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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Lâ??umanitĂ  degli italiani nei momenti difficili
Lâ??umanitĂ  degli italiani nei momenti difficili

In questi giorni di dolore e lutto nazionale, ci sembra del tutto inopportuno dedicare le nostre riflessioni alle baruffe della politica che, come sempre, purtroppo non mancano. E non ci pare corretto neanche soffermarci su certe inopportune frasi pronunciate da Berlusconi nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto né sul fatto che lo scorso 7 aprile il ministro dell’Interno Roberto Maroni, invece di essere presente nelle zone terremotate e mostrare alla gente la vicinanza delle istituzioni, stava beatamente in aula a parlare di ronde e a ribadire l’importanza di questo segno di inciviltà. Anche Maroni, di fronte ad una simile tragedia, è secondario; così come non meritano neanche menzione gli sciacalli che si recano nelle abitazioni delle vittime o degli sfollati (magari travestiti da volontari della Protezione Civile) per portare via denaro, gioielli e tutti gli oggetti che possono rivendersi. Al pari di chi vende la benzina a cinque euro al litro, si tratta di persone miserevoli, che si commentano da sole tanta è la loro crudeltà. Noi preferiamo dedicare la nostra attenzione alle straordinarie storie di dolcezza e solidarietà cui abbiamo assistito e di cui siamo venuti a conoscenza, per dare voce e manifestare riconoscenza verso “quell’Italia che ce la fa” di cui si è occupato Ferruccio de Bortoli nel suo primo editoriale da nuovo direttore del “Corriere della Sera”.
Un personaggio che ci ha sorpreso in positivo, considerando che con lui questa rubrica non è mai stata tenera, è Bruno Vespa. Di fronte al dramma della sua città natale, il conduttore di “Porta a Porta” per una volta ha smesso i panni di ciambellano di corte e si è recato tra la le persone comuni, mostrando servizi significativi e, a tratti, emozionanti; ma soprattutto, ha fatto ciò che dovrebbe sempre fare un giornalista del suo livello: portare conforto ai più deboli, ai più sfortunati, a chi ha perso tutto e guarda al futuro con incertezza e timore. Bruno Vespa è stato nella sua terra più volte, ha incontrato gli sfollati, ha contribuito alla ricerca dei dispersi, ha fornito un’informazione sobria ed equilibrata, al punto che ci siamo chiesti se siano necessari quasi trecento morti perché un buon cronista si ricordi qual è il suo mestiere.
In queste ore di profonda angoscia, si è dimostrata assai veritiera una riflessione di Enzo Biagi, il quale affermava: “Sono orgoglioso di essere italiano per l’umanità della mia gente. Noi siamo un grande popolo nei momenti difficili”.
La vicenda che più ci ha commosso l’ha raccontata il regista Michele Placido (che ha girato un video nelle aree sconvolte dal sisma) su “la Repubblica” di giovedì 9 aprile. È la storia di Osmai Madi, un muratore macedone di quarantadue anni che abitava a Poggio Picenze. La notte tra domenica 5 e lunedì 6, nel crollo della propria casa, ha perso sua figlia Valbona e tutto quello che aveva faticosamente costruito in una vita di sacrifici. Immaginate come potesse sentirsi quest’uomo davanti al cadavere inerte della figlia? Chiunque si sarebbe disperato, avrebbe maledetto il mondo, si sarebbe lasciato andare a gesti inconsulti e nessuno avrebbe potuto biasimarlo di fronte ad una disgrazia così atroce. Osmai, al contrario, non si è lasciato vincere dallo sconforto; ha abbandonato sua figlia tra le macerie ed è corso ad aiutare gli altri per cercare di portare in salvo più persone possibile. Ha scritto Placido: “Osmai ha lasciato la sua Valbona, la sua figlia morta. Ha lasciato la morte al suo posto ed è corso a soccorrere la vita. Non la sua ma quella dei suoi compagni: di suo cognato, delle nipoti, di Renza, Almiz, Zonura, tutti nati all’Aquila. Figlioletti di macedoni. Immigrati di seconda generazione. Per undici volte le spalle e le mani di Osmai, questo Cristo trafitto, hanno trascinato via corpi feriti ma in vita, bimbi impauriti ma forti, mogli angosciate, nonne in lacrime. Chi avrebbe mai potuto immaginare (?). Dico e chiedo: chi? Chi di noi avrebbe la forza di lasciare sua figlia oramai persa e voltarsi verso l’altro bisognoso, ancora in pericolo (?)”