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Articolo 21 - Rassegna Stampa
La Rassegna Stampa - mercoledi' 13 maggio 2009 - a cura di hary
La Rassegna Stampa - mercoledi' 13 maggio 2009  - a cura di hary

Ecco i delinquenti che vengono con i barconi
da L'Unita' di Mariagrazia Gerina, Massimiliano Di Dio e Cesare Buquicchio

Il presidente del consiglio Berlusconi dice che sui barconi che in queste ore vengono respinti dalla Marina italiana «ci sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali», dice che pochissimi di loro «hanno i requisiti per chiedere il diritto d'asilo». Si sbaglia. Su quei barconi c'è stato Tedros, 30enne eritreo laureato ed incarcerato perché non allineato al partito al potere. Proprio ieri ha avuto i documenti da rifugiato politico. C'è stato Saied, adolescente afgano fuggito dalla guerra. C'è stata Aisha scappata dall'Eritrea e picchiata e violentata per mesi in un centro di detenzione in Libia. Ecco le loro storie.
TEDROS
Tedros ha 33 anni, è laureato in scienze sociali e nel suo paese, l'Eritrea, si occupava di educazione e assistenza alle persone disabili. È arrivato in Italia l'estate scorsa, il 30 luglio 2008, a bordo di una delle carrette del mare su cui secondo Berlusconi ci sarebbe solo «gente reclutata dai criminali». Sulla sua carretta erano in ventisei, uomini, donne e un bambino. Prima l'arrivo a Lamepdusa, poi il trasferimento nel centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma. Proprio ieri il governo italiano gli ha consegnato i documenti che gli consentiranno di restare in Italia come rifugiato politico. Altri, arrivati con lui, stanno ancora attendendo di essere ascoltati dalla Commissione che esamina le richieste d'asilo.
Non esattamente un criminale. E nemmeno un sovversivo. Tedros, Tedy per gli amici, dopo la laurea, come il governo eritreo impone, si è iscritto al partito unico, il Pfdj che sta per «People front for Democracy and Justice»: «Il nome è buono, il resto meno ed è richiesta assoluta obbedienza ai dettami del partito», racconta Tedros, che ha scontato con 8 mesi di carcere l'essere stato giudicato, con un pretesto qualsiasi, non sufficientemente allineato. Uscito da lì, è iniziata la sua fuga. Sulle orme della moglie, che, in Italia dal 2004, lo aveva preceduto nel tragitto dall'Eritrea alla Libia a Lampedusa. Ora lei fa la colf a Genova, e anche lui, con i documenti in tasca, potrà cercare lavoro.
ABDUL
A trent'anni A.H. ha detto basta. Non voleva più né fare la guerra né subire le vessazioni e le torture del governo sudanese. Per questo è fuggito dal Darfur. Lo chiameremo Abdul, nome di fantasia, perché quel che resta della sua famiglia è rimasto in Sudan e le ritorsioni non sono finite per loro.
Tutto comincia quando A.H. viene spedito al fronte, dove si muore e Abdul che è di una tribù ostile al governo centrale subisce continue vessazioni. Dopo tre anni in divisa chiede una licenza e lo sbattono in un carcere militare dove subisce ogni specie di tortura. Quando viene ferito non gli permettono di riabbracciare i suoi. E quando fugge a casa i militari vanno a riprenderselo. Al suo posto arrestano il padre: lo torturano e lo uccidono. E dopo di lui uccidono i suoi fratelli. Nessuno rivela dove si nasconde Abudl, che solo un anno fa, attraversando il deserto a piedi e penando per guadagnare i 1200 euro da consegnare ai trafficanti egiziani, riesce a scappare in Italia, dove chiede l'asilo. Il Centro italiano per i rifugiati, che ha raccolto la sua storia, lo assiste. E alla fine Abudl ce la fa. E se la Marina lo avesse respinto?
SAIED
Saied è partito dall'Afghanistan che aveva 9 anni e, tappa dopo tappa, ha percorso l'intera odissea dei ragazzi afghani in fuga dalla guerra. Aveva 18 anni Saied, quando, 2 anni fa, nascosto sotto un camion proveniente dalla Grecia, ha raggiunto la destinazione finale: Italia. Anzi, più precisamente: Roma. «Dalla stazione Termini, prendere il 175, scendere alla stazione Ostiense», recitavano con precisione le istruzioni. Pakistan, Turchia, Grecia. Ogni tappa un espediente per mettere da parte i soldi, pagare i trafficanti e proseguire il viaggio fino all'approdo finale, sulle panchine di piazzale Ostiense diventata ormai l'ambasciata on the road della diaspora afghana. Da lì, il passa-parola l'ha portato fino al Centro Astalli, il centro per rifugiati gestito dai gesuiti. Ora Saied, che, rifugiato politico, ha imparato l'italiano e studia per prendere la licenza media, fa il mediatore culturale, ha uno stipendio e da un paio di mesi vive in un appartamento.
AISHA
