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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Ora e sempre Resistenza
Ora e sempre Resistenza

Come sempre Berlusconi è rimasto fedele al suo personaggio, dichiarando durante le celebrazioni del 25 aprile che la festa cui stava partecipando dovrebbe cambiare nome. Secondo lui, infatti, “Festa della Liberazione” è un termine obsoleto, al pari della Costituzione, delle istituzioni garanti della democrazia e della libertà e delle ricorrenze (ad esempio, il 2 giugno) che lo obbligano a rendere omaggio a valori e ideali di cui non gli importa nulla. Tuttavia, poiché parliamo di Berlusconi, dobbiamo chiederci perché abbia affermato una simile sciocchezza. Per capirlo, non basta ricordare ciò che diceva di lui Indro Montanelli – e cioè che “Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice” – perché si rischia di non afferrare quel che c’è dietro alle parole del Premier. Non è da escludere che Berlusconi sappia a malapena ciò che è accaduto il 25 aprile 1945 (non ci dimentichiamo che il Nostro voleva andare ad incontrare il padre dei fratelli Cervi morto trent’anni prima); ma è certo che il termine che egli vuole cancellare non è “Festa” ma “Liberazione” in quanto quest’ultimo pone sempre un quesito assai scomodo per questa destra: Liberazione da chi e da che cosa? Liberazione dalla barbarie del nazi-fascismo e della dittatura, esimi signori, Liberazione da oltre vent’anni di soprusi e prevaricazioni, Liberazione dalla falsa ideologia di un Regime che ha gettato l’Italia nel baratro e nell’orrore di una guerra che ci è costata immani lutti e centinaia di migliaia di morti. Quel giorno pensavamo di esserci liberati per sempre di personaggi che la pensavano come i vari Ciarrapico, Gasparri, Tremaglia, La Russa, Ronchi, come molti rappresentanti della Lega Nord che considerano la xenofobia un valore (tanto per non fare nomi, si pensi alle dichiarazioni di Gentilini e Borghezio): insomma, di personaggi i cui figliocci politici sono oggi esponenti di spicco del governo e della maggioranza. Anche se l’analisi è corretta, non credo che Berlusconi abbia proposto di sostituire “Liberazione” con “Libertà” solo perché il suo partito si chiama Popolo della Libertà. Senz’altro, questo è uno dei motivi, ma non il principale; il principale è quello che abbiamo appena spiegato, dato che la maggior parte dei moderati e dei sedicenti liberali che sostengono il PdL, probabilmente, si indignerebbero se riflettessero sul fatto che il loro leader ha indossato la camicia nera per due terzi della campagna elettorale; che non ha mai condannato apertamente il fascismo (a differenza di Fini cui, pur provenendo da un partito dichiaratamente fascista, va dato atto di aver condannato più volte il Regime, subendo anche l’accusa di aver svenduto i propri ideali per ottenere poltrone di prestigio) e che la parte della Costituzione che ritiene obsoleta e di “impronta sovietica”, guarda caso, è quella in cui c’è scritto che è vietata la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e in cui è contenuto, tra i princìpi fondamentali, l’articolo 3 (leggermente in contrasto con il Lodo Alfano) che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quando, nel 2006, fummo chiamati a pronunciarci sul referendum costituzionale per decidere se approvare o meno la riforma redatta da “giuristi” come l’odonto-politico Roberto Calderoli (lo stesso della “porcata” elettorale con cui oggi siamo costretti a votare), Enzo Biagi sistemò “questi improvvisati politici” con un articolo dei suoi. Si intitolava “L’equilibrio dei poteri” e in un passaggio decisivo recitava: “Credo poi nel ruolo che ha attualmente il presidente della Repubblica: sopra le parti, con la facoltà di sciogliere le Camere, garante di tutti i cittadini e di tutte le forze politiche. Per questo non mi fa stare per niente tranquillo la proposta di dare al presidente del Consiglio più poteri, troppi poteri, rompendo l’equilibrio che c’è ora. È vero che adesso siamo ben ancorati in Europa, è vero che dai tempi di Benito Mussolini sono