| Venerdì, 10 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 16:00
Di chi parla Napolitano?
da Europa
La denuncia del capo dello stato è forte. Ad alcuni ha ricordato quella di Sandro Pertini di fronte al fallimento dello stato in Irpinia, ma le due situazioni sono molto diverse. Pertini nell’80 si indignava per l’abbandono delle popolazioni terremotate. Oggi Napolitano può osservare con sollievo che i soccorsi funzionano, con tutti i limiti della situazione, e preoccuparsi invece di denunciare le «responsabilità diffuse» che hanno portato a disattendere le norme di prevenzione antisismica.
Il capo dello stato dice ad alta voce ciò che tutti pensano. Qualcosa su cui fino ad adesso il governo ha sorvolato. Si può anche capire: Bertolaso, l’uomo che dell’argomento sa di più, ha ora altre priorità.
Berlusconi anche. I ministri sono occupati a sbranarsi o a fare passerella nelle tendopoli.
Il tema invece è cruciale.
Investe anche il futuro dell’Aquila, dell’Abruzzo da ricostruire.
Investe il settore al quale il governo pensava, già prima del terremoto, di affidare le speranze di uscita dalla crisi.
Siamo obbligati a porci la domanda, e lo facciamo oggi su Europa con approfondimenti specifici: pubblica amministrazione e costruttori, le due leve della possibile rinascita, hanno le carte in regola per avviare grandi piani di edificazione e ri-edificazione? Il governo è quello dei due condoni edilizi e del tentativo – rimediato in extremis, come dimostriamo all’interno – di allentare i vincoli antisismici all’interno del famoso piano-casa. I costruttori sono la lobby che con perversa efficacia s’è battuta negli anni scorsi perché non fossero applicate le norme collegate alla pianta nazionale del rischio tellurico. Fino all’altroieri – anche di questo si occupa Europa – chiedevano di risparmiare sulla qualità del calcestruzzo: se lo chiedevano ufficialmente (ci sono nomi e cognomi), chissà quanti di loro lo facevano silenziosamente, dando per di più vita alla più sleale concorrenza interna.
Oggi l’Aquila, Onna, Paganico seppelliscono tanti dei loro morti.
Se almeno questi lutti servissero a rendere irreversibile il ripensamento di chi solo in questi giorni di dolore scopre la virtù delle leggi, dei controlli, dei divieti, della correttezza professionale.
Il carattere delle pietre
da Europa di Federico Orlando
Tremavo all’idea di rivedere in tv e nelle foto dei giornali l’immagine mediterranea del dolore, quello che si autolenisce facendosi guardare, dando spettacolo, salendo di volumi via via che il microfono o l’obbiettivo si avvicina. A volte anch’essa supera il rito e si fa sublime, come nella Madre algerina, diventata simbolo universale del dolore, venerdì santo di tutti e di sempre. Ma, appunto, a volte. Temevo che per il terremoto la sceneggiata di donne e uomini che si straziano sulla scena, quasi chiamando la ripresa, si ripetesse.
Invece l’Abruzzo non mi ha deluso, invece ci ha riproposto il “dolore muto”, scovato dal vecchio D’Annunzio (per una volta non dannunziano) in fondo all’Otre, fianco a fianco però con la vita. «Sono ammirato dalla dignità del popolo abruzzese », è esploso Napolitano. E «Grazie abruzzesi, insegnate cos’è la vita».
Europa ha riprodotto anche nei suoi limitati spazi iconografici questa realtà complessa: le panchine di vecchi grigi avvolti nello scialle del dolore e del freddo, i gagliardi soccorritori che riportano Marta alla vita, la mamma col bel volto ferito che confonde il suo sangue con quello della bambina malinconiche e serene, tante mamme e papà meno devastati, che anche negli accampamenti dicono grazie di vivere.
Fuori, c’è chi stringe calorosamente la mano al premier e chi mormora d’averne le tasche piene di passerelle ministeriali. C’è chi si attacca al numero di Prima pagina della Rai, condotta in questi giorni dal direttore dell’Osservatore, Vian, per lamentare che la Rai, il Vaticano, le Istituzioni continuano a esprimere solidarietà invece di mandar soldi, e c’è chi, dieci minuti dopo, rifà lo stesso numero per assicurare il conduttore che invece gli abruzzesi sono grati. Ecco, insieme al dolore muto e alla vita, un’altra antinomia “Mandateci i soldi” “Siamo grati”.
Dalla soluzione di queste antinomie, che il terremoto per un verso accentua e per l’altro spinge ad autosuperarsi, forse nascerà il nuovo carattere degli abruzzesi. Per ora, quello tradizionale del dolore muto e del pudore della propria condizione, che nei giovani si trasforma in decisione di vivere, amare, lavorare, fare figli, contende l’avanzata al plagio del nuovo senso comune: opportunistico, arraffante, materialista, conformista al nuovo potere economico come ieri al vecchio potere clientelare. Per ora, con applausi moderati, sull’uno e sull’altro versante.
L’aveva annotato nel suo Viaggio in Italia Guido Piovene, ultimo ricalcatore degli Illuministi: pochi applausi ai comizianti. Certo per pudore, forse per orgoglio, fors’anche per non apparire provinciali o disponibili a intrupparsi. L’ombrosità degli abruzzesi è anche questo, ma tutto questo non è ombrosità.
È vivere tra difficoltà naturali quasi insormontabili e la volontà più che la speranza di migliorare. Guerre tra personaggi, Gaspari o Natali proconsoli al governo? Guerre di tracciati, dello spreco (per noi) e della speranza (per gli abruzzesi), come la doppia autostrada una per Pescara e una per Giulianova 100 chilometri l’una dall’altra sullo stesso Adriatico.
Guerre tra cittadine per il capoluogo (L’Aquila o Pescara?) ma senza l’arcaica guerra di Troia fra Reggio e Catanzaro. L’Abruzzo, dice Napolitano, ha dignità.
Ma il carattere abruzzese è oggi più qualcosa di sentito come gli odori della montagna che non di definito. Il fatto è, l’aveva capito Piovene, che «L’Abruzzo non è Sud per intero», non l’era stato nemmeno nel regno di Napoli dove – scrivevano gli antropologi – «Abruzzesi e molisani non sono i più buoni ma certamente i più seri fra i popoli del reame ». Lo avrebbero dimostrato con un’atroce resistenza alla perdita di quel regno: Civitella del Tronto, ama ripetere Marco Pannella per descrivere la propria abruzzesità, fu l’ultima, dopo Gaeta, dopo Messina, ad ammainare la bandiera del giglio. Chissà che ne pensa Franco Marini, altro eretico con i suoi cattolici democratici, sempre minoritari tra i dc anche se i più vivi. E chissà che ne pensa il terzo e ultimo leader abruzzese di livello nazionale, Gianni Letta, nato nella Marsica a poche leghe dalla casa di Mazzarino (e di Croce, di Silone, di Spaventa). Tre leader, tre culture quasi incomunicabili.