"Sono scappata dall'Eritrea perché non volevo essere reclutata nell'esercito e mandata nella guerra senza fine contro l'Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell'esercito e non sono mai più tornati a casa. - a raccontare questa storia è una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l'ha raccontata a Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto "Not Criminals" -. In Libia sono stata messa in un centro di detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo possibilità di fuga - spiega Aisha -. Quando mi sono imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato difficile stare in quel posto con tante altre persone".
MOHAMMED
«Lavoravo come camionista per un'azienda statale impegnata nella ricostruzione dell'Afghanistan. Era il 7 maggio di due anni fa, un gruppo di talebani ha rapito me e altri quattro colleghi. Tre di loro sono stati uccisi. I loro cadaveri sono stati lasciati davanti al palazzo dove lavoravamo». Mohammed, quarantenne afghano, è salvo per miracolo. «Mio zio ha pagato 10mila dollari per liberarmi». Chi ha ucciso i suoi colleghi, però, non dà garanzie per la sua vita futura. E così, alcuni mesi dopo, lui decide di lasciare per sempre il suo paese. Un viaggio lungo, fatto di stenti e paura. Prima l'Iran, poi la Turchia. «A Istanbul - ricorda - ho preso un gommone e siamo riusciti a raggiungere le acque territoriali della Grecia ma siamo stati respinti dalle autorità locali. Ci hanno fatto buttare tutti i nostri vestiti e soldi, ho perso il mio passaporto, la patente e 700 euro». Il gommone cerca di tornare indietro ma la polizia turca lo respinge. Mohammed teme di morire in mare ma alla fine è la Grecia a dare ospitalità a lui e a suoi connazionali. «Ci hanno portato in un campo dove siamo rimasti per sette giorni, dicevano che non era possibile fare richiesta di asilo, che dovevamo andare ad Atene». Ed è lì che l'uomo si dirige senza scarpe, con soli pochi indumenti addosso. Denuncia anche violenze da parte della polizia. «Per nessun motivo - rivela - mi hanno colpito sulla testa con un bastone elettrificato e sono caduto». Si risveglia con un braccio rotto in un ospedale, Mohammed. «Avevo paura di avvicinarmi alle autorità per chiedere asilo, così ho pagato un trafficante: 2500 euro per potermi nascondere dentro un tir che ha attraversato il mare in una nave». Lo sbarco a Venezia solo il 13 marzo scorso.
IKE
"Ero un insegnante di matematica - racconta ancora Ike, somalo, nel rapporto "Not Criminals" -. Tre dei miei colleghi sono stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato qui".
TITTY
Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per l'ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno dall'esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In questi dodici mesi ha imparato l'italiano, ha frequentato un corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il diritto all'asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione sussidiaria».
SAMA
"Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine - racconta Sama anche lei in fuga dalla guerra e in cerca di un futuro per sua figlia -. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L'uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame".
ADAM
Adam ha poco più di vent'anni. È sudanese. Come Abdul faceva il soldato, nel Darfur. Costretto ad arruolarsi, è scappato dall'esercito e dal suo paese per sottrarsi alla guerra. In Italia è arrivato cinque anni fa in gommone, gettato dagli scafisti libici sulle coste di Lampedusa. Adesso lavora all'Ikea, dove è stato assunto a tempo indeterminato, e vive a Roma, in una casa in affitto.
SAHRA
Non ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32 anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi, mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre». Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan. Per un tratto, l'aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi per giorni nel deserto con una bottiglia d'acqua e alcune fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra, disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere, toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque all'improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al ‘cordolino' per non fare uscire più il sangue, proprio come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non piangeva né si muoveva. Dopo un po', forse ero svenuta, la toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del nostro Dio». L'ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la piccola Iman trovano l'aiuto anche di un medico italiano. È' lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per l'Italia. «Eravamo oltre cento persone - ricorda -. Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c'era acqua, pensavo che non ce l'avremmo fatta ma per fortuna ci avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz'ora, una volta al mese. E' proprio questa la sua nuova battaglia.


