| Giovedì, 09 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 12:40
"Non bisogna correre per la presidenza degli Stati Uniti per mettersi al servizio degli altri. Lo si può fare lavorando per Medici senza Frontiere o per le Nazioni Unite, o facendo il sindaco di Strasburgo. Ma se si passa la vita a pensare a se stessi, a quanti soldi si possono fare, alle macchine, allo shopping, a lungo ci si annoia. Per vivere una vita piena bisogna pensare: "Cosa posso fare per gli altri?". Non sprecate il vostro talento e l’energia, di fronte alle tante sfide e opportunità che si presentano lasciatevi coinvolgere: a volte rimarrete delusi, ma vivrete una grande avventura". Mentre Barack Obama diceva queste frasi agli studenti e ribadiva la sua contrarietà verso l’uso delle armi atomiche, il nostro invidiabile Premier coglieva l’occasione per inanellare una figuraccia dietro l’altra, confermando la propria attitudine a mostrare all’estero il meglio di sé. Tuttavia, di Berlusconi, degli innumerevoli disastri che sta causando al Paese e dell’arroganza del suo governo ci occuperemo in seguito. Per ora, prendiamo una boccata di ossigeno e continuiamo a parlare di Obama, anche per non perderci troppo d’animo e far capire ai nostri concittadini che esiste davvero un modo diverso di intendere la politica ed è possibile attuarlo nonostante gli otto anni della presidenza Bush.
Su "la Repubblica" di sabato 4 aprile, Mario Calabresi ha raccontato la splendida storia di una ragazza francese, Marie, che ha preso il treno delle 6,45 del mattino alla stazione di Colmar, in Alsazia, per andare a Strasburgo (sede del Parlamento europeo) a incontrare Obama. È partita insieme ad otto compagne del liceo "Camille Sée" per una gita scolastica speciale; ha considerato l’incontro con l’uomo più potente del mondo una festa, un’esperienza da condividere con le persone più care. Raramente, nella storia, ad un politico è stato riservato un simile privilegio: diventare un esempio, una guida, un punto di riferimento per milioni di giovani di tutti i continenti. L’ultimo personaggio ad essere così amato dalla mia generazione fu Giovanni Paolo II, il papa che ha inventato la Giornata Mondiale della Gioventù, e il paragone tra i due non è per nulla azzardato, specie se consideriamo che Vittorio Zucconi ha definito Obama il "Papa laico". Pur essendo nati e vissuti in contesti ed epoche diverse e pur svolgendo ruoli assolutamente incomparabili sulla scena internazionale, hanno in comune la capacità di entusiasmare la gente, soprattutto i ragazzi, e di farla sentire protagonista del proprio progetto al punto che, come avveniva con Wojtyla, anche Obama, dovunque si rechi a parlare, è accolto da una marea di persone che lo attendono speranzose. Ebbene, il giorno in cui Marie è andata a conoscere da vicino l’uomo che sta riavvicinando le due sponde dell’Atlantico, sua madre le ha detto di vestirsi bene e, prima di uscire, le ha detto: "Marie, questa volta ti invidio da morire".