Non rientra tra i loro compiti fondare un’unità culturale degli abruzzesi. Non sono siciliani, non sono lombardi (non sono nemmeno friulani, che difendono il nome della “ditta”, uniti almeno in questo oltre che nel lavorare per sé). Diversamente da Verga, Pirandello, Brancati, Lampedusa, Quasimodo, Guttuso, Sciascia, che spirano tutti sicilianità; in Abruzzo ciascuno ha espresso una personale letteratura di se stesso più che della terra natia, il dannunzianesimo di D’Annunzio, la scarfoglità di Scarfoglio, l’umiltà di Silone sempre in cerca di un’uscita di sicurezza, la genialità pigrissima di Panfilo Gentile tra i miti del cristianesimo paolino e della Grecia secondo Epitteto (grandi anime, non grandi case), la retorica del folklore di Michetti, la corrosività longanesiana di Flaiano, ma anche il mecenatismo di Mattioli. Niente abruzzesità d’artista.
Anche se questa sarebbe soprattutto l’ora del misterioso Federico Caffè e di Sergio Marchionne: che ieri, in poche righe, ha ricordato ai suoi abruzzesi le facce del poliedro chiamato carattere: senso del lavoro, orgoglio di fare le cose e farle bene, rispetto degli altri, generosità nei momenti della durezza.
Immigrati, ora niente blitz
da Europa di SERGIO D’ANTONI
«Il re è nudo». È un messaggio semplice e potente quello espresso due giorni fa a Montecitorio. Dopo una dura battaglia parlamentare condotta dalle opposizioni, e in particolare dal Partito democratico, per ben tre volte l’aula ha mandato in tilt il governo. In rapida successione è arrivato prima lo stralcio delle ronde dal decreto sicurezza, poi la sconfitta sui centri di identificazione ed espulsione, infine il ko su una mozione economico-finanziaria del Pd. Ora le grandi contraddizioni interne al centrodestra sono davvero sotto gli occhi di tutti.
Altro che «impostazione muscolare », altro che «decisionismo»: il ricorso sistematico al voto di fiducia è stato finora un segno di debolezza e non di forza dell’esecutivo.
Se la squadra di governo vi ha ricorso è perché non si fida della sua stessa maggioranza.
Entrando nei contenuti dei provvedimenti approvati, con buona pace della Lega, è stata messa la parola fine all’idea odiosa di allungare i tempi di permanenza in queste strutture fino a 180 giorni.
Una misura avversata anche dagli ambienti cattolici e da gran parte della società civile, che avrebbe trasformato i Centri di accoglienza in vere carceri e luoghi come Lampedusa in autentiche colonie penali.
Allo stesso modo, il governo ha dovuto fare marcia indietro sulle ronde, accettando il più banale dei principi: uno stato non può capitolare sulla sicurezza delegando ai privati il compito di controllare il territorio nazionale. Infine, con l’approvazione della mozione Pd, la squadra di Berlusconi si è dovuta impegnare a intensificare la sua azione a tutela dei risparmiatori più deboli.
Tre segnali importanti, tre vittorie che danno un colpo straordinario alla deriva xenofoba e antisociale di questo governo che finora ha permesso una sovrapposizione sbagliata e arbitraria del concetto di emigrazione clandestina con quello di criminalità. Ricordiamo tutti la massima del ministro Maroni: con i clandestini «occorre più cattiveria », da esercitare naturalmente con l’osannata Bossi-Fini. Una legge che finora ha portato al raddoppio degli sbarchi.
Gli effetti più devastanti di questa tara si stanno manifestando a Lampedusa. L’isola siciliana può essere considerata tragica metafora di questa logica perversa che assimila i flussi migratori a una minaccia criminale. Un’equazione che porta ben evidente il marchio antimeridionalista della Lega, che vorrebbe nascondere e confinare nell’avamposto siciliano gli effetti più disastrosi e dolorosi della fallimentare politica sull’immigrazione varata da questo governo.
Nessuno nella destra pensi ora di organizzare altri blitz. La disposizione sul prolungamento della permanenza è stata bocciata ben due volte. Se il governo, spinto dalla preponderanza del Carroccio, deciderà di riproporre questa norma insieme xenofoba e antimeridionalista siamo convinti che i presidenti dei due rami del parlamento sapranno far valere le proprie prerogative.
Infine, la giornata di mercoledì ha messo in chiaro un concetto fondamentale: la doverosa cooperazione da parte delle opposizioni in casi di emergenza non può sostituire una dialettica parlamentare di merito. Occorrere distinguere i due piani, che implicano doveri diversi.
Il Pd ribadisce piena collaborazione sul drammatico scenario abruzzese, ma, sia alla camera che al senato, non dimentica quelle che sono le responsabilità specifiche del più grande partito di opposizione.
Pubblico e privato
Se tutte le case fossero assicurate contro il rischio di calamità
I modelli (virtuosi) dell'America e di molti Paesi europei
da Corriere della Sera di Gian Antonio Stella
«T assa sulla jella»: ecco come i critici chiamano l'assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali che, come già accade in moltissimi Paesi occidentali, potrebbe essere introdotta anche in Italia. Sono tanti, questi critici. E hanno buone frecce nel loro arco. Eppure una svolta come quella andrebbe al di là dei soldi risparmiati dalla collettività. Potrebbe anche incidere profondamente sul tessuto del nostro Paese. E, alla lunga, vincere la partita più importante: salvare tantissime vite umane.
Immaginiamo già le obiezioni: come si può parlare di soldi mentre le bare di tanti poveretti uccisi dai crolli in Abruzzo non sono ancora state consegnate alla terra? Ma proprio questo è il nodo: non si tratta solo di denaro. Di più: al diavolo il denaro, se la questione fosse tutta qui. È ovvio che le vite spezzate di quei bambini morti mentre la mamma cercava di proteggerli dal crollo del mondo, per citare una sola delle famiglie annientate dal sisma, valevano più di mille fantastilioni di triliardi. Ma il punto è: cosa si può fare per salvare altri bambini e altre mamme domani? All’estero una risposta se la sono data: coinvolgere i cittadini in un rapporto più maturo con la propria casa, la comunità, la terra. Anche attraverso, appunto, l’assicurazione obbligatoria. Da imporre sia ai cittadini sia alle compagnie assicuratrici.
Esiste già, con formule diverse e più o meno rigide, negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Gran Bretagna, Portogallo, Austria, Olanda, Svizzera... Perfino in Romania. In genere la formula è questa: la polizza fatta per tutelare la propria casa da un eventuale incendio va automaticamente estesa alle calamità naturali. Con il risultato che, se si scatenano i venti o i fiumi, le tempeste o i vulcani, lo Stato può concentrare le sue risorse nei soccorsi di emergenza, nel ripristino delle comunicazioni, nella sistemazione delle infrastrutture pubbliche, nel recupero del patrimonio monumentale e culturale. Mentre tutti gli altri danni, «privati», sarebbero coperti dalle assicurazioni private.