L'assistente racconta a Vanity Fair i retroscena della più grande frode della storia
Bernie, sua moglie e le squillo - La segretaria svela il Madoff segreto
«Ora con il suo silenzio cerca di proteggere qualcuno»
da Corriere della Sera

WASHINGTON - Sapeva essere ge­neroso e volgare. Capace di pagare (non di tasca sua comunque) le cure del figlio di un dipendente e pronto a insultare a sangue segretarie e collabo­ratori. Paludato, naturalmente elegan­te. E incline all'ironia greve, battute e gesti da caserma, manomorta compre­sa. Era Jekyll e Hyde. L'uomo di mon­do, stimato e corteggiato da ricchi e fa­mosi. E il maniaco sessuale, l'agenda personale con una lunga lista di mas­saggiatrici, che frequentava anche du­rante le ore del trading. Pochi hanno conosciuto Bernie Ma­doff meglio di Eleanor Squillari, la se­gretaria che gli è stata vicina dal 1984. Se le vittime, in buona parte ebrei, del­la sua ventennale catena di Sant'Anto­nio, una truffa da 65 miliardi di dollari, lo hanno paragonato a Hitler, che co­me lui decimò i loro patrimoni, allora lei è Traudl Junge, l'ultima assistente del capo del nazismo. E come la dattilografa, che ne batté a macchina le ultime volontà nel bunker della cancelleria, seppe solo a guerra finita del­l'Olocausto e dei crimini di guerra, anche Squillari giura di non aver mai avuto il più piccolo sospetto che la faccia­ta rispettabile del suo mago della finanza fosse in realtà un villaggio Potemkin a co­pertura di un'impresa crimi­nale. Tant'è.
Prima scioccata e incredula di fronte all'arresto di Madoff, poi sempre più delusa, ar­rabbiata e decisa a lasciarsi alle spalle «la persona che ammiravo», Squillari ha deciso di dare tutto l'aiuto possibile agli agenti dell'Fbi e di raccontare in un lungo articolo appena uscito su Va­nity Fair la vita quotidiana nel Lipstick Building, il prestigioso edificio di Manhattan dove la Bernard L. Madoff Investment Securities occupava tre pia­ni. Un capo facile alle allusioni sessuali pesanti, quello di Eleanor: «Spesso usciva dal suo bagno, che stava diago­nale rispetto alla mia scrivania, ancora abbottonandosi la patta. Se vedeva che scrollavo la testa in segno di disappro­vazione, mi diceva: 'Dai, lo sai che ti eccita'. Oppure cercava di mettermi una mano sul sedere e commentava: 'Ma lo sai che sei ancora carina?'. Io non l'ho mai preso sul serio. Era il suo modo di essere affettuoso». Bernie era sensibile al fascino femmi­nile, amava flirtare spesso e per questo sua moglie Ruth «lo teneva d'occhio co­me un'aquila». Aveva un debole per i massaggi: «Una volta l'ho trovato men­tre scorreva su una rivista i numeri del­le call girl e verificava le foto. Nella sua agenda, alla M, aveva almeno una doz­zina di telefoni di massaggiatrici. Gli dissi che se l'avesse perduta e qualcu­no l'avesse trovata, avrebbero pensato che fosse un pervertito. Quando preno­tava un massaggio, diceva: 'Vado fuori a passeggiare'. Tornava dopo un'ora, di umore migliore».
E di buon umore Bernie e sua moglie Ruth, una donna ossessionata dalle ap­parenze e abituata a spendere fortune in gioielli, vestiti e interventi di chirur­gia estetica, sembrarono anche la sera del 10 dicembre scorso, alla cena di Na­tale che ogni anno offrivano ai dipen­denti. Mancavano poche ore all'arresto del finanziere e al crollo di quella che un agente dell'Fbi ha definito la loro «Disneyland». Ma Eleanor Squillari sapeva con cer­tezza che «qualcosa non stava funzio­nando » più, nell'universo rarefatto e in apparenza irreprensibile del suo boss. Era da mesi, da quando in settem­bre Wall Street era implosa sotto il pe­so dei titoli tossici, che succedevano co­se strane. Nelle ultime settimane, rac­conta la signora italo-americana, «Ber­nie era fisicamente uno straccio, si mi­surava ossessivamente la pressione, prendeva farmaci per tenerla giù».
Quel giorno poi, una frase detta da Bernie al telefono e riferitale dall'auti­sta, l'aveva colpita particolarmente: «Andy era così nervoso che se l'è quasi fatta addosso». Andrew è uno dei due figli di Madoff, entrambi suoi collabo­ratori: «Aveva saputo ciò che io avrei saputo il giorno dopo: suo padre era un truffatore». Il solo? Eleanor è convinta di no. Cre­de che Madoff, una volta vista la fine avvicinarsi, abbia predisposto con cu­ra l'uscita di scena, arresto compreso. E pensa «non sia umanamente possibi­le » quello che da dicembre continua a ripetere ai federali, cioè di essere l'uni­co responsabile della più grande frode della Storia: «Sta cercando di protegge­re qualcuno».
Paolo Valentino

 IMMIGRATI - Sicurezza al voto di fiducia - Giallo sui bimbi «invisibili»
Il Pd: adottabili i figli di clandestini. Ma il governo smentisce
da Corriere della Sera

ROMA - Sarà votato oggi alla Camera, blindato dal governo che vi ha posto la fiducia, il contestato disegno di legge sulla sicurezza. Quello che rende reato la clandestinità, introduce le ronde, prolunga da due a sei mesi la permanenza degli irregolari nei Centri di identificazione ed espulsione e inasprisce il carcere duro ai boss. L'ultima polemica è esplosa alla vigilia sul destino dei figli dei clandestini che secondo una interpretazione del testo, smentita dal governo, rischierebbero l'adottabilità.
L'allarme, lanciato da alcune associazioni di difesa dei migranti, nasce dal fatto che la norma impone agli stranieri di mostrare il permesso di soggiorno per accedere agli uffici pubblici, ad eccezione di scuole dell'obbligo e ospedali. Da lì le accuse di Donatella Ferranti del Pd sulla norma definita «disumana»: «Se una donna clandestina partorisce in Italia, ma non è in possesso del passaporto, non può conoscere neanche il proprio figlio, oltre a non poterlo iscrivere all'anagrafe. Se poi venisse espulsa suo figlio verrebbe messo in adozione». «Alla puerpera irregolare, viene dato, per il periodo della gravidanza e del parto, una sorta di permesso di soggiorno provvisorio. Ma perché il questore glielo possa dare la clandestina deve avere il passaporto che molto spesso non ha. E allora, per sottrarsi al pericolo di denuncia dell'ufficiale di stato civile eviterà di registrare la nascita». Immediata la smentita del sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano.
Ma lo stesso ministro, Roberto Maroni, ha voluto precisare: «E' falso che nel ddl ci sia una norma per cui i bambini clandestini potrebbero essere immediatamente adottabili. La legge Bossi-Fini prevede la concessione automatica del permesso di soggiorno di sei mesi dalla nascita del bambino sia per il figlio che per i genitori». «A quel punto entrambi possono iscriverlo all'anagrafe», aggiunge la relatrice del ddl Iole Santelli. Resta nel ddl, il reato di clandestinità. A commetterlo non si rischia il carcere che invece è previsto fino a tre anni per chi affitta una casa ai clandestini. Avere la cittadinanza italiana costerà 200 euro. Il permesso di soggiorno tra gli 80 e i 200 euro. Il provvedimento, che se oggi avrà il via libera dovrà passare all'esame del Senato, contiene anche importanti norme di contrasto alla mafia come l'allungamento di 4 anni del carcere duro ai boss.
Virginia Piccolillo

