in barba alla «sintonia assoluta» del governo, i ministri Brunetta e Calderoli si sono scambiati affettuosità mentre il collega Sacconi è stato fischiato agli stati generali delle costruzioni. A PAGINA 2
Per un pugno di voti
da Europa
L’approvazione delle leggi e i dibattiti parlamentari sono sempre un’occasione per verificare la distanza tra le cose promesse in campagna elettorale e quelle che avvengono dopo le elezioni.
Il governo ha fatto della sicurezza una bandiera sulla quale conquistare consenso e noi siamo i primi a dire che la lotta alla microcriminalità, agli scippi, alle rapine, alle violenze è e deve essere una priorità per tutti coloro che sono impegnati in politica. Specialmente per noi, che siamo una forza progressista, riformista, perché in particolare la microcriminalità colpisce i più deboli, quelli che vivono nelle periferie urbane più di quelli che vivono nei quartieri residenziali, più gli anziani che altre categorie sociali.
Ma adesso è tempo di bilanci: il centrodestra infatti non governa da un anno. Negli ultimi otto anni ha governato per sei. Sulla sicurezza il bilancio è quello di un di tradimento delle promesse elettorali, è il bilancio di un fallimento totale, che si tenta di coprire con proclami e annunci a effetto. La sicurezza si tutela con le forze dell’ordine. Nell’ultimo anno, il governo ha tagliato 3,5 miliardi di euro al comparto sicurezza. Questo ha delle conseguenze, come sono venuti a dirci civilmente tutti i poliziotti e gli altri rappresentanti delle forze dell’ordine, costretti a venire davanti a Montecitorio e a manifestare davanti a tutte le questure italiane. Sono venuti a dirci che non hanno i soldi per mettere la benzina nelle volanti, per ripararle: sono centinaia le volanti ferme nelle officine. Sono venuti a dirci che non hanno i soldi per prendere gli straordinari. Sono costretti a protestare per difendere i loro diritti.
Ai cittadini chiedo: qualcuno ha visto i poliziotti di quartiere? Qualcuno ne ha visto uno in qualche parte d’Italia? Si tenta di coprire tutto con l’inutile e pericolosa demagogia delle ronde. Siamo l’unico paese che decide di affidare la sicurezza dei propri cittadini, che hanno diritto a vivere sicuri, a gruppi privati che renderanno le strade meno sicure con i colori delle loro camicie. Siamo stati criticati perché abbiamo ricordato che settant’anni fa il paese conobbe le leggi razziali. Abbiamo ricordato che in quegli anni a bambini fu impedito di andare a scuola per via della loro religione.
Voglio aggiungere che nella storia italiana c’è già stato, purtroppo, un altro momento in cui si pensò di affidare la sicurezza a persone che giravano per le strade con la camicia dello stesso colore e noi lì non vogliamo tornare. La sicurezza si affida ai poliziotti e ai carabinieri, e per coprire questo fallimento ora il governo impugna la lotta all’immigrazione.
Noi siamo per tutta la durezza necessaria – e siamo pronti anche a collaborare, con tutta la durezza che serve – per contrastare ogni fenomeno criminale legato all’immigrazione clandestina: il racket, lo sfruttamento.
Siamo pronti a contrastare civilmente l’immigrazione clandestina. Tutti, nel Partito democratico: non cercate divisioni. Nel 2006, quando governavamo noi, i respingimenti sono stati 90 mila, ma sono stati fatti tutti rispettando la dignità dell’uomo, il diritto internazionale e il diritto di asilo politico.
Noi vogliamo, a differenza del governo, aiutare l’immigrazione regolare e chi vuole venire da noi a integrarsi, a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare, chi accetta le nostre leggi ed è pronto a rispettarle. Aiutare l’integrazione è il modo migliore per contrastare l’immigrazione irregolare.
Invece il governo trasforma dei barconi di disperati, che vengono da un viaggio di sfruttamento, che hanno visto la morte, che hanno incontrato la fame, che sono scappati dalle guerre, dalle devastazioni e dalle violenze, trasforma quei barconi in uno spot elettorale per prendere qualche voto in più.
Costruisce uno spot sulla disperazione, sulla paura; uno spot contro la sua stessa legge, la Bossi-Fini, che prevede che i respingimenti debbano essere individuali, non collettivi; uno spot elettorale contro il diritto internazionale.