passati molti anni, ma i meccanismi di un sistema politico sono delicati, tanto più se abbastanza giovane come il nostro, e prima di toccarli val la pena di pensarci bene”. Tra i ministri dell’attuale esecutivo che fanno a pugni con i valori della Resistenza e della Costituzione che da essa è scaturita ci siamo dimenticati Umberto Bossi, colui che pochi giorni prima di quel referendum dichiarò al Tg1 che “se vince il no al referendum del 25 e 26 giugno, ci saranno vie non democratiche per cambiare”. Anche per lui Biagi seppe trovare le parole giuste: “Come certe cattive predicazioni del passato, anche le fregnacce colpiscono e lasciano un segno”. Visto il periodo che stiamo vivendo, non sappiamo come reagirebbero i moderati di questo governo se qualcuno facesse notare loro che il Premier che ha parlato di “festa di libertà e di tutti” è lo stesso Premier a capo del governo che approvò quella riforma costituzionale fortunatamente bocciata dai cittadini; e chissà cosa direbbero se quel qualcuno facesse notare loro un singolare (ma temiamo non casuale) parallelismo storico: la riforma fu votata al Senato il 23 marzo 2005, cioè lo stesso giorno scelto nel 1919 dagli “Arditi” per costituire i “Fasci italiani di combattimento”. Perfino Carla Voltolina, vedova dell’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini e scomparsa il 6 dicembre 2005, in quell’occasione ruppe un riserbo che durava da anni, sostenendo che “l’approvazione del testo di modifica della Costituzione Repubblicana suscita grave inquietudine, e mi impone di rompere senza indugio il silenzio. Le modifiche costituzionali prefigurano, come è stato osservato da autorevoli studiosi, una repubblica “bonapartista”, esse riecheggiano per taluni aspetti, aggiungo senza troppo sforzo di fantasia, le leggi fascistissime del ‘25”.
Non ci siamo soffermati così a lungo su questi particolari, tutt’altro che irrilevanti, per puro spirito di contraddizione verso il Capo del governo, ma perché ci sembra quanto meno singolare che autorevoli opinionisti come Massimo Franco parlino sul “Corriere della Sera” (su cui nel 2006 Biagi scrisse i due articoli di cui abbiamo riportato alcuni estratti) di “una fase nuova”, come se Berlusconi avesse compiuto chissà quale gesto e non soltanto il proprio dovere cui si era sottratto per quindici anni. Anche Franceschini ha giustamente sottolineato l’importanza di questa partecipazione e la validità delle parole pronunciate dal Premier, ma non ha rinunciato a chiedergli di fermare il ddl che equipara i repubblichini ai partigiani né ha perso tempo a spellarsi le mani per applaudire una scelta sulla quale pensiamo che pesi molto la considerazione di dover accontentare i moderati di cui parlavamo prima in vista delle elezioni di giugno.
Adesso, però, è opportuno scostarsi dalle questioni riguardanti il Presidente del Consiglio e condividere una riflessione espressa da Furio Colombo su “l’Unità” dello scorso 26 aprile. Quando si pensa alla Resistenza, infatti, non è corretto ricordare solo quella dei partigiani che combatterono sui monti per costruire un’Italia più giusta e democratica; bisogna rendere omaggio anche a chi ha continuato a resistere nei decenni successivi e, soprattutto, in questi ultimi anni in cui la Costituzione e i diritti umani nel nostro Paese sono stati spesso umiliati con frasi e comportamenti indegni. L’ultimo in ordine cronologico riguarda due personaggi già citati: i leghisti Maroni e Cota (rispettivamente ministro dell’Interno e capogruppo alla Camera) che, mentre l’equipaggio e gli immigrati stipati da giorni sulla nave turca “Pinar” erano costretti a bere acqua di mare per sopravvivere, con il corpo in putrefazione di una ragazza incinta gettata accanto ai rifiuti, hanno osato dire che “non c’è alcuna emergenza sulla Pinar”. Ci uniamo alle parole di Furio Colombo che quest’anno ha dedicato il colore della Resistenza ai morti e ai vivi di questa sfortunata imbarcazione, fermata al largo dalla corvetta militare italiana “Lavinia” poiché, per dirla con Maroni, “con gli immigrati dobbiamo essere cattivi”.
