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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La nascita del partito-specchio
La nascita del partito-specchio

Hanno ragione Berlusconi e i suoi affiliati quando se la prendono con quegli editorialisti che scrivono maliziosamente che il Popolo della Libertà è un partito di plastica come lo era Forza Italia. Il PdL, di cui nello scorso fine settimana si è celebrata la nascita ufficiale davanti ad una platea di berlusconidi osannanti, è tutt’altro che un partito liquido e privo di una struttura sociale di riferimento, come per anni abbiamo erroneamente creduto. Per capire bene di cosa si tratti, basta ricordare come nacque e attraverso quali vicende si è costituito. Lo fondò Silvio Berlusconi nel tardo autunno del 2007, salendo sul predellino di una Mercedes in piazza San Babila a Milano e annunciando che la Casa delle Libertà era ormai un ectolpasma. Adirato per la mancata spallata al traballante governo Prodi, il Cavaliere non si dava pace: chiamava gli alleati ingrati; convocava a Palazzo Grazioli Fini, Casini e Bossi e si vedeva arrivare il solo Gianfranco Rotondi, il paffuto di Avellino che ora è ministro per l’Attuazione del programma; era costretto a subire accuse d’ogni sorta, tra cui quelle di aver varato delle leggi ad personam (Fini) e di avere un forte conflitto di interessi (Casini). Insomma, era un uomo in bilico, che sembrava destinato a rimanere ancora a lungo all’opposizione e a non tornare più al governo da Presidente del Consiglio, specie se si considera che Fini definiva la trovata del predellino la “comica finale” e aggiungeva che “Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi. Io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuol fare il premier dovrà fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Non penserà mica di essere eterno. Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai… Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Mai. Si faccia appoggiare da Veltroni”. Sappiamo tutti come è finita, con l’arresto della moglie di Mastella, la dichiarazione di Veltroni che, qualunque fosse stata la legge elettorale, alle prossime elezioni il PD sarebbe andato da solo, l’uscita dal governo dell’UDEUR, la caduta di Prodi, il fallito governo istituzionale retto da Marini e il trionfo elettorale del Cavaliere con Bossi e Fini a fianco e Casini alleato alle Regionali sarde stravinte dal PdL. È superfluo sottolineare che, non appena ha sentito profumo di poltrone, l’attuale Presidente della Camera non ha esitato un istante, si è dimenticato tutto ed è tornato a braccetto col Cavaliere per conquistare insieme una maggioranza mai vista nella storia repubblicana del nostro Paese. Ed è altrettanto superfluo far notare che, come testimonia il libro “Se li conosci li eviti” di Peter Gomez e Marco Travaglio, nelle file del PdL è stata eletta una serie di personaggi che dovrebbero essere inibiti a vita non soltanto dall’entrare nelle istituzioni ma anche dall’avvicinarvisi dato che, per la credibilità della politica, sono più dannosi delle scorie radioattive a Chernobyl.
Sempre in quei giorni, Gianfranco Fini, pidiellino piuttosto atipico, dichiarava a “La Stampa”: Se uno è indagato o, a maggior ragione, condannato per reati particolarmente odiosi, come la corruzione, o che abbiano a che fare con l’associazione mafiosa, opportunità vorrebbe che nella composizione delle liste ci fosse più rigore e più scrupolo: in attesa di sentenza definitiva, si può anche saltare un giro”. Ogni riferimento a Mastella e alle tragicomiche vicende del suo partitello erano, ovviamente, del tutto casuali. Per tutta risposta, il Cavaliere ha portato in Parlamento Renato Farina, in arte “Betulla” (a tempo perso, opinionista di “Libero”), pagato ripetutamente dal SISMI, noto spione di colleghi e pm, condannato per favoreggiamento (sei mesi, grazie al patteggiamento, subito convertiti in una multa di 6.800 euro) nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’ex imam di Milano, Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio 2003. E anche Mastella, dopo essere stato fermo un giro come chiedeva Fini, è rientrato in corsa, ottenendo una candidatura con il PdL alle Europee del prossimo giugno, a dimostrazione che noi i migliori li esportiamo per tenere alto il nome dell’Italia nel mondo.
Tuttavia, prima di entrare nei dettagli della nascita del PdL, è necessario da parte mia confutare una tesi che è stata accreditata anche da autorevoli commentatori. Molti sostengono che ad assestare il colpo di grazia al governo Prodi sia stato Veltroni, reo di aver aperto al dialogo sulle riforme con Berlusconi anziché convocare gli ex alleati in fuga e, come detto, di aver annunciato (il 19 gennaio 2008, in un momento decisivo per il governo dell’Unione) che “alle prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, il PD andrà da solo”. Di sicuro, non furono due scelte all’altezza dell’esperienza e delle capacità politiche di Veltroni, ma le cose probabilmente non stanno come tanti le riferiscono.