Se siete sordi rispetto alle nostre parole, perché non avete ascoltato le parole dell’Europa, le parole delle Nazioni Unite? Signor presidente del consiglio, perché al prossimo G8 non consegna ai suoi colleghi il piano sicurezza chiedendo loro cosa ne pensano, a quelli di destra e a quelli di sinistra? Non avete ascoltato le parole delle organizzazioni dei rifugiati, non avete ascoltato le parole dei vescovi italiani, voi che vi siete sempre dimostrati così ipocritamente devoti, quando c’è di mezzo il consenso avete usato parole di disprezzo anche nei confronti della Chiesa italiana. Avete dimenticato che quando la politica, per la caccia morbosa del consenso, calpesta il diritto, le coscienze, i valori, per qualche voto in più, non è più degna di essere chiamata politica, è un’altra cosa. Avete introdotto il reato di clandestinità, un’altra bandiera che vi serviva, e non avete guardato le conseguenze; non avete visto che i medici o i presidi, dato che sono comunque incaricati di pubblico servizio o pubblici ufficiali, avranno il dovere di denunciare quando un immigrato clandestino porterà i propri figli a scuola o porterà un malato per essere curato all’ospedale, con rischi anche – come hanno detto molti medici – di epidemie per gli italiani. Non solo avete introdotto il reato di clandestinità, ma avete introdotto l’aggravante della clandestinità: per la prima volta nel nostro ordinamento c’è un’aggravante non per quello che si è fatto, ma per quello che si è, per la storia che si ha.
Avete previsto addirittura l’obbligo di denuncia per chi ospita un clandestino nella propria abitazione. Così un anziano o un’anziana che ospitano una badante non in regola dovranno denunciarla per non essere incriminati per favoreggiamento al reato di clandestinità. Nella fretta di costruire questa bandiera avete impedito di fatto il matrimonio tra irregolari, avete di fatto reso impossibile l’iscrizione all’anagrafe di bambini di genitori non in regola, bambini invisibili...
La reazione rabbiosa del ministro dell’interno non è contro le mie parole, ma è contro chi ha utilizzato la definizione «bambini invisibili», cioè tutte le organizzazioni internazionali e la Chiesa cattolica. Avete svuotato i fondi per la cooperazione allo sviluppo: avete tolto 985 milioni di euro in un triennio. Eppure il modo migliore per combattere l’immigrazione clandestina è dare risorse perché restino a lavorare nel loro paese, che è quello che vorrebbero. Un giorno di carcere costa 200 euro: con 200 euro si vive un mese dignitosamente nel paese di provenienza, ma avete tolto tutti i fondi per questo. Tutto soltanto per un pugno di voti in più. (dall’intervento in aula)
Dario Franceschini
Raiset senza strategia
da Europa
Siamo all’usuale cinismo di un imprenditore che bada agli affari e conosce solo matrimoni di convenienza.
Ma i suoi stessi azionisti (tra cui alcuni grandi fondi pensione americani) che da anni ne apprezzano la real-politik, lo fulminerebbero senza indugi se le televisioni e i giornali di Newscorp fossero definibili come un “comitato elettorale”. C’è da stare certi, invece, che questa definizione, appioppata da Mentana a Mediaset, risulterà scontata come quella che definisse la Rai – dove, come è noto, vige il pluralismo – come un aggregato di “comitati elettorali”.
Sempre di industria della comunicazione si tratta, ma perché quel che è scontato per alcuni è inaccettabile per altri? Per capirlo dobbiamo partire dalle due grandi categorie del presente dei mass media (nelle varie metamorfosi, espansioni e adattamenti digitali fra piattaforme in continua evoluzione): i mass media “per il mondo” interpretati dalle grandi corporation, essenzialmente americane, e i mass media “per il luogo”, che in Italia comprendono Rai/Mediaset e alcune testate giornalistiche. Globale e locale sono due mondi che coltivano logiche e priorità strutturalmente diverse.
La strategia di lungo termine delle grandi corporation americane è, per citare dalla lettera di Murdoch agli azionisti che introduce il report 2008, «both global and digital » al fine di intercettare la spesa «of a global middle class of more than two billion people who are well educated, well remunerated and increasingly sophisticated in their choices ». Al nocciolo, questa strategia sfrutta a fondo la caratteristica economica essenziale della industria dei media, e cioé la possibilità di servire più persone con uno stesso prodotto-racconto (film, documentario o inchiesta che sia).
La classe media globale è il suo cliente naturale sia perché ha i mezzi per pagare sia perché, al di là dei connotati culturali conservatori (prevalenti in persone “well remunerated”) allenta la sua fedeltà alle tradizioni e ai racconti della comunità da cui emerge. In altri termini, è tanto aperta al prodotto “globale” quanto tendenzialmente distratta rispetto alle tv “per il luogo” radicate nei mercati elettorali e di potere locali, che producono racconti chiusi nell’orizzonte più tradizionalista (tg istituzionale, fiction edificante, reality di prossimità).
Ai mass media “per il luogo” non è possibile operare la segmentazione sociologica operata dalle corporation a livello mondo. Tranne che un po’ di partite di calcio non hanno da offrire a questo mercato nulla, in termini di racconto, che la corporation non sia in grado di esibire a un grado più elevato di qualità (si veda il risultato che Rai 4 sta ottenendo con l’impasto di vecchie serie televisive americane).
Non avendo in vista galline per il domani, i media “per il luogo” se ne stanno ben attaccati all’uovo che hanno oggi, che consiste in rendite di posizione strettamente legate al controllo o al favore delle istituzioni locali (esempi, oltre l’Italia, abbondano dal Sud America al Sud Est asiatico, passando per l’Europa dell’est), con il corredo di una programmazione che mira a sfruttare lo spirito di fazione (che è proprio – Dante insegna – del livello comunitario) come elemento di fidelizzazione dello spettatore/elettore.