Almeno fino a una certa soglia, che potrebbe essere fissata in circa un miliardo e mezzo di euro. Dopo di che, in caso di catastrofi apocalittiche, quanto manca sarebbe comunque garantito dallo Stato. Così da non abbandonare nessuno al suo destino.
Da tante altre parti, senza rinunciare alle straordinarie manifestazioni di generosità simili a quelle abruzzesi, funziona già così. Spiega il «Giornale delle Assicurazioni » che secondo una stima di «Swiss Re», uno dei colossi mondiali che «riassicurano» le assicurazioni, le compagnie hanno rimborsato nel 2008 ben 8 miliardi di dollari per il solo uragano Gustav, uno e mezzo per la tempesta Emma che ha colpito il Nord Europa, un miliardo e trecento milioni per le tempeste di neve in Cina.
Quanto avrebbe da guadagnare l’Italia, condividendo i rischi pubblici con le grandi compagnie private, lo dice la tabella elaborata dal Cineas, il Consorzio universitario del Politecnico di Milano che si occupa della cultura del rischio. Nel solo decennio 1994-2004, per tamponare i danni di alluvioni, terremoti e frane più gravi, lo Stato ha dovuto faticosamente tirar fuori complessivamente 20.946 milioni di euro. Vale a dire due miliardi l’anno. Ai quali va aggiunto un altro miliardo e mezzo complessivo per gli interventi (si fa per dire) «minori». Il tutto senza riuscire, se non in piccola parte, a risolvere la questione di fondo: la precarietà strutturale idrogeologica del nostro Paese. Dove, dicono i dati ufficiali del ministero dell’Ambiente, sono a «rischio elevato » l’89% dei comuni umbri, l’87% di quelli lucani, l’86% di quelli molisani, il 71% di quelli liguri e valdostani, il 68% di quelli abruzzesi, il 44% di quelli lombardi. In pratica, spiega il presidente del Cineas Adolfo Bertani, «oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici.
Per questo, i temi della sicurezza e della gestione del rischio vanno regolamentati da una legge. E l’Italia è l’unico Paese avanzato che ne è privo». Lo scriveva in una lettera a Tremonti, tre anni fa, lo stesso Silvio Berlusconi: «Non credo sia ancora possibile che l’Italia rimanga uno dei pochi Paesi industriali dove lo Stato si assume l’onere di provvedere a rifondere per intero i danni prodotti dalle calamità naturali».
Senza una legge, va da sé, cittadini e assicurazioni si guardano bene dal firmare polizze contro le calamità naturali. Ovvio. Più ancora che nel caso delle polizze vita, che spesso i sani vorrebbero stipulare solo dopo aver scoperto di essere malati, anche quelli che vorrebbero assicurarsi contro le inondazioni vivono di solito esposti a possibili ondate di piena e quelli che vorrebbero assicurarsi contro le eruzioni vivono di solito sotto un vulcano. Conseguenza: nessun assicuratore italiano si sogna, salvo eccezioni della direzione generale, di stipulare una sola polizza di questo genere.
Di più: l’ipotesi di introdurre l’obbligo dell’assicurazione (sia pure con scontate garanzie per le fasce più deboli) sembra sollevare diverse perplessità. Buona parte delle associazioni dei consumatori temono sia un sistema per far fare altri affari alle compagnie assicurative. Le compagnie, al contrario, temono che, soprattutto in un Paese a rischio come il nostro, il gioco non valga la candela. Gli stessi costruttori temono, come ha scritto il presidente di Confedilizia Corrado Sforza Fogliani, che «l’imposizione di un obbligo assicurativo contribuisca a irrigidire la domanda» e pensano che non siano questi gli anni giusti «per superare la finalità solidaristica che ha finora ispirato l’approccio con il rischio calamità ». Non bastasse, sarebbero recalcitranti certi politici maneggioni: l’«economia della catastrofe », come insegna la nostra storia, è politicamente un affarone.
Eppure, come ha spiegato Renato Brunetta ieri sul Corriere, la polizza obbligatoria si tirerebbe dietro alcune conseguenze virtuose che sarebbe un peccato sprecare. Come accade con l’Rc-auto per i guidatori scriteriati, per non pagare uno sproposito anche i padroni di casa incoscienti (e automaticamente i loro amministratori comunali), sarebbero costretti a non tirar più su edifici abusivi non assicurabili, a non costruire più in zone a rischio, a rispettare le regole antisismiche, a controllare le fondamenta, a dedicare tempo alla manutenzione. E forse, un po’ alla volta, piangeremmo finalmente meno morti.
Dalla tenda rossa di piazza Jafolla si muovono i militari che devono controllare le rovine dell'Aquila e impedire furti. Trovati arnesi da scasso
Trenta uomini a caccia di "sciacalli" - Una notte con i carabinieri dell'Aquila
Due pregiudicati di Teramo con furgoncino, vengono allontanati
da La Repubblica di MEO PONTE
L'AQUILA - La caccia allo sciacallo inizia qui, dalla tenda rossa issata nella piazza d'armi della caserma Jafolla per ospitare il Comando Tattico dei Reparti Mobili dei carabinieri. Lo stabile del Comando Provinciale dell'Arma è stato gravemente lesionato dalle scosse sismiche ed evacuato. Tutti gli uffici, compresa la centrale operativa e il 112, sono stati trasferiti nelle tende. E in quella rossa il tenente colonnello Ubaldo Del Monaco, arrivato da Roma con i rinforzi inviati in Abruzzo dal Comando Generale coordina gli oltre 500 carabinieri impiegati nel capoluogo massacrato dal terremoto e nei suoi immediati dintorni. Il servizio antisciacalli si articola su turni di sei ore che però spesso diventano dodici.
Trenta uomini per turno: carabinieri dei Battaglioni Lazio, Bolzano e Gorizia, paracadutisti del Tuscania, militari della "territoriale" tanti dei quali, dopo aver portato in salvo sulla costa le famiglie, hanno indossato la divisa e sono corsi qui per mettersi a disposizione. Sono le 23 di mercoledì e i cacciatori si apprestano a partire. Silvio Berlusconi, il presidente del consiglio, qualche ora prima ha concluso la sua terza visita all'Aquila e annunciato l'introduzione di un nuovo reato, lo "sciacallaggio", il cui titolo non è ancora ben precisato ma che di certo prevederà pene severe.
Nelle tende della Jafolla però la caccia allo sciacallo è iniziatà già nelle ore immediatamente successive ai crolli. Mercoledì i trenta uomini sono al comando del capitano Marco Capparella, comandante della Compagnia dell'Aquila e docente di criminologia all'Università del capoluogo abruzzese, coadiuvato dal capitano Marco Bruni. Si sale verso il centro storico rìdotto a un cumulo di macerie. Lì i trenta carabinieri si divideranno in pattuglie che perlustreranno strada per strada. La Radiomobile del capitano Capparella procede a passo d'uomo in via XX Settembre, la strada che porta al centro e sui si affacciava la Casa dello
Studente dove il sisma ha ucciso più di venti ragazzi.
