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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Non pieghiamo la schiena
Non pieghiamo la schiena

È noto a tutti che, a livello mondiale, il giornalismo non stia vivendo un periodo felice. Tra giornali in difficoltà, finanziamenti che mancano ed altre tristi conseguenze della crisi economica in corso, la libertà di stampa è un valore sempre più indifeso e affidato alle cure dei pochi cronisti che non accettano di chinare la testa di fronte alle pretese di questo o quel padrone. Tuttavia, ciò che sta accadendo in Italia credo non abbia eguali in nessun altro paese del mondo, se si eccettuano la Russia dell’“amico” Putin (dove i giornalisti sgraditi all’establishment, di tanto in tanto, vengono assassinati in “circostanze misteriose”) e qualche dittatura africana modello Idi Amin o Bokassa.
Le ultime vittime in ordine cronologico sono state Milena Gabanelli, rea di aver smascherato i lati oscuri della social card di Tremonti, e il solito Michele Santoro, colpevole di non essersi unito al coro di “laudatores” e turiferari che incensavano la tempestiva risposta del governo e della Protezione Civile alla tragedia abruzzese. Nella puntata di “Annozero” incriminata, Santoro non ha fatto alcuno sciacallaggio mediatico, non ha offeso i volontari accorsi numerosi per portare aiuto e conforto ai terremotati e non ha minato l’unità nazionale con la quale anche questa rubrica si è complimentata la scorsa settimana. Il giornalista aveva soltanto lanciato un allarme per i ritardi e per l’inadeguatezza di alcuni soccorsi; si era scagliato contro gli allarmi disattesi e sottovalutati e contro le sospette tecniche di costruzione delle abitazioni che sono crollate. In pratica, aveva fatto quello che ogni “Democratura” teme più di ogni altra cosa: aveva indotto la gente a riflettere e a ragionare, a chiedersi perché fossero crollati edifici costruiti quando le norme anti-sismiche esistevano ed erano piuttosto vincolanti, a porsi delle domande su cosa accadrà quando si spegneranno i riflettori e la pletora di ministri corsi a passeggiare tra le macerie se ne tornerà nei palazzi romani.
Anche noi, come Marco Travaglio, siamo andati a rileggerci ciò che ha scritto Roberto Saviano in “Gomorra”, per dimostrare che le denunce di “Annozero” non sono solo arcinote (dato che il libro di Saviano ha venduto oltre due milioni di copie ed è stato celebrato da tutti come un esempio di coraggio e altissimo senso civico) ma addirittura tardive. A pagina 236, nel capitolo “Cemento armato”, lo scrittore afferma: “Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova”. E ancora: “Le ditte d’estrazione vengono autorizzate a sottrarre quantità minime, e in realtà mordono e divorano intere montagne. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. La deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini”. E non si ferma qui Saviano, il che rende l’idea del perché sia così osteggiato non solo dai clan ma anche da quella parte di politici e “intellettuali” che lo accusano di aver fornito al mondo un’immagine negativa dell’Italia. Egli aggiunge: “In una trattoria di San Felice a Cancello, ho incontrato don Salvatore, vecchio maestro. una specie di salma ambulante, non aveva più di cinquant’anni, ma ne dimostrava ottanta. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri di smaltimento fumi. Con la mediazione delle ditte dei clan lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la forza che permette alle imprese di presentarsi alle gare d’appalto con prezzi da manodopera cinese. Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando qualche operaio, magari maghrebino, inalerà le polveri crepando qualche anno dopo e incolperà la malasorte per il suo cancro. Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Io so che prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Ferruccio Parri, non Luigi Einaudi, non Pietro Nenni, non il comandante Valerio. Furono i palazzinari a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo Monetario Internazionale. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani”. Pur sapendo che al Nord c’è sicuramente più onestà e limpidezza rispetto al Sud (anche se proprio Saviano in “Gomorra” ci ha dimostrato che le associazioni malavitose non sono un’esclusiva del Meridione), leggendo queste pagine ci vengono in mente personaggi piuttosto noti ed influenti, i cui nomi figurano ai vertici di aziende, gruppi finanziari, società di varia natura e, in alcuni casi, pure partiti politici.