Il rilevamento mensile di Ipr Marketing per Repubblica.it sulla fiducia
Il Cavaliere perde tre punti, è a 53 come quando si insediò
Sondaggio, Berlusconi in calo - Il premier torna a un anno fa
Ministri allo specchio. La linea dura di Maroni non paga (-3%)
Tremonti a +3 forse beneficiando dei primi segnali di fine crisi
da La Repubblica di MARCO BRACCONI

FORSE per colpa del divorzio con "la signora Veronica", forse per la linea dura sull'immigrazione. Ma per Silvio Berlusconi la luna di miele post-terremoto, che lo aveva portato a quota 56, sembra finita.
La fiducia nel premier a maggio, secondo il sondaggio mensile di Ipr Marketing per Repubblica.it, è in calo di tre punti. Da 56 a 53. Solo a marzo (52) gli era andata a peggio, ma secondo gli autori del sondaggio, il calo di 3 punti in un mese è decisamente rilevante. Nella considerazione degli italiani scende di due punti anche il governo che tocca quota 44%: il minimo come a marzo.
I dati Ipr ci dicono dunque che il Cavaliere torna all'indice di fiducia che aveva al momento del suo insediamento. E che il suo partito, il Pdl, e la Lega di Bossi restano fermi rispetto ad aprile: quota 50.
Si registra, invece, una lieve ma generalizzata risalita della fiducia nei partiti di opposizione. Il Pd sale di due punti (è al 33), l'Udc di uno (34) e l'Italia dei Valori di Di Pietro cresce di ben quattro punti (al 41).
Interessanti alcuni dati sui ministri. In particolare quello che riguarda la fiducia nel titolare dell'Interno Maroni. Il paladino della linea dura su immigrati e sicurezza è in calo, di ben tre punti. Come se fuori dal bacino elettorale di riferimento la "cattiveria" tante volte invocata dai leghisti contro i migranti non pagasse. Per Giulio Tremonti, invece, le cose vanno all'opposto. Il ministro dell'Economia cresce, anche lui di tre punti. Forse beneficiando di quei primi timidi segnali di uscita dalla crisi globale.