. Come per uno scherzo del destino, nello stesso giorno su “la Repubblica” c’era un ampio resoconto della beffa subita alla Camera dal governo riguardo ai provvedimenti sulle ronde e sull’aumento a sei mesi della permanenza degli immigrati clandestini nei centri di identificazione ed espulsione. La Lega, avendo fatto di quest’argomento un proprio cavallo di battaglia, ovviamente si è infuriata, scagliandosi contro i diciassette franchi tiratori che hanno mandato all’aria due norme che il Carroccio considera di vitale importanza. Con ogni probabilità, non si tratta di una bocciatura o di una presa di distanza dal disegno leghista ma solo di un avvertimento in vista delle Europee, dato che il PdL comincia a temere, soprattutto al Nord, che gli alleati in camicia verde possano minarne la leadership in regioni come la Lombardia e il Veneto. Sono cinici calcoli elettorali da cui abbiamo garantito che, in quest’occasione, ci saremmo tenuti a distanza; però capite quanto sia grande la soddisfazione, per noi che da mesi siamo costretti ad ingoiare leggi apartheid e vergogne d’ogni genere, nel vedere che finalmente anche a destra si evidenzia qualche piccola crepa. Nonostante la commozione e lo sgomento, non nego di aver provato un certo sollievo nel leggere a pagina 15 la storia di Osmai Madi e alle pagine 16 e 17 gli articoli di Liana Milella e Rodolfo Sala che illustravano questo successo del Parlamento e della democrazia su un progetto incostituzionale oltre che razzista ed ingiusto. Avere un’ulteriore conferma di ciò che abbiamo sempre asserito, e cioè che la maggior parte degli immigrati sono come Osmai e non dei pericolosi stupratori o manigoldi, e sapere che, per fortuna, esiste ancora un’istituzione che ha la forza e il coraggio civile di respingere le leggi razziali di stampo padano, ci fa ben sperare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
Altre storie che meritano di essere raccontate sono quelle di chi ce l’ha fatta, di chi si è salvato dopo decine di ore sotto le macerie, di quei genitori che, negli accampamenti, cercano in ogni modo di far stare sereni i propri bambini nonostante lo strazio e la disperazione che li circonda. Vedendo i più piccoli che giocano con i giocattoli donati loro dai volontari e osservando gli sguardi amorevoli di decine di mamme e papà, ci torna in mente il personaggio drammatico ed eroico di Guido Orefice (interpretato da Roberto Benigni) nel film “La vita è bella”. Ascoltando le vicende di genitori che hanno sacrificato la propria vita pur di provare a salvare quella dei figli (purtroppo, in parecchi casi senza successo), abbiamo ripensato a quella commedia, a tratti scanzonata, a tratti estremamente intensa, in cui l’amore spinse un padre ad affrontare ogni rischio, fino a perdere la vita, pur di evitare che il figlio rimanesse vittima della barbarie nazista.
Qualcuno ha già provato ad innescare polemiche, ad esempio sottolineando con insistenza il fatto che un ricercatore, Gioacchino Giampaolo Giuliani, attraverso il radon, avesse previsto quanto poi è effettivamente accaduto e fosse stato addirittura denunciato da Guido Bertolaso (capo della Protezione Civile) per procurato allarme. Preferiamo non unirci a questo coro e concentrarci, invece, sul comportamento del Capo dello Stato, che merita grande attenzione e rispetto. Venendo a L’Aquila per stare accanto ai familiari delle vittime, non ha invitato la gente ad andare in vacanza in campeggio o al mare; bensì, ha parlato di “responsabilità diffuse” in cui “nessuno è senza colpa”. Non sorprende che un uomo con la cultura e l’esperienza politica di Napolitano abbia voluto porre l’accento sulla triste verità di edifici costruiti di recente che sono crollati come castelli di carte. Perché non sono state rispettate fino in fondo le norme anti-sismiche? Cosa c’è dietro il mancato rispetto delle regole? Chi si è arricchito sulla pelle di quasi trecento vittime? Questi interrogativi, all’apparenza inopportuni in un momento simile, sono invece fondamentali per evitare che il comprensibile lutto oscuri le colpe e le responsabilità di coloro che hanno sbagliato, secondo noi coscientemente. Come ha scritto Michele Serra, Napolitano ha compiuto un tempestivo richiamo al rispetto delle leggi, delle regole, dei vincoli e della lealtà senza i quali una comunità si ritrova a fronteggiare questa e altre catastrofi. È l’altro volto dello Stato, quello della coscienza e della riflessione, quello che ci piace di più perché, oltre a dispensare sempre un sorriso, non lesina accuse a chi se le merita e sorride alla povera gente sconvolta, non a chi per avidità ha lasciato che migliaia di famiglie vivessero in abitazioni insicure e pericolose.