Spero sia dunque chiaro a tutti che Santoro non ha compiuto esilaranti rivelazioni; ha soltanto messo in onda informazioni accessibili a chiunque e da molti già conosciute. Ma il problema è proprio questo; e ci riconduce ad un altro episodio avvenuto circa un anno fa, quando Marco Travaglio, ospite di “Che tempo che fa”, si permise di far sapere a milioni di spettatori che il Presidente del Senato non è proprio la persona più indicata per parlare di lotta alla mafia, non perché sia mafioso ma per i suoi rapporti con personaggi che, invece, sono mafiosi eccome, tipo Nino Mandalà (futuro boss di Villabate, condannato in primo grado a otto anni per mafia e quattro per intestazione fittizia di beni) e Benny D’Agostino (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) con i quali, insieme ad Enrico La Loggia (attualmente deputato del Popolo della Libertà), negli anni Ottanta è stato socio della società di brokeraggio assicurativo “Sicula Brokers”. Era sabato 10 maggio 2008. L’indomani scoppiò un putiferio, con Travaglio costretto a difendersi dagli attacchi che gli piovevano addosso da ogni parte, a cominciare del quotidiano “il Riformista” che si è sempre definito un organo vicino alla sinistra moderata. Eppure, neanche lui, come l’amico Santoro, aveva detto nulla di nuovo, dato che le stesse notizie sono contenute nel libro “Se li conosci li eviti” (scritto da Gomez e Travaglio, edito da “Chiarelettere” e presentato da Travaglio proprio a “Che tempo che fa”) che pare abbia venduto circa centottantamila copie. Perché Schifani non si è adirato per quanto ha scritto Travaglio nel suo libro mentre, dopo la partecipazione a “Che tempo che fa”, gli ha chiesto addirittura un milione e trecentomila euro di risarcimento per danni, patrimoniali e non, da lui patiti a causa di quell’intervento e di un articolo pubblicato dal giornalista su “l’Unità”? Non è certo Travaglio uno che si lascia intimidire, tant’è che nella “Lettera al Presidente del Senato” (apparsa su “l’Unità” il 26 luglio 2008), ha ribadito ciò che aveva detto da Fazio, compreso il fatto che “negli anni Novanta” Schifani “abbia prestato una consulenza in materia urbanistica per il Comune di Villabate, poi sciolto due volte per mafia in quanto ritenuto nelle mani dello stesso boss Mandalà”. La risposta è più semplice di quel che si creda: libri e giornali sono oggetti consueti per un’élite, per persone che si interessano e sono già a conoscenza di molti retroscena, quindi sanno anche chi votare e chi sarebbe opportuno che il Parlamento e le istituzioni non le vedesse neanche col cannocchiale. Poi ci sono gli altri, gli indecisi, quelli che si informano solo attraverso la televisione e sono dunque facilissimi da abbindolare. Vedendo abitualmente “Porta a Porta” o il nuovo “Matrix” di Vinci e non leggendo giornali e riviste, ad esempio, ci si può convincere che la crisi economica non sia poi così grave, che gli otto milioni di tagli alla scuola operati dal trio Berlusconi-Tremonti-Brunetta siano un’invenzione del centrosinistra e di pochi facinorosi, che Di Pietro sia lo “sterco del diavolo”, che Berlusconi sia un bravo politico, un po’ disinvolto ma con un grande senso dello Stato e così via.
Pensate voi se, anziché a Vespa, due ore a sera dal lunedì al giovedì fossero riservate a trasmissioni come “Report”, “Annozero”, “Che tempo che fa” e i pochi programmi indipendenti rimasti; siete davvero convinti che Berlusconi avrebbe vinto per la terza volta le elezioni?