Veronica e le donne al tempo del Cavaliere
da La Repubblica di NATALIA ASPESI

Lui un buon uomo addolorato, un marito ferito, un padre che, pur oberato dai suoi impegni internazionali, passa le serate col figlio e spera solo in una riconciliazione, in nome dell'amore e della famiglia: lei una povera donna che è caduta in una trappola mediatica, una moglie che si è fatta plagiare, una persona fragile, incapace di autonomia, forse addirittura disturbata, per non dire matta.
La vera trappola mediatica è invece la "rotocalchizzazione", quella che il potente sbarramento di quotidiani, settimanali, mensili, televisioni, siti al servizio del premier, ogni giorno si spalanca su Veronica Lario, per macchiarla, denigrarla, distruggerla. Per fare di lei non una moglie che non sopportando più le umiliazioni e le stranezze del marito, chiede come è suo diritto la separazione, ma una creatura suggestionabile, instabile, irragionevole, soggetta a incubi, forse addirittura pericolosa a sé e agli altri. É come se all'impero della comunicazione di cui il premier è padrone, fosse stato ordinato non tanto di far rilucere le sante ragioni di un marito sofferente per le folli accuse di una moglie, contemporaneamente sottolineando la sventatezza e i torti di lei: ma piuttosto di rendere questa moglie da subito inaffidabile, incapace di intendere e volere, nel caso decidesse prima o poi di dire la sua: perché nessuno conosce, oltre alle virtù di un marito, i suoi segreti, gli errori, le debolezze, i peccati, gli abissi, più di una compagna di trent'anni di vita.
Ma la signora Lario tace, non reagisce a nessuna provocazione, ha scelto, con grande intelligenza e fermezza, il silenzio, l'ombra, l'invisibilità. E nella volgare ragnatela di pettegolezzi, pareri, offese, diagnosi, barzellette, sondaggi, supposizioni, invettive, sghignazzi, ragazzette e ministre e vecchie foto, che stanno macchiando la sempre più servizievole e provinciale informazione italiana, quel silenzio, quell'ombra, quell'invisibilità, mettono a disagio i lanzichenecchi dell'insulto, li fanno sentire impotenti, nell'incapacità di creare un vero e proprio scontro che consenta loro aggressioni sempre più violente e infamanti.
Il silenzio, per ora, è la lama più affilata che la signora Lario, una moglie come tante, come tante offesa, che ha con sé solo il potere delle sue ragioni e della sua ragione, può opporre non a un marito come tanti, ma a un premier che si crede invincibile e immortale, ricchissimo e certo che tutto sia in vendita, che ha con sé un governo che mai dissente, una maggioranza parlamentare ubbidiente, una moltitudine di avvocati sapienti, una folla di cortigiani disposti a tutto, un muro compatto di giornali e televisioni di massimo cinismo, una parte rilevante degli italiani, uomini e donne, intrappolati da una specie di incantamento che nulla scalfisce. Forse le ultime avventure familiari ed extrafamiliari? Dipende: un sondaggio Swg dice che il 67% degli italiani si schiera con Veronica, mentre dai focus group di parte risulta che stanno con Silvio l'85% delle donne italiane.
Delle donne, italiane! Di sicuro una balla, o una macroesagerazione, ma è vero che le ultime vicende personali di cui è stato protagonista il presidente del consiglio, hanno esasperato una nuova mutazione, un ripiegamento, una perdita di equilibrio del costume italiano, segnando la fine del politicamente corretto di genere, del rispetto verso le donne; di quelle fantomatiche pari opportunità che dopo aver prodotto una deliziosa ministra carica di sue invidiabili opportunità e quindi antifemminista, servono solo a privilegiare ragazze giovani e carine, di cui si decantano le lauree plurime, come se bastassero a sostituire esperienza, passione, sacrificio, competenza.
Le donne sono tornate a essere il bersaglio del maschilismo più fascistoide, con giornali che delle signore che danno fastidio pubblicano subito foto discinte e rastrellamento di ex amanti, perché la donna torna ad essere solo corpo, solo sesso, da disprezzare, irridere, additare al pubblico ludibrio, oppure, se servizievole, da esaltare e promuovere, soprattutto nella freschezza e stupidaggine della minore età. Bastava vedere nell'ormai celebre puntata di Annozero, con che disprezzo virilista l'avvocato Ghedini al servizio del premier e quindi promosso parlamentare, trattava Emma Bonino, la cui fermezza, e intelligenza, e preparazione, e storia, meritano sempre ascolto; ma non per Ghedini, cresciuto alla scuola che se irridi e parli sulle parole dell'altro, quelle parole preziose vengono cancellate. E nella stessa trasmissione si ha avuto la conferma che anche le donne hanno perso la testa: dopo che Noemi Letizia è stata paragonata a Cenerentola, la direttrice di un settimanale rosa, graziosa anche se non minorenne, ha spiegato il suo appoggio al presidente del consiglio in veste di marito perché "è bellissimo" e pure molto galante. Il boato del pubblico l'ha molto stupita, e amareggiata. Tutti i settimanali di gossip, non solo quelli di proprietà berlusconiana, con qualche distinguo, hanno elogiato, in questa occasione di prezioso pettegolezzo, oltre al politico, il tombeur des femmes, dando vita al nuovo Principe Azzurro che fa impazzire le donne: ultrasettantenne, sempre truccato, con cinque figli e due mogli, simpaticamente donnaiolo, e con un patrimonio e un potere immenso che nessun principe azzurro tradizionale si è mai sognato di possedere. Il colpo finale lo ha dato la piccola massima diva del momento, la diciottenne Noemi che con la sua grazia gentile è un clone indistinguibile delle sue coetanee, tutte con capelli biondi e lisci, corpicino stretto, sorriso fisso, pazze per lo shopping, meta Il Grande Fratello, per lei oltre a papi, si capisce.
E' stata lei, in totale incoscienza, a sfoderare una parola che era uscita dal vocabolario di uomini e donne persino in confessionale, che non era più comparsa tra i problemi, le angustie e le indispensabili virtù femminili: proprio lei ci ha ricordato che "la verginità è un valore importante" e chissà come si dispereranno i suoi cloni, che se ne erano dimenticate e potrebbero da adesso sentirsi fuori moda.


Nell'ordinanza d'arresto dei due estremisti islamici, le conversazioni in cella e i loro piani di battaglia contenuti nelle chiavette Usb
"Devo andare a sterminarli colpirò l'aeroporto di sera"
Tra i testi trovati nel camper dei sospettati anche un "testamento del kamikaze" - Ayachi e Gendron ipotizzavano un attacco con un aereo: "Quando c'è più gente?"
da La Repubblica di GABRIELLA DE MATTEIS