Per Obama, la giornata non era cominciata nel migliore dei modi. Durante la conferenza stampa con Nicolas Sarkozy, tossiva e faticava a parlare, come se si sentisse a disagio, quasi che il contesto gli incutesse soggezione. Poi è arrivato nella "Rhenus Arena", il palazzetto dello sport di Strasburgo, ha visto i quattromila studenti provenienti da Francia e Germania e si è subito ripreso. Era impressionante osservare quanto reciproco calore si trasmettessero Obama e i ragazzi, quanto affetto provassero gli studenti per quest’uomo che ormai considerano quasi un secondo padre; e quanta passione provasse lui nel rivolgersi alla generazione che maggiormente l’ha sostenuto nella corsa alla Casa Bianca. Fra di essi c’era una sorta di telepatia: i loro pensieri erano i suoi pensieri, le loro aspirazioni erano le sue aspirazioni, i loro progetti erano i suoi progetti. Non si erano mai visti, non si conoscevano e, probabilmente, nessuno di loro avrà mai l’onore di stringergli la mano, ma Obama è riuscito a interpretare i loro sogni come se quei giovani fossero le sue bambine. "Lavorerò con l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari, unito, pacifico e libero e mi batterò contro il cambiamento climatico e l’inquinamento che sta uccidendo il nostro pianeta" ha esordito, scandendo poi lo slogan "Yes We Can" che lo ha reso celebre e ne caratterizzerà per sempre l’immagine. Continuando il discorso, il Presidente americano ha affermato: "Questa è la nostra generazione, questo è il nostro tempo"; e ancora: "Dobbiamo essere onesti, in questi ultimi anni abbiamo lasciato che la nostra alleanza andasse un po’ alla deriva: l’America molto spesso ha mostrato arroganza e non ha preso sul serio l’Europa deridendola, mentre qui esiste un sentimento anti-americano che a volte può essere casuale ma che è insidioso. Queste abitudini sono diventate troppo comuni, non sono sagge e minacciano di dividerci e isolarci ancora di più. La verità fondamentale è che l’America non può rispondere alle sfide di questo secolo senza l’Europa, e l’Europa non può farlo senza l’America". Perfino i ragazzi del campo no global sono rimasti affascinati da Obama, tracciando all’ingresso la scritta: "Distruggere la Nato? Yes we can". Ovviamente, nessuna persona di buon senso può condividere questa frase, ma rende l’idea di quanto sia incisivo e convincente il messaggio di Obama, arrivando anche a coloro che detestavano Bush e l’America in modo viscerale. Il concetto più bello, però, penso che Obama l’abbia espresso in un altro passaggio, quando ha sostenuto: "Noi sappiamo che l’inquinamento delle auto di Boston e delle fabbriche di Pechino sta sciogliendo la calotta artica; che i terroristi che hanno colpito Londra e New York complottavano in caverne lontane ma anche in semplici appartamenti molto più vicini a casa vostra. La crisi economica ci ha mostrato quanto siamo legati: una generazione fa sarebbe stato difficile immaginare che l’incapacità di qualcuno di pagare il mutuo in Florida potesse contribuire al fallimento del sistema bancario in Islanda. Per questo il G20 di Londra è stato un successo, perché tutti hanno lavorato insieme: siamo entrati in una nuova era di responsabilità".
Come ha giustamente sottolineato Calabresi, i vertici internazionali blindati, i colloqui con gli altri capi di governo, gli incontri ufficiali pieni di protocolli e formalità sono l’ambiente peggiore per il fenomeno Obama; Barack esiste solo grazie al suo rapporto con la gente, alla sua abilità nel presentarsi e nel farsi percepire come uno di famiglia, ad affermazioni come questa: "Prima quando venivo in Europa mi piaceva fare passeggiate, sedermi per un caffè, ora devo stare chiuso in albergo, circondato dalla sicurezza. Adesso è bello stare qui, perché in questi viaggi le persone le posso salutare solo da dietro un finestrino". Inoltre, prima di lanciare l’appello che abbiamo posto all’inizio dell’articolo poiché ci è sembrata la sua dichiarazione più significativa, Barack non ha rinunciato ad una citazione di Robert Kennedy: "Viviamo in un mondo rivoluzionario e sono i giovani a doverne prendere la guida".