In questo quadro, fa bene o fa male a Raiset stare con i suoi canali sulla piattaforma di SkyItalia? A naso, ci sembra che la fase dell’impedimento allo sviluppo della pay tv sia ormai passata. Mediaset riuscì nell’intento fino a metà degli anni ’90. Poi il centro sinistra ha aperto a Sky la porta della stalla e i buoi sono ormai scappati, ben difficili da riacchiappare in tempi di tv veicolabile via internet. Si tratta piuttosto di capire se Raiset ha la forza di imporre a Murdoch una tassa di accesso, alla classe media italiana, più alta di quella fin qui ottenuta in varie forme. Certo, il mercato italiano vale parecchio e se avessimo una industria dei media questa potrebbe chiedere a Murdoch il contraccambio di un accesso al mondo. Ma i “comitati elettorali”, come racconta Mentana e come è logico che accada, hanno altro da pensare.
Stefano Balassone
Il ministro del Welfare contestato durante un intervento alla Fiera di Roma
Stava criticando il Testo Unico sulla Sicurezza approvato dal governo Prodi
Sacconi fischiato replica ai contestatori
"Risparmiate ossigeno per il cervello"
E poi ha precisato: "Non ho diviso la platea. A fischiarmi è stata solo la Cgil"
da La Repubblica
ROMA - Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha replicato stizzito oggi a chi lo ha fischiato durante gli 'Stati Generali delle Costruzioni' alla Fiera di Roma. Sacconi, nel suo intervento, stava criticando il Testo Unico sulla sicurezza scritto dal governo Prodi "a camere sciolte e in piena campagna elettorale senza - ha rimarcato il ministro di fronte alla platea di sindacati, costruttori e artigiani- nessun consenso di nessuna parte datoriale".
A quel punto sono partite le proteste di una parte della platea alle quali il ministro ha risposto secco: "Invito chi fischia a risparmiare ossigeno per il cervello. Noi abbiamo bisogno di tutta la nostra intelligenza per rendere effettiva le disposizioni di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro". Successivamente Sacconi ha affermato che a fischiarlo era stata esclusivamente la Cgil: "Non ho diviso la platea. Nella platea c'è la Cgil. Come al solito ho il consenso di tutti ma non quello della Cgil".
Modifiche al Testo Unico sulla sicurezza sono in corso da parte del ministro e sono nel mirino soprattutto della Cgil che infatti, anche oggi, le ha nuovamente criticate, invocando un ripensamento.
San Suu Kyi in carcere, rischia altri 5 anni
da L'Unita'
Chiusa in una cella. A pochi giorni dalla scadenza degli arresti dominciali Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana è stata rinchiusa nel famigerato carcere di Insein, a Rangoon. Suu Kyi è accusata di aver violato le condizioni degli arresti domiciliari, dopo la misteriosa intrusione nella sua casa-prigione di un cittadino americano, e rischia fino a 5 anni di detenzione. Incriminati anche due suoi domestici. Il processo si terrà lunedì prossimo.
John William Yeattaw, 53 anni, del Missouri, per gli avvocati di Suu Kyi non è che un «imbecille». L'ex moglie dell'uomo, un veterano del Vietnam, ha dichiarato che soffre di disturbi della personalità e a causa del suo stato di salute psichica riceve una pensione di invalidità dal Dipartimento per gli affari dei Veterani di guerra. L’uomo aveva attraversato a nuoto il lago che lambisce la villa dove la leader birmana ha trascorso agli arresti 13 degli ultimi 19 anni, riferendo poi di essersi trattenuto per due giorni nell’abitazione.
Premio Nobel per la pace, 63 anni, San Suu Kyi avrebbe dovuto essere rimessa in libertà il prossimo 27 maggio, alla scadenza del sesto anno consecutivo di reclusione in casa, dove per tutto questio tempo non ha potuto ricevere né telefonate né e-mail e dove anche la visita degli inviati Onu è stata severamente contingentata dalla giunta.
Le nuove incriminazioni sono evidentemente il pretesto cercato dai generali per prolungare ulteriormente gli arresti di Suu Kyi, la cui popolarità non è mai stata intaccata dalla detenzione: il prossimo anno sono previste elezioni generali, promesse dalla giunta ormai da qualche tempo nell’ambito della «road map verso la democrazia». Promesse a questo punto del tutto svuotate di contenuto, alla luce delle nuove incriminazioni contro Aung San Suu Kyi.
La leader dell’opposizione birmana, perseguitata dal suo ritorno in patria nell’88, stravinse le elezioni del 1990, poi annullate dalla giunta. Il clamoroso successo elettorale ha segnato la fine della libertà per Aung San Suu Kyi che è stata ripetutamente arrestata, incarcerata e nel 2003 posta agli arresti domiciliari per le cattive condizioni di salute, che anche in questi ultimi giorni hanno suscitato preoccupazione.