BARI - Per i pm Roberto Rossi e Francesca Romana Pirrelli è la conversazione "forse più rilevante sotto il profilo investigativo tra quelle intercettate". Bassam Ayachi e Raphael Gendrom parlano in carcere. È il 14 dicembre. Per la procura, pensano all'organizzazione di un attentato con l'utilizzo di aerei.
Gendron: "... Bisogna cambiare posto...".
Ayachi: "... Parigi..."
G: "... Ci sarà di più... devi andare via..."
G: "... Lo possiamo fare...".
A: "... O tutto o niente... e che facciamo... se l'altro combatte...".
G: "... Colpiamo... lo faremo... saremo dappertutto..."
A: "... Ma certo che sì..."
G: "... Allora, veloci..."
A: "... Faccio l'aereo... colpire il maestro..."
G: "... Colpirò "De Gaulle"..."
A: "... Colpiamo lì..."
G: "... Allarghiamo...è tutto..."
A: "... La sera... quando saranno tante persone..."
G: "... Io ho fatto l'indagine... forse vuoi ritirarti..."
A: "... C'è solo questo per la pace...".
L'attentato, quindi, nell'immaginazione o nei progetti dei due, doveva essere commesso con un aereo. Lo dimostra anche un altro scambio di battute, captato il 25 gennaio.
A: "... Noi faremo questo egli è... un aereo...".
G: "... Un aereo francese..."
A: "... Gli altri li stermineremo, devo andare a sterminarli... tu sai dei milioni loro partono delle armi a... Colpire nel mondo intero".
L'organizzazione, secondo la procura, disponeva anche di armi, come dimostra una conversazione tra lo sceicco, l'ingegnere e un altro detenuto.
Detenuto: "... Non preoccuparti... c'è l'altro giorno... Li, dove sono stato, lui ci ha offerto per una tonnellata di granate a cinque euro l'una... a Riad andiamo al club.. l'altra volta hai detto che non c'era tempo per andare in Iraq o altro...".
G: "... hai visto li... ma dopo lui paga...".
A: "... a Parigi si guadagna... possiamo esplodere una volta che l'abbiamo portato, ma bisognerà renderla imprendibile a...".
Ma agli atti dell'indagine c'è anche un documento inedito: il testamento di Hisham Abou Nizal, nome di combattimento del ventiquattrenne Beyayo Hisham, pronto al martirio per la Jihad. "Vi raccomando di pregare per me, per sempre, per avere pazienza, la perseveranza, la testimonianza e che Dio mi accetti e mi benedica e se vi giunge la notizia della mia morte siate felici dicendo che è stato il volere di Dio e non vi vestite di nero e soprattutto non affiggete le mie foto" scrive il giovane che raccomanda di "avere cura" dei propri genitori. "Ringraziando Dio - continua - immigrerò nei campi del Jihad per trionfare la religione di Dio, per difendere il paese dei musulmani e proteggere i luoghi sacri dei musulmani e sarò un aiuto per i fratelli "mujahidine".


L'avvocato Rosenberg ha affidato la sua accusa a una testimonianza postuma per corruzione e duplice omicidio. Un sicario lo ha ucciso mentre faceva jogging
Guatemala, video-denuncia shock - "Sono stato ucciso, colpa del presidente"
Colom respinge ogni addebito, ma la Procura apre un'inchiesta
da La Repubblica di OMERO CIAI

Una spy story con al centro tre omicidi e una banca di Stato, sta commuovendo il Guatemala e facendo tremare il suo presidente dopo la diffusione di una video denuncia. "Se state guardando questo video vuol dire che io sono già morto e che il mandante del mio omicidio è il presidente Alvaro Colom". Con queste parole l'avvocato Rodrigo Rosenberg, 47 anni, ucciso da due sicari mentre faceva jogging domenica scorsa, inizia un filmato diffuso prima via radio nel suo paese, il Guatemala, e poi su You Tube. Nel filmato Rosenberg racconta tutta la vicenda che avrebbe portato al suo assassinio accusando Colom ed alcuni suoi collaboratori di essere "assassini, ladri e narcotrafficanti".
La storia inizia con la morte di Khalid Musa, un imprenditore guatemalteco ucciso da alcuni killer insieme alla figlia il 14 marzo scorso e del quale Rosenberg era l'avvocato. Nel video Rosenberg spiega che Musa è stato assassinato perché si rifiutava di nascondere "gli affari illegali" del "Banrural", una banca a capitale misto, nella quale era entrato a far parte della direzione. Affari sporchi che andrebbero dal riciclaggio di denaro al dirottamento di fondi pubblici. Secondo Rosenberg, che nel video afferma di essere stato minacciato da un segretario del presidente, dietro agli illeciti nella conduzione della banca c'erano il presidente Colom, sua moglie Sandra Torres, e alcuni loro collaboratori. "Quella banca è in mano ad un gruppo di ladroni", sostiene ancora Rosenberg nel filmato, che la usano per finanziarsi illegalmente.
Rosenberg, 47 anni, era un avvocato molto conosciuto a Città del Guatemala. Aveva insegnato all'Università e lavorava come consulente per diverse aziende. Alla fine della video-denuncia, l'avvocato lancia un appello al vicepresidente del paese, Rafael Espada, affinché sia lui "il primo a guidare un movimento per recuperare la legalità e far rispettare le leggi con il sostegno di tutti i cittadini onesti".
Un portavoce della presidenza ha subito respinto le accuse postume dell'avvocato ma il procuratore capo ha aperto l'inchiesta e, come primo passo, ha chiesto una perizia per accertare l'autenticità del filmato.
Alvaro Colom, un ingegnere e imprenditore - possiede una fabbrica tessile - di 58 anni è stato eletto presidente alla fine del 2007 con un programma di ispirazione socialdemocratica. In passato si era presentato come candidato alla presidenza già due volte: la prima in una formazione vicina alla ex guerriglia di sinistra e poi con il suo partito, l'Unione nazionale della Speranza. In una recente inchiesta della Gallup, Colom era risultato come il presidente centroamericano più apprezzato dai suoi concittadini (48% di valutazione positiva) mentre il nicaraguense Daniel Ortega era l'ultimo (22%). Nel video Rosenberg accusa Colom di utilizzare la banca per finanziare i progetti di sua moglie che vorrebbe succederlo alla presidenza del paese.