Non è casuale la scelta di tante citazioni. Il nostro Presidente del Consiglio, alzando la voce in presenza della regina Elisabetta per chiamare Obama, si è preso l’accusa di provincialismo e dilettantismo da parte di molti giornali stranieri. Non minore è stato lo sconforto per il mancato appuntamento con la Merkel al vertice di Strasburgo dove si è notata la sua assenza anche in occasione del minuto di raccoglimento in memoria delle vittime delle guerre e dei caduti nelle missioni NATO. Ufficialmente il premier ha spiegato di essersi sì attardato al telefono ma per importanti ragioni di Stato: un colloquio col premier turco Erdogan per indurlo ad accettare la nomina del danese Rasmussen a nuovo segretario dell’Alleanza Atlantica. La giustificazione dello "sgarbo" ci appare un po’ debole ma ciò che veramente preoccupa è che il "Nostro" sia riuscito a peggiorare l’immagine dell’Italia democratica di fronte alla stampa internazionale, dichiarando di essere tentato di "fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali". Poi ha aggiunto: "Voi pensate che se io dico "non guardate più una tv" o altro nessuno mi segue, in Italia?". Purtroppo, lo seguono tutti, anche perché in questo Paese nove giornalisti su dieci sono, direttamente o indirettamente, legati a case editrici ed agenzie di proprietà di Berlusconi che basa il suo impero editoriale e televisivo anche sulle agenzie pubblicitarie, principali fonti di finanziamento di giornali e tv.
Come in ogni "Democratura", il primo obiettivo di Berlusconi e dei suoi cloni che ha portato in Parlamento e al governo è stato quello di distruggere il pensiero per evitare che qualcuno potesse dire anche in Italia ciò che dice Obama alle folle di tutto il mondo. Perché l’obiettivo venisse raggiunto ci volevano anni, ma ormai ci siamo, stiamo vivendo la terza fase di questo dramma a puntate e ci rendiamo sempre più conto che oggi il nuovo uomo della Provvidenza potrebbe pure tessere pubblicamente (si fa per dire) le lodi di Hitler, Mussolini e Franco e pochissimi avrebbero il coraggio di replicare; al contrario, molti giornali scriverebbero che "questo Berlusconi è un personaggio singolare, ma in fondo ha il pregio di essere contrario ai formalismi e alle convenzioni che allontanano la gente dalla politica" e gli altri – i suoi – che "Hitler era un po’ megalomane ma, in fondo, lungimirante; Mussolini è stato il più grande statista del Novecento e finalmente qualcuno gliene dà atto e Franco ha garantito alla Spagna oltre trent’anni di pace e prosperità".
Peccato che nel resto d’Europa nessun giornalista si faccia intimidire e i siti dei giornali e delle emittenti straniere si siano riempiti subito di titoli ironici e veramente tristi da leggere per un italiano che ama la sua Nazione e crede nel valore dell’Europa e della NATO.
La "Bild" ha scritto: "Imbarazzante gaffe di Berlusconi durante l’incontro"; la BBC: "La telefonata di Berlusconi mette in attesa la NATO"; la "Frankfurter Allegmeine": "Aveva da sbrigare una telefonata urgente"; "El Mundo": "Con chi parlava Berlusconi?": insomma, si è trattato di una vergogna difficile nascondere poiché ormai viviamo in un mondo globale e negli altri paesi si divertono da matti a mettere in risalto l’inadeguatezza di un uomo politico che ostenta comportamenti ai limiti dell’arroganza.
Rientrando nei confini nazionali, ci imbattiamo, come detto all’inizio, nella prepotenza di questo governo che, infischiandosene della crisi e dei problemi dei cittadini, continua a riversare valanghe di insulti ed intimidazioni contro ogni forma di dissenso. Sabato 4 aprile si è svolta al Circo Massimo una grande manifestazione della CGIL, alla quale per fortuna ha aderito anche il Partito Democratico, per indurre ancora una volta la maggioranza a dimostrarsi più partecipe delle esigenze dei cittadini. C’erano, naturalmente, parecchie critiche, ma quell’insieme di persone erano soprattutto una straordinaria forza propositiva, disposta ad un dialogo e ad un confronto se solo dall’altra parte ci fossero stati interlocutori degni di questo nome. Invece, sentite il "gaffeur" cosa risponde da Praga. Un tavolo con la CGIL? "Glielo do in testa". Gli fa eco l’eurofannullone veneziano che da circa un anno perseguita i dipendenti pubblici: "Ho visto una scampagnata, che può favorire la ripresa dell’economia: nuove risorse, ristoranti, autobus…". Non poteva mancare il solito Gasparri: "La CGIL ha storia e radicamento, ma diffondendo notizie non vere viene abbandonata dalla gente". Perfino la Gelmini, che di attacchi in piazza se ne è presi un canestro, sente il bisogno di dire la sua: "Attaccano il governo? Ce ne faremo una ragione, non sono i primi e non saranno gli ultimi". Almeno, a differenza dei suoi colleghi, la pedagoga lombarda ha detto la verità: ci saranno ancora numerose manifestazioni in tutta Italia, finché il governo non si deciderà a fare qualcosa per gli operai che perdono il lavoro, per i precari, per i cassintegrati, per le famiglie che non arrivano alla fine del mese e per tutti gli italiani che si sentono delusi e traditi dalla politica e scelgono di non andare più a votare.