Per il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, tutta la vicenda è un complotto. Cinque anni di carcere ad Insein, sostengono gli attivisti, equivalgono ad una condanna a morte.
Tutta da chiarire anche la vicenda dell’americano Yeattaw, che secondo l’avvocato di San Suu Kyi avrebbe tentato l’intrusione già nel 2008 ma allora era stato allontanato. Stavolta è andata diversamehnte. «Ha detto che era troppo stanco e voleva riposare. Lei lo ha accontentato». Yeattaw è stato arrestato il 6 maggio scorso, dopo la sua impresa. Sarebbe stato incriminato per istigazione a delinquere, violazione delle leggi sull’immigrazione e ingresso in una zona vietata.
Silvio e Noemi finiscono sul Times.
da L'Unita'
Il più antico quotidiano britannico riprende le vicende poco chiare della visita del presidente del consiglio alla festa della 18enne napoletana e si sofferma sulle accuse di Berlusconi ai giornali che hanno chiesto chiarimenti sulla vicenda. “Silvio Berlusconi attacca la stampa” è il titolo che campeggia anche nella home page della sezione esteri del sito internet inglese corredato da una bella fotografia di Noemi Letizia. E intanto, proprio il quotidiano Repubblica, replica oggi con un editoriale a firma del direttore Ezio Mauro al duro attacco di Palazzo Chigi. «La storia che ha fatto il giro il mondo resta tutta da chiarire, perché il Presidente del Consiglio sa solo minacciare, ma non può spiegare. Dunque continueremo a fare domande, come se fossimo in un paese normale». Ieri un comunicato del governo aveva accusato il quotidiano di «una campagna denigratoria» per la pubblicazione di un'inchiesta-documento che ricostruiva le vicende del divorzio Lario-Berlusconi, ponendo dieci domande.
Tutti i misteri del caso Noemi, strane amicizie e figuranti
da L'Unita' di Enrico Fierro
C’è un clima assai strano a Napoli. Tanta gente si agita attorno al caso Noemi-Berlusconi-Letizia. Vuoi una soffiata, un numero di telefono, vuoi sapere se...? Eccoti accontentato. Le notizie non mancano, le risposte alle domande neppure. Ma abbondano «certe» notizie e fioccano solo «certe» interessate risposte. Che anche sotto il Vesuvio non debba aver di nuovo ragione quel diavolaccio «emerito» di Cossiga quando consiglia al papà della Noemi di «tenere lontano i politici, non per loro, ma per quanto li “segue”»? Ogni riferimento non è affatto casuale.
Su Noemi, sulle sue foto, sui suoi desideri di giovane aspirante starlette, sulle sue visite a Milano, a Roma e in Sardegna per accontentare «papi» si sa tutto. Finanche sul «valore» del concetto di «verginità» delle ragazzina cresciuta tra Secondigliano e Portici col mito di «Amici», abbiamo letto intere paginate. Se all’inizio della storia erano circolate notizie sullo stato non proprio idilliaco della famiglia Letizia, con mamma Anna Palumbo che vive a Portici e papà Benedetto-Elio che da anni (almeno dieci) preferisce ritirarsi altrove la sera, ora tutto è tornato in ordine. Tutto è stato «aggiustato». Papà e mamma sono felicemente conviventi, sui rotocalchi spicca una loro tenera foto abbracciati e sorridenti mentre ammirano Noemi mano nella mano col suo fidanzato. Domenico Cozzolino, pr nelle discoteche emiliane, un passato da «figurante» a «Uomini e donne» dove faceva il corteggiatore. «Ma chi è ? Chi l’ha mai visto? Da quello che so non esisteva fino a poco fa», dice irritato a «La Repubblica» il fotografo Gaetano Livigni, l’uomo che ha realizzato il primo «book» fotografico di Noemi.
I figuranti
Troppi figuranti a Napoli. Angelo Martino, oggi funzionario alla Regione Campania, ex socialista e da tempo in attesa che qualcuno dentro Forza Italia si ricordi di lui, ha riservato a sé il ruolo di quello che sa tutto sul punto più oscuro di questa storia: l’amicizia tra Silvio Berlusconi e Benedetto-Elio Letizia. Amicizia antica, suggellata dalle frequenti visite di Martino al Raphael ai tempi d’oro del craxismo. Il messo (comunale) e il Cavaliere si conobbero lì, e lì si piacquero subito. Inutile dire che anche i ricordi di Martino sono stati sepolti da una valanga di smentite di quelli che al Raphael ci andavano davvero. L’amicizia. Berlusconi è uomo del popolo e Partenope lo affascina.