Questi giorni in cui, a parte i soliti arruffa-popolo, nessun uomo politico ha avuto il coraggio di abbandonarsi a polemiche sterili, abbiamo riscoperto di possedere un’unità nazionale di gran lunga superiore a quella che credevamo. Abbiamo apprezzato gli editoriali di cronisti che spesso contestiamo e, da persone di centrosinistra, siamo grati a Dario Franceschini non soltanto per lo splendido lavoro che sta svolgendo da segretario del PD, quanto soprattutto per essersi presentato nelle zone terremotate senza avvertire giornalisti e telecamere, senza sfruttare la tragedia per farsi propaganda, con l’unico scopo di far sentire meno soli gli sfollati nelle tendopoli e di mostrare il volto umano della politica in un’epoca in cui molti hanno una visione negativa delle istituzioni.
Al tempo stesso, ci è piaciuto moltissimo l’editoriale (“Quell’Italia che ce la fa” cui abbiamo accennato prima) con il quale Ferruccio de Bortoli ha assunto per la seconda volta la direzione del primo quotidiano del Paese. Nel suo articolo, de Bortoli ha affermato: “Senza un’opinione pubblica consapevole e avvertita un Paese non è soltanto meno libero, ma è più ingiusto e cresce di meno. Il cittadino ha pochi strumenti affidabili per decidere, non solo per chi votare, ma anche nella vita di tutti i giorni. La sua classe dirigente fatica a individuare le priorità, lo stesso governo (come avviene nelle aziende in cui tutti dicono sì al capo) seleziona difficilmente le buone misure distinguendole da quelle che non lo sono. Il consumatore è meno protetto, il risparmiatore più insidiato. Lo spazio pubblico è dominato dall’inutile e dall’effimero”. Nelle righe successive, parlando dell’incapacità di gran parte della classe dirigente italiana di capire il ruolo e il valore fondamentale di un’informazione libera e indipendente, ha aggiunto che tutti la apprezzano e la invocano quando si occupa degli avversari mentre la avversano e la guardano con sospetto quando va a smascherare i propri interessi e scheletri nell’armadio, accusandola di partigianeria anziché farsi un esame di coscienza o prendersela con quei colleghi che hanno commesso azioni dannose per il Paese.
Quando de Bortoli compie un richiamo all’importanza del dibattito e del confronto, esprime implicitamente i sentimenti della popolazione abruzzese che sta affrontando con encomiabile dignità e orgoglio il proprio dramma, facendosi forza a vicenda, convincendosi piano piano che lavorando tutti insieme si possono ricostruire case e chiese, palazzi, scuole e tutto ciò che il terremoto ha abbattuto.
Solo da un dialogo e da una reale apertura verso le idee di chi la pensa diversamente, possono rinascere la speranza e la coesione sociale di cui oggi c’è più che mai bisogno.
Su “l’Unità” di sabato 11 è apparsa in prima pagina una foto emblematica: raffigurava una creatura avvolta in un cappottino viola, con un fiore in mano, che sorrideva nonostante alle sue spalle ci fossero file di bare. È un’immagine poetica, di una dolcezza e di una tenerezza infinite, che chiarisce il senso dei nostri appelli a rimanere uniti e ad affrontare con una sola voce questa catastrofe. Anche il titolo (“Il lutto e il domani contiene una saggia disamina dei fatti e un invito a non mollare, a guardare avanti, a non lasciarsi vincere dalla disperazione, a continuare a scavare per recuperare i propri oggetti, i ricordi di una vita, animati dalla certezza che il sisma ha distrutto le case ma non lo spirito di una comunità forte e compatta come quella abruzzese. In questo articolo, abbiamo volutamente messo insieme più storie, più tragedie, tra cui non a caso quella del popolo ebraico nei lager nazisti, per ricordare a tutti che dopo quell’abisso furono redatte la Costituzione e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e per rafforzare in tutti la convinzione che si può sempre ricominciare, anche quando tutto appare perduto e la rinascita sembra impossibile. Per quanto possa suonare strano, in questo caso rinascere sarà più semplice perché la devastazione abruzzese ci ha insegnato che, di fronte ad eventi così atroci, non esistono i settentrionali, i meridionali, i cristiani, i musulmani, le vittime di destra e quelle di sinistra, il PD, il PdL e tutti gli altri simboli di divisone; esiste un solo popolo stretto nel proprio dolore, nella propria bandiera, nelle proprie tradizioni e nelle proprie speranze perché, come diceva papa Wojtyla, “non importa che ci guardiamo l’uno con l’altro, l’importante è che tutti noi guardiamo nella stessa direzione”.

Roberto Bertoni

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