Dispiace che gli altri sindacati siano rimasti a casa o, peggio ancora, siano arrivati a conclusioni come quella del segretario della CISL Raffaele Bonanni: "Mi dispiace che la generosità di tante persone venga utilizzata a fini elettorali e non sindacali. Il Paese ha bisogno di piazze sindacali e non di piazze elettorali. Una linea antagonistica è fuori dalla storia". Benissimo, allora la organizzi lui una grande manifestazione sindacale senza bandiere di partito; non essendo iscritto a nessun sindacato, ci verrò volentieri senza bandiera ma solo con una grande voglia di manifestare insieme a chiunque dimostri interesse e attenzione per il futuro di un Paese che rischia di diventare una grande casa di riposo a forma di stivale.
Nelle prossime settimane, continueremo ad occuparci dei temi della scuola, dell’occupazione e del lavoro, ma intanto vi vogliamo portare a conoscenza di una "porcata" talmente ignobile da giustificare un eventuale sciopero a oltranza di tutti i lavoratori. "Nella seduta di ieri," – leggo in un comunicato sindacale – "2 aprile 2009, la Camera dei Deputati, con voto di fiducia, ha approvato il disegno di legge per la conversione in legge del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, recante misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi. A tale provvedimento, il Governo ha proposto un emendamento per reintrodurre l’obbligo di risoluzione del rapporto di lavoro per i dipendenti pubblici con 40 anni di contributi (compresi quelli figurativi: riscatto laurea, servizio militare et similia). Con lo stesso emendamento, il Governo ha cercato di introdurre il blocco della indennità di buonuscita fino al 2013". Per il momento, l’emendamento è stato dichiarato inammissibile, anche perché faceva riferimento ad un’anzianità contributiva massima di trent’anni anziché di quaranta. State certi, però, che, in un modo o nell’altro, la "porcata" riusciranno a farla approvare in via definitiva; il che significherebbe che milioni di lavoratori riceverebbero la liquidazione soltanto dopo il 1 gennaio 2013, cioè – secondo noi maligni – mai, e non certo in un periodo così periglioso sul piano economico in cui i soldi della liquidazione avrebbero fatto comodo a chiunque. Confrontando ciò che dice e fa Obama con ciò che accade alle nostre latitudini, ci rendiamo conto che è il momento di reagire e di riflettere su quanto sia sbagliato il nostro modo di intendere la politica, specie se anche nel centrosinistra si trovano degli illuminati pensatori come il sindaco di Foggia Orazio Ciliberti che ha istituito autobus separati per gli italiani e per gli stranieri. Noi che abbiamo a cuore il Partito Democratico e il centro-sinistra, abbiamo il dovere morale di far sapere a Ciliberti (così come scrivemmo a Penati che non voteremo mai un amministratore favorevole alle ronde, neanche se appartiene al nostro partito) che, se non ritira quella legge apartheid, oltre ad invitare i foggiani, in caso di una sua nuova candidatura, a rimanere a casa, d’ora in poi lo considereremo un segregazionista modello Alabama anni Cinquanta, un Borghezio o un Gentilini di bassa lega e un avversario da combattere in quanto certe sue idee non sono degne di uno Stato che si appresta a diventare multietnico come sono già tutti i paesi più industrializzati e civili d’Europa.
Roberto Bertoni
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