Non conoscendo numerosi retroscena, il comportamento di Veltroni pare effettivamente di un impareggiabile masochismo; ma sapendo che nessun leader politico, neanche il più sciocco, farebbe mai cadere il governo di cui il suo partito è il principale sostenitore, pensiamo che i fatti siano andati diversamente.
Una verosimile ricostruzione degli eventi che portarono alla scelta di Veltroni potrebbe essere la seguente. Nonostante le urla e i proclami stizziti di Fini e dei cidiellini scontenti, Walter doveva aver capito già nell’autunno del 2007 che quella era tutta una pantomima per mettere Berlusconi con le spalle al muro e ottenere il più possibile in vista delle elezioni anticipate che diventavano ogni giorno più probabili. Pertanto, non perse tempo a chiacchierare inutilmente con i falsi avversari interni del Cavaliere (che infatti, alla prima occasione buona, sono tornati docilmente all’ovile) e vide di intavolare con lui un dialogo per cercare di smantellare la “porcata” elettorale di Calderoli e rendere la legge elettorale e i regolamenti parlamentari più consoni ad un Paese dell’Unione Europea. Sapeva bene che a Berlusconi non importa nulla degli altri, figurarsi poi dell’Italia, e che per aprire delle trattative doveva concedergli qualcosa che riguardasse le sue aziende e i suoi interessi (che, nel caso specifico, si chiamavano eliminazione della legge Gentiloni che tagliava il venti per cento di pubblicità a Mediaset), così il PD rinviò la Gentiloni e sperò che il Sire di Arcore si addolcisse un po’. Veltroni sapeva anche per certo che l’unico interesse di Berlusconi era quello di tornare a Palazzo Chigi ed era convinto che un governo sfilacciato come quello di centrosinistra non potesse durare ancora a lungo, quindi cercava solo di evitare che la situazione precipitasse in breve termine e di tornare alle urne con una legge degna di questo nome che evitasse la maggioranza bulgara di cui gode oggi Berlusconi. Poi ci furono le inchieste campane sulla famiglia Mastella e sull’UDEUR e a quel punto Walter capì che i magheggi partivano da lontano (come hanno confermato le intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e Saccà), che il governo era ormai caduto, sia pur virtualmente, e che fosse preferibile prendere la coraggiosa decisione di assestargli il colpo di grazie ed interromperne l’agonia piuttosto che protrarne le sofferenze per un altro mese al massimo. L’obiettivo segreto di Veltroni, e di gran parte del Partito Democratico, penso che fosse quello di durare fino alle elezioni statunitensi in cui era quasi sicura la vittoria di Obama poiché sapevano che, con Obama presidente oltreoceano, Berlusconi avrebbe perso un alleato fondamentale come Bush e sarebbe dovuto scendere a più miti consigli, anche per non compromettere fin da subito (come poi, invece, ha fatto lo stesso visto che è un illustre statista) i rapporti con la nuova amministrazione. Essendo sfumata anche quest’ultima speranza, con Mastella che si era accordato con Berlusconi per compiere il salto della barricata e aveva preso a pretesto le disavventure giudiziarie che, guarda caso, lo avevano colpito proprio in quel periodo, era giusto tagliare i ponti col passato e accelerare la semplificazione parlamentare che si è poi verificata. Il dramma è che a farne le spese è stata la democrazia, ma qui le responsabilità di Veltroni non c’entrano perché, a parte le richieste di dare un “voto utile”, non è stato certo Walter a dire agli elettori di non fare entrare in Parlamento comunisti e socialisti. Veltroni ha fatto la sua onesta campagna elettorale: una competizione intesa in maniera civile e corretta, senza grida, senza insulti, senza la violenza verbale che aveva caratterizzato la campagna del 2006. Il problema, in tutto questo, ha un solo nome: Silvio Berlusconi.
Il più grave errore di Veltroni è stato quello di illudersi che, con un avversario come Berlusconi, si potessero gestire i rapporti politici ed istituzionali che esistono tra i vari schieramenti in tutto il mondo. Non ce l’ha fatta, l’ex segretario, ad essere scorretto, a rinunciare ai propri ideali, alla propria finezza, alla propria cultura, ad abbandonarsi ai toni da osteria dell’avversario che strappava in pubblico il programma del PD. Quello di cui siamo grati a Walter è che, a dispetto delle critiche che ha ricevuto e della pesante sconfitta che ha subito, per merito suo abbiamo conservato i nostri valori e la nostra dignità, dimostrando quantomeno di essere diversi e migliori di chi ci governa.