Nel silenzio nero della notte il ronzio del motore dell'auto rimbalza sui muri sbrecciati. Da domenica notte il centro storico dell'Aquila è popolato solo da fantasmi. Le finestre sghembe rivelano case vuote e dai muri scollati. In piazza della Repubblica cani rimasti senza padroni e già sulla strada dell'inselvaticamento rovistano tra le macerie. La facciata del Palazzo del Governo dov'era la Prefettura si è afflosciata su se stessa. Il capitano Capparella ascolta dalla radio il rapporto delle diverse pattuglie.
Una ha controllato due individui fermi all'angolo della strada. Falso allarme, sono due inquilini che guardano con preoccupazione le crepe del palazzo da cui sono scappati in pigiama domenica notte. "Noi non abbiamo mai avuto grossi problemi di criminalità - spiega l'ufficiale - questa è una città a basso indice deliquenziale: un po' di droga tra gli studenti dell'Università, qualche rapina fatta da banditi pendolari, litigi in famiglia. Niente di più. E la popolazione ha sempre collaborato con noi. Qui si conoscono tutti, una faccia nuova si nota subito...".
Il luogotenente Bernardino Morelli e il maresciallo Cosimo Brancati sono del Nucleo Investigativo. Gente abituata a stare sulla strada. Morelli è stato al Radiomobile di Roma poi al Ros. Ha la famiglia che dorme in auto per paura delle scosse. E' in servizio con Brancati dalle sei del mattino ma non molla. "Qualche problema serio ce l'abbiamo nella zona della Marsica, qualche emigrato del clan di Scampia" spiega Morelli.
Stanotte in centro non c'è l'ombra di sciacalli. Alle cinque del mattino, però, una pattuglia dell'Arma in perlustrazione a Paganica, a cinque chilometri dal centro, avverte di aver fatto una strana scoperta: sotto i mattoni di un muro crollato hanno trovato un grosso tronchesi, cacciaviti, e un dispositivo per bypassare i sistemi d'allarme. Un necessaire per lo scasso abbandonato in fretta da qualcuno che si è accorto dell'approssimarsi dei carabinieri. In compenso chi non riesce a sfuggire ai carabinieri è Gaetano S., ricercato da mesi perché inseguito da una condanna definitiva di tre anni per droga, che il sisma ha spinto fuori dal suo rifugio alla periferia della città.
Ed è ormai mattina quando i capitani Marco Bruni e Francesco Maleroli che iniziano il nuovo turno antisciacallo notano in via XX Settembre due facce sospette. Li bloccano e un controllo con la centrale rivela che si tratta di due pregiudicati di Teramo. Hanno lasciato un furgone all'angolo della strada e dicono di essere qui per rendersi conto dei danni del terremoto. I carabinieri non possono fermarli, non hanno compiutio alcun reato. Per questo si limitano ad accompagnarli fuori città. La caccia agli sciacalli continua...
L'ANALISI
Il trionfo dei conflitti di interesse
da La Repubblica di ROBERTO RHO
MILANO - Trecentosettanta quattro giorni dopo la vittoria di Parigi - quando batté la non irresistibile concorrenza di Smirne - Milano ha la sua società di gestione dell'Expo. Ci sono voluti dodici mesi di trattative, spesso litigi, qualche volta vere e proprie faide nel centrodestra, per mettere insieme i cinque nomi del consiglio di amministrazione.
Sul nobile tema scelto dal sindaco Letizia Moratti per conquistare il consenso internazionale - "Nutrire il pianeta, energia per la vita" - nessuno ha più speso una parola, fin qui, né tantomeno elaborato un progetto, consultato un'università, commissionato uno studio. In compenso si è parlato tantissimo di investimenti, infrastrutture, padiglioni, grattacieli, hotel e centri commerciali. Senza che vi sia la certezza che per la realizzazione di tutto ciò ci siano effettivamente i soldi, giacché tutto quello che ha ottenuto la Moratti è che il Cipe recepisse una lista di opere da finanziare, in futuro.
Insomma, quella che a tutti - a destra e a sinistra, al governo Prodi di allora, a quello attuale di Berlusconi, fino alle amministrazioni locali - è sembrata fin dal principio una straordinaria opportunità per riflettere su un tema epocale come la nutrizione del mondo, per offrire a Milano, all'intero paese una grande vetrina internazionale, e a Milano in particolare di ripensare e ridisegnare un progetto di città all'altezza con le metropoli europee, è stata fin qui svilita in una assurda guerra di potere e di poltrone. Il risultato di tutto ciò è un assetto di gestione dell'evento tutt'altro che ideale. Al timone, notizia di ieri, Lucio Stanca, scelto dal premier e rispettosamente nominato ieri dagli azionisti. Tra le polemiche: Stanca, infatti, non ha nessuna intenzione di dimettersi dal Parlamento (è deputato Pdl alla Camera) fino a che la giunta di Montecitorio non avrà deciso sull'incompatibilità dei due incarichi. Incompatibilità che - quand'anche formalmente controversa - è nella sostanza evidentissima: Milano e l'Expo hanno bisogno di un manager a tempo pieno, capace di mettere in moto una macchina che già in partenza si muove con un anno di ritardo. Quale dei due impegni sacrificherà, l'onorevole Stanca?
E poi c'è la questione dello stipendio, che pure ha scatenato polemiche ed è la ragione per cui la Provincia di Milano ha votato contro la nomina: 480mila euro, tra retribuzione e bonus. Che se confrontati con i milioni di euro dei banchieri non sono molti, che sono qualcosa meno di quanto inizialmente previsto, ma sono parecchio più di quello che le leggi vigenti - derogate ad hoc dal decreto con cui Berlusconi fissa i criteri di governance dell'Expo - e forse anche il buon gusto avrebbero suggerito in una stagione come questa. Quanto a buon gusto, Stanca sarà del resto in buona compagnia. La società Expo 2015 era e resta presieduta da Diana Bracco, che è stata a lungo ed è ancora per qualche mese presidente degli industriali milanesi. Dunque, in patente conflitto di interessi: il massimo rappresentante degli interessi privati guida la società che dovrà gestire miliardi di euro pubblici, da distribuire tra le imprese (private) che costruiranno strade, metropolitane, padiglioni, residenze. E che le aziende private hanno già scatenato una vera e propria caccia all'affare, intorno all'area dell'Expo, la Bracco non può non saperlo: la giunta di centrodestra di Rho, il comune dove ha sede la Fiera, ha già detto sì al cambio di destinazione d'uso di un'area industriale, di proprietà del gruppo Bracco, a cinque minuti di auto dai padiglioni espositivi. Dove c'era un'azienda di profumi saranno costruiti un hotel e un centro commerciale.