Elio Letizia ha il numero del suo cellulare privato, chiama quando vuole e Silvio risponde. Sempre. Quel 26 aprile chiamò per sponsorizzare due candidature alle europee, quelle di Franco Malvano e di Fulvio Martusciello. L’invito a Casoria, nel villone della festa di Noemi, arrivò un secondo dopo. Franco Malvano non ha voluto commentare. Ma all’ex questore di Napoli, dicono i suoi fedelissimi, la candidatura la dovevano dare per forza. Lo buttarono nella mischia contro la Iervolino sapendo che la partita era persa. Era senatore e alle scorse elezioni si dimenticarono di lui. «Lascio la politica, basta, faccio il prefetto», aveva confidato agli amici. Malvano aspettava la nomina a Prefetto di Salerno. Non è mai arrivata. La candidatura è un risarcimento.
In quanto a Fulvio Martusciello, lui stesso ha dichiarato di non conoscere «questo signor Letizia». In campagna elettorale si vede tanta gente, si stringono mani...«I Martusciello (Fulvio è fratello di Antonio deputato ed ex sottosegretario, ndr) saranno pure in disgrazia dentro il partito, ma certo non hanno bisogno delle telefonate di Letizia», dicono stizziti quelli di Forza Italia. E ricordano la sconfitta della famiglia a vantaggio di Nicola Cosentino (sottosegretario all’Economia) e di Luigi Cesaro (candidato alla Provincia). Nomi sfiorati dal sospetto di «simpatie» camorristiche, casalesi e dintorni, ma vincenti. Ma Fulvio agli occhi del Cavaliere ha grandi meriti: è lui che gli presentò Mara Carfagna, ed è sempre lui che ha portato nelle file del partito Francesca Pascale, pasionaria del comitato «Silvio ci manchi». Due ragazze piene di fascino, due donne tostissime in politica.
Non c’è traccia dell’antica amicizia fra Silvio e Elio-Benedetto. Il papà di Noemi ha giurato che non rivelerà mai come e quando ha conosciuto il Cavaliere. «E’ un segreto che porto nel profondo del mio cuore». Un cuore, quello della sua famiglia, oggi rallegrato dai servizi sui rotocalchi, dal clamore tv e dal legame con Berlusconi. Ieri, 28 luglio 2001, stravolto dalla morte del figlio Yuri. Vent’anni, militare in un reparto dell’Aeronautica sul Terminillo. Una serata da passare in discoteca con l’amico Marcello Rizzo.
Un masso sulla strada, la «Punto Gt» che si ribalta. I ragazzi muoiono sul colpo. Una dolore infinito che forse avrebbe imposto ad un amico di vecchia data di farsi vivo, di dire parole di conforto. Ma non vi è traccia di una visita di Berlusconi ai Letizia in quei giorni di lutto. Il Presidente aveva troppi impegni: le polemiche sul dopo G8 di Genova, i capricci della Lega, ma anche Boban che dal Milan vuole passare agli spagnoli del Celta. E le vacanze da organizzare: due settimane in Sardegna. Troppi impegni, proprio come quel 26 aprile. Il giorno della festa a Casoria per il diciottesimo di Noemi. Lì Silvio c’era.
La Dépendance della libertà
da L'Unita'
Ora lo dice anche Enrico Mentana, nel suo libro “Passionaccia”: il gruppo Mediaset «sembra un comitato elettorale, dove tutti ormai la pensano allo stesso modo e del resto sono stati messi al loro posto proprio per questo». Lo disse, anzi lo scrisse via mail nell’aprile 2008 a Fedele Confalonieri, dopo una fantozziana cena aziendale all’indomani della vittoria del padrone: «C’era tutta la prima linea dell’informazione (Mediaset, ndr), ma non ho sentito parlare di giornalismo neanche per un minuto. Sembrava una cena di Thanksgiving... di ringraziamento elettorale... Era scontato complimentarsi a vicenda... per la “missione compiuta”». «Dopo aver irriso prosegue Mentana - per oltre un decennio, e con molte ragioni, le accuse di chi dipinge Mediaset come una dépendance di Forza Italia, avevo assistito a una scena che avrebbe fatto esultare i teorici del conflitto d’interessi». Più avanti il fondatore del Tg5 spiega che la sua cacciata dal gruppo è dovuta non al caso Englaro, ma all’aver invitato Di Pietro nonostante il veto di Confalonieri. In attesa che una qualche Authority competente sui conflitti d’interessi si faccia raccontare da Mentana il comitato elettorale chiamato Mediaset, si spera che d’ora in poi nessuna persona sana di mente osi più menarla con la favola che «comunque Mediaset ha Costanzo e le Iene». O con la baggianata che «Di Pietro fa il gioco di Berlusconi». Altrimenti Mentana, dopo quell’intervista, l’avrebbero promosso, non cacciato. Ma forse Di Pietro fa il gioco di Berlusconi e Berlusconi non lo sa.