Senza soldi per l'Abruzzo, Tremonti chiede aiuto al Pd
da Europa

Il decreto slitta ancora, governo in tilt sulla ricostruzione, la Protezione civile insiste
Ci provano ancora con lo scudo fi scale. Il confl itto con Letta-Bertolaso
Messo alle strette dall'ira del Cavaliere per le deboli coperture finanziarie sul decreto Abruzzo, Tremonti ha in serbo un piano B. Un piano che cura in gran segreto da almeno un mese nel corso del quale il ministro, convinto che solo con la leva fiscale sia possibile finanziare la ricostruzione in Abruzzo, ha avvicinato esponenti dell'Udc e del Pd.
Tremonti chiede un'operazione unitaria: il sì allo scudo fiscale per finanziare la ricostruzione e mettere in parte a posto i conti in cambio del finanziamento degli interventi considerati prioritaria dall'opposizione.
La mossa disperata di Tremonti si spiega con l'isolamento politico in cui si trova. Sulla ricostruzione, in particolare sulla copertura totale da garantire alle prime case, l'asse forte è quello fra Bertolaso, che da giorni va promettendo agli aquilani contributi al cento per cento, e il sottosegretario Gianni Letta. Asse che sembra poter contare su un supporter particolare: Silvio Berlusconi.
Intanto il portavoce del premier Paolo Bonaiuti definisce «spazzatura » la ricostruzione di Europa.
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Lo stato parallelo c'era
da Europa