Il governo sospende bollette e mutui
Il premier: stanziati altri 70 milioni
da Il Messaggero
ROMA (9 aprile) - Il Consiglio dei ministri ha rinviato a dopo Pasqua il decreto sugli aiuti per le zone terremotate, mentre ha dato via libera a una ordinanza per sospendere i termini relativi, fra l'altro, a mutui e bollette per i cittadini coinvolti dal sisma. Il decreto contenente gli stanziamenti, riferiscono fonti governative, tornerà sul tavolo del Consiglio dei ministri la settimana prossima.
Stanziati altri 70 milioni. «Abbiamo autorizzato il ministro dell'Economia a una variazione bilancio che metterà da subito a disposizione 70 milioni di euro, che sommati ai 30 milioni» già decisi «portano a 100 milioni la cifra a disposizione della protezione civile per prime necessità», ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri.
Durante il Consiglio dei ministri «è stata avviata la discussione sui provvedimenti da prendere in futuro» per la situazione abruzzese, ha spiegato il premier Silvio, confermando che il «decreto Abruzzo» sarà varato dopo Pasqua.
Il premier ha sottolineato come siano state comunque disposte alcune misure, tra cui, ad esempio, la sospensione dei termini processuali, i termini per i pagamenti fiscali e, per quanto riguarda i lavoratori autonomi delle zone colpite, di quelli per previdenza e assistenza. Berlusconi ha aggiunto che è stata stabilita la possibilità di rinegoziazione dei mutui contratti con le banche; inoltre saranno sospesi i pagamenti per le bollette e sarà data ai farmacisti la possibilità di distribuire farmaci previsti dal servizio sanitario nazionale, anche senza ricetta.
Il terremoto unisce ma Nord e Sud sembrano due Italie
da Il Riformista di Biagio De Giovanni
È come se in tutti prevalesse il senso patriottico dell’emergenza, la volontà di essere uniti, che spinge il capo dell’opposizione a telefonare al capo del Governo, mettendo a disposizione solidarietà e concreta collaborazione.
©Lapresse 08 04 09 Aquila,Abruzzo,Italia Terremoto in Abruzzo Presidente Silvio Berlusconi visita la piazza del duomo Nella Foto:Presidente Silvio Berlusconi Il terremoto di Abruzzo ha unito l’Italia. È scomparsa la polemica quotidiana che divide e scava fossati, più di quanto non sia giusto che avvenga tra forze politiche che si contendono il governo del Paese. Non sono esplose, finora, salvo qualche prevista eccezione, le polemiche che in altri momenti e in altre occasioni hanno contrapposto la politica sui tempi e le forme dei soccorsi.
È come se in tutti prevalesse il senso patriottico dell’emergenza, la volontà di essere uniti, che spinge il capo dell’opposizione a telefonare al capo del Governo, mettendo a disposizione solidarietà e concreta collaborazione.
Tutti noi siamo lo Stato, ha detto Franceschini in Parlamento. Non sempre in passato fu così. Il terremoto del 1980 che devastò una parte larga (assai più larga) del Mezzogiorno, fu occasione, subito, di aspre divisioni, e contribuì perfino a disegnare nuove strategie politiche, nel segno dell’indimenticabile grido di protesta di Sandro Pertini. Non sono in grado di giudicare ciò che sta avvenendo dal punto di vista della velocità, efficacia, completezza nell’organizzazione dei soccorsi, e vorrei dare per scontata la possibilità di inceppamenti, ritardi, possibilità di agire meglio. Dove si aprono disastri di queste dimensioni è sempre giusto immaginare qualcosa che non si riesce a fare, o sapere di qualche paesuccio dimenticato nella foga iniziale. Diamo anche per scontato che ciò sia avvenuto e potrà avvenire, ma finora sembra prevalere una indiscutibile volontà di non mettere l’accento su ciò che può dividere.
Il Mezzogiorno, sparito dall’agenda politica del Paese, vi torna con il dramma di Abruzzo, e coinvolge la volontà di un Paese, e ne mostra forse sentimenti effettivi e rende magari superficiali gli altri, quelli che giorno dopo giorno disegnano l’insofferenza per un Sud che viene dichiarato parassitario e assistito. Come se d’improvviso venti di secessione, forme di senso comune che danno per sepolto il sentimento dell’unità d’Italia, si mostrino posticci, buoni magari in tempi di bonaccia, ma se poi si apre l’emergenza allora prevale la storia di un Paese che sa, nel profondo, di condividere un destino comune, e sa che proprio questo è la base per la propria ricostruzione: «Qualsiasi attenuazione del vincolo unitario segnerebbe l’inizio della comune perdizione», come scriveva Giustino Fortunato.
La più tragica delle situazioni può essere occasione di riflessione e di pensiero. Si potrebbe dire: ma come sarebbe possibile diversamente in presenza di tanta tragedia? Eppure, dando per scontato questo aspetto, il senso della solidarierà, dell’afflusso da tutta Italia di migliaia di volontari, sembra costituire la base di quel plebiscito continuo, che, secondo una celebre espressione rimasta solidamente nella coscienza europea, di volta in volta ridà senso all’unità di una nazione.
Poi, di là da tutto questo, un territorio devastato. La visione dello “sfascio idrogeologico”, cui si è aggiunto lo sfacelo edilizio, la speculazione che ha costruito sui vuoti pur di riempire spazi, il palazzo della prefettura, targato 2000, che si sbriciola e si accartoccia nel nulla, cemento armato che non arma niente, e l’ombra della speculazione, e l’immagine di classi dirigenti colluse, di un territorio violentato, occupato, fatto di un “nuovo” che non regge e di un “vecchio” che nessuno ha mai pensato di mettere in relativa sicurezza, e che sta lì, sempre sull’orlo di un abisso che ogni tanto si apre sotto di lui. Torna alla memoria il fatto che un terremoto di uguale e magari maggiore intensità, in Giappone o in America, non produce nessun morto e che la vita continua in armature resistenti, opera di classi dirigenti responsabili che hanno costruito senza speculare. Si tratta di cose che si sono già viste. Perché da noi è diverso? Che cosa non è andato nella vicenda della nostra storia perché anche la tragedia - soprattutto nel Sud, o in quel Nord pur esso una volta disperato (il Belice: chi non ricorda?) - abbia caratteristiche anomale rispetto a ciò che la rivoluzione tecnologica riesce ad apprestare in temini di sicurezza, e di attesa più tranquilla? In tanti paesi e città del nostro Mezzogiorno si ha l’impressione di vivere sull’orlo di un abisso che si può spalancare d’improvviso, e che aiuta certo a comprendere la finitezza della vicenda umana, ma la riempie di assai inumane e cupe responsabilità. Chi ha dissipato il denaro pubblico? Perché si è rinunciato al governo del territorio? Bisognerebbe gridarlo, chiederlo, ricordarlo. Giacché normalmente si parla d’altro, si esaltano miti fondativi dell’Italia repubblicana, ma nessuno svolge un vero esame di coscienza su come si è sviluppata, concretamente, la nostra storia politica e civile, e sulle ragioni della sua anomalia. La scissione silenziosa dell’Italia di cui tanto si parla per stigmatizzare il sentimento leghista, è qualcosa che però viene da lontano, e ha al suo cuore, assai prima che le Lega nascesse, l’irresponsabilità di classi dirigenti che non possono piangere sulle occasioni perdute, ma che dovrebbero prender coscienza di quali siano state le loro effettive, inescusabili colpe politiche. In questo senso, anche una tragedia può spingere alla riflessione, e, superata l’emergenza, perfino a una azione conseguente.