Undicietrenta di Roberto Cotroneo - La retorica della gente
da L'Unita'
Sì ha ragione il nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: troppa retorica xenofoba. Troppo cinismo nel far leva sulle debolezze della gente, su debolezze che portano a intolleranza e diffidenza, troppa disinvoltura nel puntare il dito sull’immigrazione, trasformando gli immigrati in un capro espiatorio di un governo che non è stato capace di dare risposte politiche vere ai problemi di questi mesi.Se ci pensiamo bene, lo scenario che abbiamo di fronte è tra i più sconfortanti si potessero immaginare. La crisi, che è internazionale ovviamente, da noi si accompagna alla paura, alla chiusura, a un razzismo strisciante che è un collante tremendo. Siamo soggetti alle ronde, siamo vittime da anni di un conflitto di interessi gigantesco, del premier Berlusconi, che non verrà mai risolto. Siamo ridicolizzati da tutto il mondo per certe vicende personali di Berlusconi che, al di là dei gossip inutili, e di certe cadute di stile della stampa, che a volte infierisce su vicende private e personali, rimangono pur sempre decisamente rilevanti perché sono storie che riguardano il presidente del Consiglio dei ministri. Abbiamo un partito, la Lega, che dopo un periodo di profondo appannamento politico, dopo aver fatto propaganda di ogni tipo, a cominciare dalla seccessione, dopo essersi inventata pseudoriti identitari sul Po, dopo aver rivisitato in maniera fumettistica tutta l’epopea medievale dei comuni e della Lega Lombarda, ora cavalca un disagio con cui spera di raccattare voti per le pianure del Nord. Un disagio che la politica ha il dovere di capire, ma rimanendo punto di riferimento, senza nessuna concessione al populismo. Il risultato è ben evidente. Le parole di Umberto Bossi, davanti alla frase preoccupata di Giorgio Napolitano, sono state: «Napolitano? Io ascolto la gente». Quale gente? Quella che non trova una guida politica? Quella priva di ogni cultura della tolleranza? Quella che è stata diseducata a valori civili e cristiani e pensa solo ai suoi interessi e al suo particolare? Gente che ha paura della modernità, ma soprattutto ha paura della propria inadeguatezza a capire. Gente persa nei propri limiti che condivide ciò che non sa e non capisce, povera soltanto di una pericolosa intolleranza. Gente strumentalizzata nella propria debolezza, e poi lasciata lì, quando le discriminazioni scateneranno un clima difficile nel Paese, a non saper gestire più nulla, a spaventarsi ancora di più. Accecata di particolarismi, persa e barcollante di fronte a un mondo che non capirà più.
la donna punta all'immunità, ma per il gip di milano non ne ha diritto
Abu Omar, la spia Usa si difende - «Ero solo una diplomatica»
Sabrina de Sousa, presunta agente Cia ricercata in Italia, esce dall'ombra e porta prove della sua innocenza
da Corriere della Sera
WASHINGTON (USA) – Sabrina de Sousa, presunta agente Cia ricercata in Italia, esce dall'ombra. E nega di essere la disinvolta Mata Hari coinvolta nel sequestro dell'egiziano Abu Omar, avvenuto a Milano nel 2003. Una «consegna speciale» organizzata ed eseguita dall'intelligence statunitense nei confronti dell'imam accusato di terrorismo. Per negare il suo coinvolgimento Sabrina ci mette la faccia – cosa rara per uno 007 – e si fa fotografare. Un modo per ribadire che con il rapimento non c’entra nulla: quel giorno di febbraio – ha raccontato al New York Times – ero a sciare con degli amici a Madonna di Campiglio. E mostra, come prova, le ricevute della carta di credito.
LA DIFESA - Già, le ricevute. Proprio la traccia dei pagamenti hanno aiutato durante le indagini, coordinate dai procuratori Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, a documentare il soggiorno e la presenza in Italia del plotone di agenti Cia. Indizi importanti rinforzati da quelli elettronici, lasciati dai telefonini. «La signora de Sousa – spiega il suo legale Mark Zaid – respinge le accuse mosse dalle autorità italiane. Ed è sorpresa. Il procedimento criminale rappresenta un messaggio agghiacciante all’intera comunità diplomatica e viola le leggi e gli accordi internazionali». Una presa di posizione motivata dal fatto che lei si considera «un diplomatico» coperto dall’immunità. E per questa ragione ha presentato un ricorso alla Corte Federale contro il segretario di Stato Hillary Clinton. Una mossa con tre obiettivi immediati: concessione dell’immunità da parte del Dipartimento di stato per ogni azione compiuta durante la sua permanenza in Italia; cancellazione di ogni riferimento penale nel suo file e copertura delle spese legali. Dal suo ex ufficio, forse per evitare altre fughe di notizie, hanno fatto sapere di lavorare ad una soluzione accettabile. Sabrina ha motivato la sua sortita con ragioni familiari. Nata in India 53 anni fa, è divenuta cittadina americana nell’85 ma buona parte della sua famiglia è rimasta all’estero. A causa del mandato di cattura per il rapimento Abu Omar, le hanno consigliato di non lasciare il territorio americano perché potrebbero correre rischi. Una situazione difficile che l’ha costretta a dare le dimissioni, tre mesi fa, dal Dipartimento di stato. «Il governo mi ha mandato in Italia a rappresentare il mio paese e poi mi ha abbandonata», recrimina per dare maggior peso alla sua richiesta. Il legale, invece, se la prende con le nostre autorità invitandole a «non usare gli individui come pedine politiche in qualsiasi disputa con il governo americano».