Ci dispiace dover tornare a battere sempre sullo stesso punto, ma questo governo non riesce proprio a rispettare i princìpi della Carta costituzionale, considerando che anche il “migliore tra i leghisti” (al secolo, Roberto Maroni) ha violato di fatto l’articolo 32 che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Già, cari Cota e Maroni: “garantisce cure gratuite agli indigenti” e nessuna legge, neanche le vostre norme apartheid, può “in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Voi invece, nel vostro intollerabile braccio di ferro con Malta (assurdo anch’esso, visto che la nave si era diretta verso Lampedusa, cioè quell’isola della Sicilia di cui è stata vicesindaco la senatrice leghista Angela Maraventano) per stabilire chi dovesse prendersi cura di questi disperati, avete lasciato centoquarantacinque persone in mare aperto, con il serio rischio che fame e stenti uccidessero i più deboli. Pure la loro è stata una straordinaria Resistenza alla fatica, agli stenti ma soprattutto alla grettezza e alla cattiveria delle istituzioni di un Paese in cui nessuno ricorda più che un tempo eravamo noi i poveracci che sbarcavano ad Ellis Island in cerca di un futuro migliore.
Un’altra vicenda che merita di essere riportata, a proposito di resistenza, è quella di un’altra ragazza della “Pinar”, Hope, una bellissima fanciulla di appena diciassette anni proveniente dal Benin. Orfana di entrambi i genitori e non potendo vivere dignitosamente nel suo Paese, Hope ha raccontato al giornalista Karl Hoffman i propri patimenti, tra le sabbie roventi del deserto, la paura di non farcela, la fame, la sete, la solitudine ma il peggio di quel che ha vissuto non ce l’ha fatta a riferirlo, non ha trovato le parole. Eppure, riferisce Hoffman che Hope (che peraltro vuol dire speranza) non ha smarrito i suoi sogni e le sue aspettative. Ebbene, sapete che fine farà probabilmente? Nonostante la richiesta di adozione avanzata da un ascoltatore della radio tedesca, oggi Hope è rinchiusa in un centro a Lampedusa e, quasi sicuramente, sarà espulsa insieme agli altri naufraghi, senza che nessuno possa più vederla. Svanirà nel nulla come dal nulla è venuta perché in Italia ormai, o compari in una foto seduta sulle ginocchia del Padrone come Angela Sozio (e allora hai ottime possibilità di essere candidata addirittura al Parlamento europeo) o non conti niente e meriti di essere rimandata indietro come merce avariata, a dispetto di ciò che affermano il punto uno del quattordicesimo e del venticinquesimo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni” e “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.
Ci spiace dover constatare che proprio in Italia, dove moltissimi ragazzi salirono sulle montagne e molto spesso morirono per difendere un ideale di democrazia, giustizia e libertà e numerosi giornalisti e intellettuali realizzarono fogli indipendenti e clandestini pur di risvegliare le coscienze della popolazione, proprio in Italia i valori dell’accoglienza, del rispetto, della tolleranza, dell’umanità e di quel minimo di dolcezza che ci hanno sempre caratterizzato siano andati perduti a causa del “cattivismo” violento e squadrista instillato nell’animo della gente da certi pseudo-politici che si sono tolti il fez e l’orbace ma non vedono l’ora di poterseli rimettere.
Poiché noi di Articolo 21 non ci rassegneremo mai a questa decadenza morale e civica, e siamo abituati a combattere le nostre battaglie non soltanto con una puntuale denuncia ma anche con proposte concrete ed incisive, mi permetto di lanciare un’idea che sono certo sarà condivisa da tutta l’associazione: istituire una data Festa della Liberazione europea da celebrarsi, ad esempio, il 19 aprile, in occasione dell’anniversario della scomparsa di un padre dell’Europa come Konrad Adenauer. E a chi sostiene che parlare di Resistenza sia ormai fuori luogo, che così si mini l’unità nazionale e altre fesserie dello stesso livello, consigliamo di leggersi l’epigramma che il liberale Piero Calamandrei dedicò al nazista Albert Kesselring che chiedeva un monumento per il suo operato in Italia. Nella parte conclusiva dell’epigrafe dedicata a Duccio Galimberti (Medaglia d’oro della Resistenza), Calamandrei ha scritto: “Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai / morti e vivi collo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA”.

Roberto Bertoni

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