Le scosse si spostano a nord. Scienziati «controllano» la faglia
da l'Unita'
C'è la possibilità di nuove scosse ma non si può prevederne la localizzazione o la prossima magnitudo. Intanto le ultime scosse si sono spostate verso nord. Lo ha affermato Lucia Margheriti, del centro nazionale terremoti dell'Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia).
La notte tra mercoledì e giovedì una scossa alle 0,55 con magnitudo 4.3 si è verificata nella zona di Pizzoli a nord dell'Aquila, poi alle 2,52 l'evento più forte di magnitudo 5.2 e, alle 5,14, di nuovo una scossa nell'aquilano quindi alle 6,32 un nuovo evento di magnitudo 4 ancora a Nord.
Uno spostamento da Sud a Nord che si sta verificando in una zona tutta sismica. Dopo il forte evento di lunedì scorso, ha aggiunto l'esperta dell'Ingv, e la frattura che si è verificata nella faglia, l'energia ora preme quindi su altri punti provocando eventi sismici di assestamento in quelli più fragili che non reggono la nuova pressione.
Secondo l'analisi di Gian Paolo Cavinato, ricercatore Cnr dell'Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria, sul perché la mappa delle tre scosse più forti indichi zone diverse tra loro, dai dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) «si comincia a capire che potrebbe non trattarsi della stessa faglia. Potrebbero essere più strutture sismogenetiche diverse. Faglie parallele o leggermente spostate».
Poi andrà verificato, con gli elementi che si stanno raccogliendo in queste ore, «se le diverse faglie si raccordano in profondità». «In questo momento - ha detto Cavinato - il trend sembrerebbe quello di uno spostamento verso nord-ovest». E, sull'intensità delle scosse successive a quella principale della notte tra il 5 e il 6 aprile, sostiene: «È un fatto singolare. È un problema importante per i ricercatori che va studiato e monitorato».
«Come Cnr, le nostre ricerche - ha proseguito il geologo - sono finalizzate allo studio della struttura superficiale e profonda dell'area interessata dagli eventi sismici. Questi studi hanno come obiettivo quello di contribuire alla realizzazione di studi di microzionazione sismica».
«Certo è difficile trovare zone esenti da rischi geologici sulla fascia appenninica. Per questo, nonostante la pianificazione che si potrà avere - ha concluso Cavinato - sarà fondamentale costruire bene».
E che il fronte si sia spostato lo dimostrano gli eventi sismici della notte tra mercoledì 8 e giovedì 9 aprile. Situazione confermata poi dalle scosse registrate giovedì mattina. Epicentro dello sciame sismico si conferma una zona più a nord dell'Aquila che coinvolge i centri di Campotosto, Capitignano, Barete, Pizzoli e Montereale.
Su un sito de L'Aquila, le ultime ore prima del disastro
da L'Unita' di Daniela Amenta
«Speriamo che le scosse finiscano, e che non ne faccia una... veramente forte...». Il messaggio è di Carlo, datato 3 aprile, ore 14.31. Carlo, Selene, Bastian Contrario, Roby, Re Mida, Farfalla.... I soprannomi di sessantasei utenti collegati sul forum de "Ilcapoluogo.com", il giornale on line de L’Aquila. Ne parlavano da giorni, da mesi di quei sussulti della terra. Condividevano sul Web le loro paura, quell’ansia che toglieva il fiato. «Tutte le scossette fino ad oggi» è il titolo del post, l’argomento di discussione. Dal 26 marzo ben 26 scosse, di magnitudo compresa tra il secondo e il terzo grado.
Ne parlavano assieme
Roby, Farfalla e gli altri. Tre aprile, l’ultimo dibattito in Rete sulle "scosse". Anzi, le "scasse", a riderci un po’ su, le "scasse" che rompono e non fanno dormire. Costretti a condividere le giornate con quei tremolii, quei battiti, i lampadari ad oscillare. Lo raccontava Selene: «Ormai a casa si fa un gioco, chi ci azzecca a indovinare l’intensità. E poi segniamo i punti... Io ormai salto al minimo movimento e non sono la sola avverto tensione dappertutto. Capisco che bisogna tenere la testa sulle spalle essere calmi e razionali e quant’altro ma quando appena hai aperto gli occhi come questa mattina e ti senti l’ormai familiare rollio ti si drizzano i capelli .........un bel buongiorno non c’è che dire!». Buongiorno, appunto. Carlo, Selene, Farfalla. Chissà dove sono, ora. Buongiorno. Svegliarsi e precipitarsi sul sito dell’Istituto nazionale di geofisica, l’Ingv, per scoprire quanti sussulti quella notte, quanti brontolii della terra. Da mesi così, senza che l’allarme scattasse per davvero, senza che arrivasse un piano di evacuazione come si fa in Irpinia o nel Vesuviano. Nulla, silenzio. Solo i tonfi sordi del cuore per una "scassa" più pesante delle altre, una crepa sul soffitto. Lasciati soli, Roby, Carlo e gli altri quando era evidente l’allarme. Una catastrofe annunciata e inascoltata. «Speriamo che finiscano al più presto perché non possiamo avere una palpitazione ad ogni rumore! Stamattina si è sentito proprio bene! La messa del vescovo non è stata molto efficace!». Nevebianca ci scherzava. Gli altri della comunità un po’ a sdrammatizzare, un po’ a confortarsi l’un l’altro («L’Aquila è una città sismica, si sa»), un po’ a studiare da «geologi fai da te» discutendo di scala Richter e di magnitudo.
Però le “scasse” continuavano
Quel tre aprile, 48 ore prima la tragedia, l’aria doveva essere più pesante del solito. Così Lilli a un certo punto scrive: «Dopo le due “trettecate” di stamani ho telefonato all’ufficio del sindaco per suggerire la chiusura anticipata delle scuole per la vacanze pasquali. Mi è stato risposto che il ns sindaco era già in riunione per valutare la cosa dato che altre persone avevano chiamato e fatto la stessa richiesta. Così chi ha da partì, parta per rinfrancarsi la mente ed il cuore, mi dispiace per chi deve rimanere!!!».