LA REAZIONE - Parole che hanno suscitato la reazione dei procuratori Spataro e Pomarici: «Non comprendiamo a cosa e a chi si riferiscano le parole dell’avvocato Zaid. La giustizia italiana merita rispetto e non insinuazioni». Il giudice per le indagini preliminari – e non un’autorità politica – ha stabilito che il comportamento di alcuni imputati che ricoprivano la carica di console non poteva essere coperto dall’immunità in quanto coinvolti in «crimini gravi». Gli elementi in possesso della Digos mostrano che i «diplomatici» hanno partecipato in modo diretto all’operazione clandestina voluta da Jeff Castelli, il capo antenna Cia in Italia e diretto superiore – secondo le accuse – di Sabrina. Ed un ex agente, interpellato dal New York Times, ha confermato che lei faceva parte dell’intelligence. Quanto al suo profilo valgono le testimonianze di chi l’ha conosciuta. Brava nel raccogliere informazioni sensibili, abile nel costruire rapporti personali, molto presente negli uffici dove si potevano intercettare dati sull’estremismo islamista. E i contatti professionali diventavano a volte più diretti. Riportiamo il ricordo di suo vecchio amico: «Non era una tigre, ma una donna dolce con una grande voglia di bella a vita». Cene in un locale chic di Via Messina a Milano, incontri, una pizza e gite fuori porta. Cocktail e gazzose. Per questo l’ultimo messaggio della donna del mistero si chiude con «l’amore immutato per gli italiani». Certo non per le nostre leggi.
Guido Olimpio
Berlusconi e il sisma: abitazioni a novembre
Rinviato il decreto sul piano casa - Salta il patto dopo il no delle Regioni
Gli enti sostengono di non avere ricevuto garanzie sufficienti. Errani: «Il governo dia risposte»
da Corriere della Sera
ROMA — «Quando l’edilizia va, tutto va». Berlusconi ricorre a questo quando affronta la platea riunita agli Stati generali delle costruzioni parlando «da vecchio collega delle costruzioni, e in questa veste posso dire di trovare totalmente corretto il discorso del presidente dell’Ance, con il quale ci diamo del tu e al quale posso chiedere 'dimmi cosa devo fare e io la faccio'».
Annuncia che oggi il governo avrebbe varato il piano casa, ma ignora che di lì a poco le Regioni ne bloccheranno l’approvazione. Berlusconi, insomma, cerca di stabilire una sintonia con gli operatori di un settore talmente in crisi, che il presidente dell’Ance Buzzetti invoca: «Fateci tornare a fare impresa perché 250 mila persone rischiano di perdere il posto di lavoro». Un appello simile a quello del presidente di Confindustria Marcegaglia, che giudica «positivo il decreto per l’Abruzzo», ma si domanda: «Quanti soldi sono effettivamente spendibili? ». Di fronte a tali grida d’allarme, il premier annuncia che entro «dieci giorni convocherò a Palazzo Chigi un tavolo interministeriale» e, al contempo, enuncia un piano per l’edilizia, indica le cifre stanziate e come intende operare: emergenza Abruzzo, infrastrutture, social housing, il progetto delle new town. Doveva esserci anche il piano casa (che era all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi). Ma, rivelerà più tardi il ministro Fitto, non si è raggiunta un’intesa nella conferenza Stato-Regioni.
Le Regioni sostengono di non avere ricevuto garanzie sufficienti. Anzi, per bocca di Errani, attendono che «il governo dia risposte su questioni fondamentali». Il decreto, ora accantonato, avrebbe consentito di aumentare del 20% la cubatura delle case mono o bifamiliari. «Ebbene — calcola Berlusconi — se soltanto il 30% dei proprietari volesse utilizzare questa possibilità, secondo stime al ribasso, in diciotto mesi verrebbero messi in circolazione tra i 70 e i 150 miliardi di euro che giacciono inoperosi nelle nostre banche ». In testa ai provvedimenti, c’è la «sfida per la ricostruzione delle abitazioni distrutte dal terremoto». «Quando le scosse saranno finite — nota — intendiamo garantire al 78% della popolazione di tornare nelle proprie case, perché non vogliamo che finiscano in baraccopoli o tendopoli». Berlusconi garantisce che «entro sei mesi dal primo maggio saranno pronte case per 13 mila persone, cioè saranno costruiti 4.500-5.000 alloggi ». Queste unità saranno «edificate su 14-20 aree nel verde: quando gli occupanti si sistemeranno nelle nuove case ricostruite, i moduli abitativi diventeranno campus universitari ». Per l’intera ricostruzione dell’Abruzzo, osserva Berlusconi, «lo Stato stanzierà 8,7 miliardi di euro, dei quali 7 saranno destinati all’edilizia». E il ministro dell’Economia Tremonti aggiungerà al Tg1: «Abbiamo trovato i fondi. Capisco le polemiche, visto che si è in campagna elettorale. Ma per piacere lasciamo fuori il terremoto». C’è poi il piano per le infrastrutture. Il Cavaliere ribadisce la centralità di questo impegno e annuncia, sollecitato dagli amministratori locali, «di stare lavorando affinché ci possa essere un nostro intervento sul patto di stabilità interno per consentire agli enti che sono stati bravi ad amministrare di potere utilizzare i risparmi per fare interventi nelle costruzioni ».