Tornando a Santoro, è chiaro che si sia macchiato della stessa “colpa” di Travaglio: rivelare al grande pubblico ciò che, per i berlusconidi, deve essere conosciuto solo da quella minoranza che continua ad indignarsi, a scendere in piazza insieme ai girotondi, a condannare l’abuso di Rete 4 nei confronti di Europa 7 e a condannare l’intollerabile conflitto di interessi del Cavaliere di Arcore.
Negli anni scorsi ero convinto che Berlusconi e soci volessero che certe notizie non si sapessero proprio; oggi penso che l’inganno sia ancora più fine e subdolo: loro vogliono che certe notizie escano, per poter dire di essere vittime di ignobili congiure e massacrare chi si limita a dire la verità sul loro conto, purché le sappia solo una minima parte di cittadini e gli altri continuino a credere che Silvio sia un galantuomo ingiustamente perseguitato dalle “toghe rosse”. Questa tesi è avvalorata da una riflessione sulla Rai che mi fornì in un’intervista Beppe Giulietti: “Alle 21, oltre ai pacchi, deve far vedere anche straordinarie inchieste sulla vita del mondo e sulla vita dell’Italia. Questo attualmente accade molto poco e sopravvive in quelle poche trasmissioni (Santoro, Lucarelli, la Gabanelli e altri)  condotte da persone che provano ancora a fare il loro mestiere di cronisti”. Da questa considerazione si desume che le trasmissioni valide e pungenti nei confronti del potere ci sono, soltanto che non possono andare in onda in prima serata altrimenti qualcuno potrebbe avere la cattiva idea di vedersele, scoprendo così che le cose stanno esattamente all’opposto di quello che gli avevano raccontato gli “house organ” del Padrone. Lo stesso vale per i programmi culturali, al punto che perfino Minoli, che è un ottimo professionista ma non un “Che Guevara” del giornalismo, è costretto ad andare in onda quando la maggior parte delle persone dorme. La sua “colpa” è diversa da quella di Santoro, Travaglio e la Gabanelli: lui non è specializzato nell’informazione di denuncia, ma conduce comunque uno splendido programma (“La Storia siamo noi”) che non crea indignazione verso la classe dirigente ma potrebbe indurre la gente ad amare la cultura e, magari, a ripudiare il “Grande Fratello”, “L’isola dei famosi” e altre “perle” seguite da milioni di spettatori nonostante la loro inconsistenza. Come detto qualche settimana fa, il berlusconismo è un dramma a puntate che va sempre peggiorando e ci regala ogni giorno un nuovo capitolo di cui vergognarci, come ad esempio la convocazione a Palazzo Grazioli degli aspiranti direttori Rai. Il PD ha tuonato che queste “non sono decisioni che si prendono a casa del patron Mediaset” ma state certi che soltanto i soliti guastafeste si scandalizzeranno e faranno presente ai lettori che negli altri paesi, a partire dagli Stati Uniti, il Presidente del Consiglio non ha alcun potere decisionale né può tanto meno condizionare la scelta dei direttori di reti e telegiornali. In Italia, invece, ci limitiamo a constatare che non è proprio di buongusto convocare un vertice a casa propria, trasformando una residenza privata in un’istituzione. Tuttavia, visti i tempi, ci accontentiamo di quei coraggiosi giornalisti che hanno denunciato l’accaduto e non pretendiamo da loro ulteriori atti alla Santoro poiché non si chiamano Santoro e “tengono famiglia”. Per fortuna, alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai c’è un grande giornalista come Sergio Zavoli, il quale ha subito stigmatizzato quanto è successo a casa Berlusconi ma, da esperto uomo di Stato, si è limitato a dichiarare a “la Repubblica” (domenica 19 aprile): “Si può ben capire quale sia il mio giudizio sulla vicenda delle nomine Rai decise a casa Berlusconi ma non entro nei particolari, parlerò più compiutamente nella sede istituzionale”.