Partire. Ce l’avrà fatta Lilli a partire? E gli altri? Tre aprile. Felix chiede alla community: «Ragazzi, ma gli esperti non parlano? C’è un numero verde di emergenza o qualcosa di simile?». L’avevano capito loro, Roby, Carlo e Selene, la “banda” del Capoluogo, che non c’era da scherzare. Che le “scasse” insistevano, si moltiplicavano. L’avevano capito, lo sapevano. «Resistere, resistere, resistere», scrivevano sul forum. Resistevano a loro modo, facendosi coraggio da un computer all’altro.
Quattro aprile. Un giorno di quiete. «Oggi neanche una scossetta». E le faccine degli smile a commentare finalmente la buona notizia. Evviva. La terra daccapo dormiente, al suo posto, tutta tonda e compatta. Cinque aprile. Alle 23.49 Patty lancia il primo allarme: «Mamma mia che scoppola». Replica tre minuti dopo Njamh: «Madonna che botto. E non finiva mai!!!».
Prometeus scrive poco dopo, a mezzanotte: «...Infatti mi preoccupavo della calma apparente....meglio le scossette continue che ’ste scariche violente». È l’ultimo commento. Tre ore e trentadue minuti prima del boato. Poi, solo macerie, morte. Rabbia
Zorro di Marco Travaglio - Sciacalli e leccapiedi
da L'Unita'
Due futuri premi Pulitzer, sul Giornale e a Radio24, mi danno gentilmente dello «sciacallo» perché ho ricordato quali danni aggiuntivi ai terremoti avrebbero comportato il “piano casa” e il ponte di Messina (in una delle zone più sismiche d’Europa) se sciaguratamente fossero già stati realizzati. I servi furbi sono così accecati dalla saliva delle loro lingue da non accorgersi che a liquidare il ponte, all’indomani della sciagura abruzzese, è stato il sottosegretario alle Infrastrutture del loro adorato governo, il leghista Roberto Castelli; e che a rinviare sine die il “piano casa” è stato il ministro forzista Raffaele Fitto, con la soave espressione dorotea della «pausa di riflessione». Intanto il ministro Claudio Scajola annuncia che nel decreto saranno inserite precise «misure antisismiche»: fino a domenica non ci aveva pensato nessuno. La parola “terremoto” non compariva mai nella proposta inviata a giugno dal governo alle regioni, nella bozza di un mese fa e men che meno nell’intesa del 31 marzo. Anzi, lì un cenno c’era, ma per smantellare i divieti (art.6: «Semplificazioni in materia antisismica»). Solo due giorni fa, mentre l’Abruzzo crollava, si son ricordati che siamo il paese più a rischio d’Europa e hanno cancellato l’art.6 e, al posto, hanno infilato qualche riga di «misure urgenti in materia antisismica»: gli ampliamenti delle case non saranno autorizzati «ove non sia documentalmente provato il rispetto della normativa antisismica». Ci son voluti 260 morti, per ripristinare la legalità. A proposito di sciacalli. Vergogniamoci per loro, e per i loro servi.
Il business delle armi. Qui la crisi non c'è
da L'Unita' di Massimo Solani
La crisi non abita da queste parti. Anzi, il mercato italiano delle armi da guerra è in salute come mai prima d’ora. Una montagna di soldi che nel 2008 è finita nelle casse delle aziende produttrici e della banche che hanno “ospitato” le transazioni finanziarie fra i produttori e clienti. E in tempi di crisi e di pace, almeno ufficiale, il dato elaborato nelle scorse settimane dal ministero dell’Economia è ancora più sorprendente: +222% nel 2008, per un volume d’affari che ha superato quota 4,2 miliardi di euro contro l’1,3 del 2007.
Decisa anche l’impennata delle esportazioni autorizzate, che nel 2008 sono salite a quota 3,7 miliardi di euro contro l’1,2 dell’anno precedente. Numeri che la direzione quinta del dipartimento del Tesoro, l’ufficio per la prevenzione dei reati finanziari, ha trasmesso nei giorni scorsi alla Presidenza del Consiglio e che Palazzo Chigi ha inserito nel paragrafo 2.4 del rapporto «sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento».
E a monte dell’incremento del volume d’affari, secondo i dati del Mef, c’è l’aumento delle autorizzazioni concesse nel 2008 agli istituti bancari per le transazioni economiche: 1612 contro le 880 del 2007. Anche per questo nel rapporto, Palazzo Chigi ha sottolineato con soddisfazione che «l’industria italiana per la difesa ha, quindi, consolidato e incrementato la propria presenza sul mercato globale dei materiali per la sicurezza e difesa». E nel 2008 sono stati proprio i paesi Ue e Osce i partner principali d’affari delle aziende italiane (il 63,6%), che hanno fatto però affari d’oro anche in Asia (19% degli scambi) e Medioriente (4,3%).
Preoccupa, invece, che quasi il 4% delle esportazioni di armi da guerra prodotte dalle industrie italiane sia finito nei paesi dell’Africa dove sempre più spesso sono in corso sanguinosissimi conflitti armati mai dichiarati e sistematicamente ignorati dai media e dai governi occidentali. Fra i paesi extra Ue maggiori destinatari delle armi italiane ci sono la Turchia, la Libia e l’Algeria. E ancora: Nigeria, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi e Venezuela. Fra le aziende per cui il 2008 è stato un anno particolarmente fortunato in termini di transazioni finanziarie concluse, c’è la Agusta (della galassia Finmeccanica) che da sola ha coperto il 37,2% del mercato, contro il 9,48% del 2007.
Un aumento generato soprattutto da un importante accordo con la Turchia per la fornitura di elicotteri “da combattimento”. Seconda nella lista la “Fincantieri Cantieri navali italiani” che ha coperto il 7% del mercato italiano degli armamenti. Di poco inferiore la fetta coperta dalla Oto Melara (azienda del consorzio Iveco Fiat-Oto Melara, controllata da Finmeccanica, produce soprattutto carri armati e mezzi cingolati) che nel 2008 è salita a quota 6,9% contro il 3,8% dell’anno precedente. Ma un mercato così florido non è stato una manna dal cielo soltanto per le aziende produttrici.
Una montagna di soldi, infatti, è circolata anche sui conti correnti di buona parte delle banche che operano in Italia, con evidenti guadagni anche per gli stessi istituti di credito che finanziano l’esportazione. Fra questi, nel 2008, è stata la Bnl a coprire una importante quota del mercato delle transazioni fra aziende e “clienti”: è del 33,8% la fetta raccolta dalla banca entrata nella galassia Bnp Paribas, contro il 5,21% dell’anno precedente. Stabile la Deutsche Bank (14,03%) seguita dalla Societe Generale, la seconda banca francese la nona in Europa per capitalizzazione, con l’11,4%. Segnalate nel rapporto anche le quote di mercato coperte da Intesa San Paolo (4,79%), Banco di Brescia (4,7%) Citybank (3,7%) e Cassa di Risparmio di La Spezia (2,36%). Dati questi che il ministero dell’Economia e la Presidenza del Consiglio sono obbligati a fornire in virtù di quanto previsto dalla legge 185/90.