Lorenzo Fuccaro
Domiciliare una bolletta
da Il Messaggero
Gentile Redazione, vorrei dirVi, avendo cambiato Banca, cosa mi stà succedendo da febbraio, con queste tre "premiate ditte", per la nuova domiciliazione delle fatture. La nuova Banca effettuava subito la comunicazione alle tre e mi diceva di fare un controllo, dopo 15 giorni, chiamando i loro call center. Ebbene qui comincia la mia avventura che ancora ad oggi non è stata risolta.
Chiamo Telecom e al 187 mi dicono che devo chiudere il conto sulla vecchia Banca ma ribadendo che c'è una loro fattura in pagamento e non lo posso fare mi dicono che ho ragione mi pregano di richiamare dopo una decina di giorni. In breve, dopo altre telefonate senza risolvere il problema, un operatore mi chiede i nuovi dati bancari e dice che risolve lui il problema. Qui si nota che chiamando il 187 bisogna essere fortunati a parlare con l'operatore giusto. Ad oggi, però, non c'è stata nessuna variazione.
Enipower: dal call center nessuna possibilità di risolvere il problema e nessuna informazione riguardo internet dove ho scoperto che dal loro sito è possibile fare la variazione. L'ho effettuata ma ad oggi nessuna risposta.
Aceaelectrabel: su indicazioni del call center, anche qui solo alla quarta telefonata, mi dicono di inviargli via fax, un modulo scaricabile dal loro sito e effettuare la disdetta da parte della vecchia Banca Fatto tutto, ma oggi ho chiamato e mi hanno detto che risulta solo la disdetta ma non la nuova domiciliazione. L'operatore non è rimasto sorpreso anzi mi ha detto che Lui ha aspettato 8 mesi.
Credo che siano più fortunati nel terzo mondo perchè hanno Società che funzionano meglio di queste. Ringrazio dell'attenzione e Vi invio cordiali saluti. Roberto
Quante volte ignoriamo chi è più vicino a noi
da Il Messaggero di Lisa Ginzburg
Solidarietà, bella parola… ma nei fatti non viene dimostrata. Ho perso il lavoro un anno e mezzo fa e non sono riuscita a trovarne un altro nemmeno come domestica, troppo qualificata e poi sono italiana e quindi fonte di problemi. Ho esaurito i miei risparmi ed ho pagato l’affitto finché ho potuto poi, inevitabilmente e giustamente, è arrivato lo sfratto. Non ho più i miei genitori, sono sola, non c’è stato un “amico/amica” che abbia dimostrato un briciolo di solidarietà! Eppure erano così commossi quando vedevano i terremotati a L’Aquila! Oggi ho dovuto lasciare il mio adorato gattino, piango, e spero solo temporaneamente ad un’associazione di volontarie perché non posso più tenerlo visto che da stasera, grazie alla solidarietà, non ho un posto per dormire. Questa è la mia piccola storia di “solidarietà” ma se qualcuno ha qualcosa di diverso da raccontare per favore lo faccia, vorrei tornare a credere e a sognare… Silvana
Ci sono tanti modi di manifestare la solidarietà ma il più efficace, io credo, è quello del mettersi nei panni dell’altra persona. Provare (per quel che è possibile) a porsi dal punto di vista di chi ha bisogno di sostegno. Questa lettera di Silvana, arrivata già da qualche giorno, sommessamente chiede ascolto. Racconta una storia dura, di progressiva perdita di risorse, di solitudine crescente, di deserto di qualsiasi solidarietà. Un genere di vicenda come se ne annidano dietro gli angoli di strada delle nostre vite, traversie di persone vicinissime a noi, uguali a noi, ma che il più delle volte ignoriamo. O vogliamo ignorare. Riceve poche risposte e vaghe, Silvana. Qualcuno la incita a non mollare (ma lei non molla, altrimenti non ci avrebbe scritto), qualcuno farfuglia altre cose poco sensate. Sarebbe più bello dirle che siamo con lei, chiederle dove sta dormendo ora che ha perduto la casa, informarsi su che genere di impiego potremmo tentare (magari invano, ma tentare) di aiutarla a trovare. Questo le scriviamo qui. Come l’amore, la solidarietà è semplice, non si nutre di diffidenze, calcoli, strategie del cuore. Piuttosto di gesti semplici, immediati, che non si vergognano di apparire ingenui. Avere compassione degli altri vuol dire averla di se stessi. Accettarsi nelle proprie miserie: compresa quella di non saper manifestare appoggio – morale, quantomeno – a chi se la passa peggio, anche molto di peggio di noi. Continui a scriverci, Silvana. Siamo con lei.
unpostoalcuore@ilmessaggero.it
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