Il guaio è che in questo dramma a puntate, a differenza del 2002, quando la stampa e l’opposizione si mobilitarono almeno in parte per difendere Biagi, Santoro, Luttazzi, la Guzzanti e gli altri illustri epurati in seguito all’“editto bulgaro”, oggi a battersi contro i nuovi editti siamo sempre meno, con un PD che fa quel che può (anche se qualcuno si diverte ad attaccarlo di continuo solo perché al suo interno, come in ogni partito, c’è anche qualche personaggio di scarso spessore che parla a vanvera e vanifica l’ottimo operato di Franceschini) ma può poco, viste le condizioni in cui versa e un mondo del giornalismo sempre più asservito ai diktat del Capo, tanto da arrivare spesso all’autocensura.
Tralasciando “il Giornale” per ovvi motivi, è bene concentrarsi su cosa hanno scritto altre testate vicine al centrodestra come “Libero” e “Il Tempo”. L’ex agente “Betulla”, detto anche Renato Farina (deputato del PdL, nonché spia del Sismi e coinvolto nel rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar), spara su “Libero” un articolo che gronda fascismo fin dal titolo: “Santoro se ne frega”. Non starò qui a citare lunghi tratti di quell’editoriale perché francamente me ne vergogno, ma alcune righe non si possono ignorare: “I dirigenti della Rai possono urlare quanto vogliono, emettere ordinanze con cui ordinano “equilibrio” e “riparazione”, ma chi comanda è chi ha il microfono in mano, e poi fa quello che vuole. Ieri è andata proprio così. Santoro ha gridato un fascistissimo me-ne-frego (senti chi parla, ndr.). Se ne è impipato delle direttive, le ha usate non per aggirarle ma per ridicolizzarle. Vauro doveva essere sospeso per una settimana. balle. È apparsa la sua solita serie di vignette. Stavolta ha usato Gesù Cristo per fare lo spiritoso. Mica è Maometto il Nazareno, se si arrabbiano i cristiani gli fanno il solletico. Una provocazione calcolata. Santoro ha in mente qualcosa… Farsi liquidare con l’aureola?”. Il bello di queste parole è che, in gran parte, sono corrette, con la differenza che per noi aver difeso Vauro e aver messo in ridicolo ordinanze becere e intollerabili è un atto di merito, per lo Starace dei tempi moderni, al contrario,si tratta addirittura di “un mattatoio”.
Ancora più incredibile è ciò che scrive Giuseppe Sanzotta sul Quotidiano “indipendente” di Roma: “Santoro di tutto si potrà lamentare, non certo di essere censurato. Anzi è consentito a lui e a Travaglio di leggere dei ritagli di giornale con il tono aulico della propaganda fascista per arrivare alla fine a paragonare Berlusconi a Mussolini. Non solo, ma si può anche sbeffeggiare il direttore generale della Rai. E questo sarebbe un regime? Proviamo a immaginare se solo due anni fa fosse stata fatta una analoga trasmissione con Prodi come bersaglio. I comizi si possono fare nella tv pubblica ma solo contro Berlusconi che ha avuto il consenso degli italiani. Tutto può fare Santoro, ma non passare per vittima. Vittime sono altri”. Già, caro Sanzotta: le vere vittime siamo noi che siamo obbligati ogni giorno a sopportare giornalisti “autorevoli” e “indipendenti” come lei.
Consigliamo a questi signori, a questi “liberali” da Minculpop di riflettere su ciò che disse Franklin Delano Roosvelt in un discorso al Congresso degli Stati Uniti il 29 aprile 1938: “La libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso stato democratico. Questo, in essenza, è fascismo”.
Inoltre, sappiano i suddetti “liberali” che, in caso di nuove epurazioni, almeno noi non cederemo, non ci rassegneremo, scenderemo in piazza e siamo disposti anche a guardare solo Raitre (se non smantellano pure quella) e La 7 e per il resto ad informarci in altro modo piuttosto che dover subire per la seconda volta la disinformazione di Regime.
Stavolta non piegheremo la schiena, anche se siamo coscienti che questo ci costerà l’esilio in Patria che è la cosa peggiore che possa capitare a degli uomini liberi.

Roberto Bertoni

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