Un testo che individua la procedura necessaria per ogni compravendita di armamenti e che soltanto in parte riesce a fare chiarezza in un mercato troppo spesso fatto di ombre. Prima di iniziare le trattative per un qualsiasi contratto, infatti, le aziende che fabbricano armi da guerra sono obbligate a chiedere l’autorizzazione al ministero degli Esteri (nel caso si tratti di merci) o allo Stato Maggiore della Difesa (per la cessione di servizi). Ottenuto il nulla osta alla trattativa contrattuale, prima della chiusura dell’accordo, le aziende contattano gli istituti di credito che forniranno i conti corrente per la transazione. Il luogo fisico, cioè, dove transitano i soldi per il pagamento. E sono le banche a chiedere l’autorizzazione al Ministero dell’Economia per la chiusura della procedura di incasso.
Per questo ogni anno, dal 2006 ad oggi, è la direzione prevenzione dei reati finanziari a redigere le statistiche che poi confluiscono nel rapporto annuale della Presidenza del Consiglio. Che nei giorni scorsi, attraverso l’ufficio del Consigliere Militare di Palazzo Chigi, ha incontrato i rappresentanti delle Ong interessate al controllo delle esportazioni e dei trasferimenti dei materiali d’armamento ribadendo il proprio «sforzo per continuare il dialogo con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente informazione nei temi d’interesse». Uno sforzo che però rischia di infrangersi sugli scogli nascosti nelle zone grigie di una materia che spesso sfugge ai controlli ufficiali e solletica l’appetito di faccendieri senza scrupoli e interessi che nulla hanno a che vedere con l’etica.
E non è un caso se, come scrive palazzo Chigi nel rapporto, nel 2008 «sono state autorizzate transazioni bancarie relative a pagamenti per compensi di intermediazione, riferite alle sole esportazioni definitive, per un totale di circa 66,72 milioni di euro contro i 21,1 del 2007». Affari d’oro, quindi, anche per intermediari senza nome che non sono in nessun modo monitorati dalle autorità. Del resto anche il ministero dell’Economia, nel trasmettere i propri dati a Palazzo Chigi ha messo nero su bianco l’incapacità del Mef di controllare l’entità dell’attività di credito concessa dalle banche alle ditte al di fuori delle autorizzazioni ufficiali alle transazioni. Ma c’è di più: il governo, infatti, sta recependo le nuove norme decise dall’Unione Europea che di fatto sottraggono al controllo preventivo del ministero dell’Economia qualsiasi transazione di mercato interna alla Ue. Ossia la stragrande maggioranza del volume d’affari delle aziende d’armamento italiane (nel 2008 il 63,6%). «E basterà una semplice triangolazione fra paesi membri - spiega un tecnico - perché intere partite escano dal controllo ufficiale inghiottite dal buio».
il programma in onda prossimamente sul network americano fox. ed È polemica
Sarai licenziato? Lo decide un reality show
In «Someone's gotta go» i dipendenti di aziende in crisi decidono quali colleghi possono tenere il posto di lavoro
da Corriere della Sera di Francesco Tortora
MILANO - Partecipare a un reality show per mantenere il posto di lavoro. Si chiama «Someone's gotta go», è un nuovo programma televisivo prodotto dalla Endemol che sarà trasmesso prossimamente sul network americano Fox. Invece di offrire fior di quattrini e la possibilità di entrare nel mondo dello spettacolo, questa serie tv permetterà ai dipendenti di piccole aziende americane di lottare con le unghie e con i denti per non essere licenziati. Sono invitate a partecipare al reality solo società con 15-20 dipendenti in difficoltà economiche: a scegliere chi deve essere allontanato dall'azienda non sarà il proprietario ma gli stessi impiegati, dopo aver conosciuto in dettaglio gli stipendi dei loro colleghi e le loro mansioni.
TEMPI DIFFICILI - Alcuni media americani hanno definito il programma «atroce e spietato», ma secondo gli ideatori non fa altro che adeguarsi ai tempi difficili. Solo nel mese di marzo ben 700mila americani hanno perso il lavoro mentre da dicembre - quando la recessione ha colpito inesorabilmente l'economia americana - il numero delle persone licenziate ha superato i 5 milioni. La Endemol assicura che nel programma non mancheranno emozioni forti e sono assicurate sorprese a non finire. Alla fine attraverso una singola votazione i dipendenti decideranno chi dovrà lasciare l'azienda. Inoltre gli impiegati decideranno anche chi tra i loro colleghi dovrà subire una decurtazione dello stipendio.
COME LA REALTÀ - Tory Johnson, fondatrice di Women For Hire, società che si occupa di ricerca del personale femminile, definisce il programma «imbarazzante»: «Per tante parte persone che sono preoccupate per il loro posto di lavoro o che cercano disperatamente di essere assunte, penso che non ci sia nulla di bello nel vedere la miseria e le pene di propri simili che si affannano per mantenere la propria occupazione». Mike Darnell, dirigente della Fox, controbatte che il programma non è altro che «lo specchio dei tempi che stiamo vivendo»: «Sicuramente non è peggiore dei telegiornali che ogni sera ci raccontano di milioni di persone che hanno perso il lavoro e delle conseguenze che questa realtà produce - taglia corto Darnell -. Come tutti gli show, se non vuoi vederlo, sei libero di farlo». Sia la Fox che l'Endemol assicurano che non è stato difficile trovare aziende pronte a partecipare al reality. Anzi. Secondo David Goldberg, direttore di Endemol in Nord America, il programma potrà diventare addirittura un modello per chi ha un'azienda: «Anche io, come direttore di una società, non vorrei mai prendere decisioni difficili come il licenziamento. Da ciò si intuisce che non è stato difficile trovare società pronte a mettersi in gioco».
Fiat, aumentano i rischi per la salute dei lavoratori
Biennale: ''grazie a Marco Muller. Gli auguri piu' calorosi ad Alberto Barbera''
Festival dell'impegno civile, domani alle 11:30 la presentazione a Roma
Golpe alla Biennale di Venezia?
Oltre i confini dalle terre di camorra alle terre di don Peppe Diana
I diritti dei lettori. Una proposta di statuto
La Rassegna Stampa di giovedě 29 ottobre 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di lunedě 26 ottobre 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di sabato 24 ottobre 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di mercoledě 21 ottobre 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di oggi domenica 2 agosto 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di mercoledi' 20 maggio 09 a cura di hary
La Rassegna Stampa di oggi lunedi' 18 maggio 2009 a cura di hary
La Rassegna Stampa -venerdi' 15 maggio 2009 - a cura di hary
La Rassegna Stampa - mercoledi' 13 maggio 2009 - a cura di hary
La Rassegna Stampa di oggi giovedi' 23 aprile 2009 a cura di Hary