Abbiamo avuto in Italia un "doppio stato"? Uno alla luce del sole, democratico e perbenista, e un altro nell'ombra, per servizi ("lacrime e sangue") di cui lo stato può aver "bisogno"? Giorgio Napolitano ha risposto a queste domande in modo complesso, articolato, problematico e non definitivo.
Ha parlato, per le stragi, di «oscura» strategia della tensione. Ha lamentato trame di destra e di sinistra, le prime «con connivenze anche in seno ad apparati dello stato». Ha denunciato «depistaggi» di una parte degli apparati dello stato. Si è augurato che verità e giustizia affiorino «almeno» per la strage di Brescia. Ha concluso che il nostro «è uno stato democratico, e in esso abbiamo vissuto, non in un fantomatico doppio stato». Questo aggettivo «fantomatico», preso fuori dal testo dell'intero discorso, è bastato per scatenare la destra giornalistica contro due o tre generazioni di sinistra, che hanno creduto nell'esistenza di un "doppio stato" magari per darsi ragione della propria incapacità di conquistare il potere (ma c'era il patto ad excludendum, che bastava); generazioni alle quali si contrapposero le nostre, di centristi e conservatori moderati.
Anche noi, nella generale logica manichea, traevamo forza da ogni forma di eversione o violenza per la nostra guerra alla sinistra. Quarantacinque anni di guerra ideologica, dalla Liberazione alla caduta del Muro. È un po' patetico, perciò, leggere oggi sul Corriere della sera polemiche contro le passate e le presenti sinistre, strumentalizzando Napolitano, sproloquiando che il "doppio stato" fu una favola dei comunisti e del movimento.
E lo si scrive tra la ricorrenza dell'assassinio di Moro (9 maggio) e quella dell'assassinio di Giorgiana Masi (12 maggio) falciata a una manifestazione di radicali e movimentisti da poliziotti in borghese, travestiti da "autonomi".
«Alla teoria del "doppio stato" - dice Pellegrino, comunista sui generis, a lungo presidente della commissione stragi - non credo più; piuttosto alla "doppia fedeltà": che ci facevano tanti generali nella P2, se non per fedeltà alla Costituzione, per la quale il Pci era un partito democratico, e per fedeltà alla Nato, per la quale era un nemico? ». Tarallucci e vino alla salentina, dunque, salve le «responsabilità istituzionali» (?). Ma Napolitano ha parlato di trame e deviazioni con connivenze degli apparati dello stato.
Risponde Scalfaro escludendo, «per la mia conoscenza», l'ipotesi di un doppio stato. «Dico però che, per escluderla davanti all'opinione pubblica, sarebbe importante che non si lasciasse nulla di nascosto, confuso, ambiguo. Non mi meraviglierei poi se, da questo chiarimento, uscissero personaggi anche dello stato che si sono comportati male». E tornano le scritte di Torino, a 48 ore dalla pace Pinelli-Calabresi in Quirinale.
Ho conosciuto personalità che hanno rifatto gli apparati dello stato dopo il fascismo, a cominciare da Scelba, e altri che lo hanno governato fino all'avvento del "picconatore" Cossiga, a cui davano sicurezza, di notte, i corazzieri in tuta e parabellum nei giardini del Quirinale, e di giorno organizzare la Gladio nell'ombra. Domandai a Scelba, per il mio libro 18 Aprile, così ci salvammo (Cinque Lune, 1988), come avesse affrontato quarant'anni prima lo scontro decisivo, posto che il Viminale era inzeppato di funzionari ereditati dal fascismo e di partigiani immessi in polizia dal precedente ministro Romita. Scelba mi rispose: sapevo che se i comunisti avessero tentato un colpo di mano non l'avremmo potuto fronteggiare coi carabinieri e la polizia.
C'erano nella polizia 8000 partigiani comunisti, li liquidai e assunsi 20 mila agenti «tutti politicamente affidabili, per ciascuno dei quali feci indagare su parentele e ascendenze ». «Io non ho mai detto d'aver avuto in mano il piano k del Pci, ma mi comportai come se fosse esistito.
Ora posso rompere un riserbo che ho mantenuto per 40 anni, e le dico che, quale fosse stato l'esito delle urne, non avremmo ceduto il potere». Perciò «creai una serie di poteri per l'emergenza, una rete parallela a quella ufficiale, ma ad essa superiore, che avrebbe assunto automaticamente ogni potere in caso di insurrezione, lasciando che questa si indirizzasse verso gli organi formali, ma svuotati.
«Si trattava in primo luogo di superprefetti, ciascuno competente per più province (come i prefetti regionali di De Gaulle nel 1945), e con tutti i poteri del prefetto e del questore formali, contro cui si sarebbe diretto il primo attacco degli insorti. Affidai le superprefetture agli uomini migliori: quella di Milano e province limitrofe al questore Agnesina, nome leggendario nella polizia postbellica. Essi avevano l'ordine di occupare, al segnale convenuto, le sedi della radio per garantirci il monopolio dell'informazione.
Avevo anche disposto l'occupazione dei forni e dei pastifici, ma poi vi rinunciai per tener concentrate le forze». Scelba non volle confermarmi se fosse vero che, per garantire le comunicazioni, avesse predisposto insieme al ministro della difesa Pacciardi una rete parallela radiofonica e telegrafica su navi militari in alto mare, dislocate attorno alla penisola (pagg.114-126).
Se e cosa sia rimasto, non dico dell'apparato parallelo preparato per il 18 aprile, ma della cultura di un apparato occulto dello stato (per esempio, Piano Solo, Gladio, P2, ecc.) non lo sappiamo. E può anche darsi che la loro lunga sopravvivenza non autorizzi a parlare di "doppio stato".
Forse le sinistre avrebbero dovuto fin dall'inizio inventarsi una definizione meno eccessiva, esempio "pezzi di stato parallelo". Ciò avrebbe consentito egualmente a generazioni di elettori di far risalire a questo "potere occulto" antidemocratico le loro delusioni, così come noi dell'altra parte attribuiamo, se non ai piani k, quanto meno ai servizi segreti del Patto di Varsavia l'istruzione alla guerriglia dei nostri terroristi e i lunghi anni di amarezze che ci inflissero.
Sta di fatto che P2, Gladio, Moro, Giorgiana Masi, il comandante democratico dei carabinieri Mino ucciso con un elicottero manomesso, non si spiegano se non si ammette che la storia ufficiale e quella non scritta «si sono quanto meno intersecate», come scrive Nando dalla Chiesa. Cosa intendevano Saragat e gli altri capi democratici gridando al presidente Segni «Qui c'è materia da alta corte», con riferimento alle voci di tolleranza verso il "Piano Solo" (solo carabinieri) predisposto dal generale De Lorenzo? Era fantasia quel Piano? Ricordo il giorno in cui venne a casa un amico in carriera diplomatica, a dirmi che per l'indomani era pronto il mio kit, come oggi si dice, ossia il corredino per entrare nel gruppo stampa e propaganda del Piano: tuta, elmetto, radio r.t., mitragliatore, munizioni. Gli risposi che, da vetero liberal-sabaudo, i carabinieri li preferivo nei secoli fedeli; e lui s'accontentò di presentarmi l'indomani al generale, che, mani inguantate sulla sciabola, troneggiava sull'alto della scala di Palazzo Barberini, per il ballo dell'Arma, col monocolo dal quale dispensava occhiolini d'intesa. E rileggo ogni tanto, col pentimento di chi fu come me e il mio Giornale sulla linea dell'intransigenza, il comunicato della famiglia Moro, 9 maggio 1978: «La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità dello stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerale di stato o medaglia alla memoria.
La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia».
Chi sa perché, quando, come atto di contrizione, rileggo questo comunicato, il pensiero torna a Zellerbach, ambasciatore americano a Roma tanti anni prima, la cui filosofia, non so quanto dismessa poi al Dipartimento di Stato, vedi Kissinger, diceva: «Non fare mai quello che puoi far fare agli altri. Cerca gli uomini giusti per farlo» (New York Times).
Sembra la filosofia dello "stato parallelo". Gratuita fantasia, si capisce.
Come quella delle generazioni di sinistra che credevano allo "stato parallelo". Come quella della presente generazione di destra che crede allo stato vergine e casto (e anche un po' velino). Con capitale parallela a Casoria.
Federico Orlando

 

 

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