C’è poi uno sbaglio imperdonabile che da anni commettono molti dei migliori opinionisti che votano a sinistra: il non accorgersi, o meglio il non volersi rassegnare all’evidenza che finché dall’altra parte ci sarà un personaggio che fa del populismo, dell’autoritarismo, dei sondaggi, delle battutine sconce le proprie armi elettorali e, invece di guidare il popolo verso obiettivi più nobili (che sarebbe il compito di ogni uomo politico, secondo la visione del compianto Pietro Nenni e di moltissimi filosofi), ne asseconda gli istinti più beceri, sarà impossibile farsi seguire dalla gente se prima non ci si rende peggiori di lui. È questa la vera tragedia: per battere Berlusconi ci vuole un altro Berlusconi più spietato dell’originale, ma noi per fortuna, pur avendo una miriade di difetti ed esponenti sui quali è opportuno sorvolare, un personaggio del genere non solo non lo candideremmo e non lo voteremmo mai ma non gli daremmo mai neanche la tessera del partito. Per liberarci di Berlusconi, noi possiamo solo portare avanti le nostre idee, fare un’opposizione dura, concreta e intransigente, combatterlo come possiamo, cercando di informare la gente, di farla ragionare e riflettere, di fornirle scuole decenti nonostante i tagli della Finanziaria e di impegnarci ogni giorno in questa battaglia per salvaguardare la democrazia. Al resto devono provvedere gli elettori, con la loro coscienza e il loro senso civico, se ancora ne hanno uno dopo quindici anni di berlusconismo.
Vedete come si collegano i vari argomenti? Abbiamo ricostruito tutte le vicende che hanno riportato Berlusconi al potere, compresi gli ultimi successi alle Regionali in Abruzzo e Sardegna e ora, con questo quadro davanti, possiamo addentrarci nella formazione del Popolo della Libertà.
Per quindici anni ci siamo bevuti la balla che Craxi non c’entrasse nulla con la nascita di Forza Italia e che la mirabolante idea fosse venuta proprio a Berlusconi per salvare il Paese dalla pericolosa deriva comunista e dittatoriale in cui sarebbe caduto se nel marzo del 1994 avesse vinto il PDS di Achille Occhetto. Il 21 febbraio 1994, ospite di Minoli a “Mixer”, il Cavaliere rispose così alla domanda del giornalista sui suoi rapporti con l’ex leader socialista: “E’ una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto CAF”. In realtà, stando a quanto riferiscono Elio Veltri e Marco Travaglio nel libro “L’odore dei soldi”, Ezio Cartotto, vecchio consulente di “Publitalia”, ha raccontato che nella riunione decisiva dell’aprile 1993, mentre lui era ad Arcore con Berlusconi, si aprì una porta ed entrò Craxi prodigo di indicazioni: unire i berlusconiani con i leghisti ma mai con i fascisti. Poi, come vediamo, l’allievo si è allontanato dalle idee del maestro e oggi nel PdL trovano asilo noti antifascisti come Tremaglia, la Mussolini e Ciarrapico, al punto che il 30 marzo “The Guardian” ci ha dedicato un articolo (“Italia, l’ombra del fascismo”) in cui scrive che “è scioccante pensare che tra i leader al G20 di Londra ci sarà un capo di governo che ha appena ricostruito la sua base politica su fondamenta preparate dai fascisti”.
Per rafforzare la propria distanza dall’uomo che, nel 1984, tornò apposta in Italia da un vertice ufficiale a Londra con il primo ministro inglese Margaret Thatcher per salvare le sue televisioni, il riconoscente Cavaliere non solo non lo è mai andato a trovare negli anni d’“esilio” ad Hammamet ma ricusò sdegnato i sospetti delle malelingue: “Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce. Posso assicurare che politicamente non abbiamo a che fare con Craxi e siamo stati molto attenti anche alla formazione delle liste elettorali”. La figlia di Craxi, Stefania, oggi deputata pidiellina, nell’agosto del 2004 dichiarò al “Corriere della Sera”: “A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta”. Ma poi, sapete come è, il tempo e un comodo seggio corredato da un lauto stipendio, alleviano ogni rancore fino a farlo scomparire del tutto. Senza dimenticare le riunioni ad Arcore, cui venivano convocati in pianta stabile non solo i manager della Fininvest ma anche i vari direttori dei giornali e dei telegiornali del gruppo (Fede, Mentana, Costanzo, Ferrara, Liguori, Montanelli che però non ci andava e ci mandava Federico Orlando) e, soprattutto, un retroscena un po’ più scottante degli altri che sempre Travaglio ha riassunto alla perfezione nell’ultima puntata di “Passaparola”: pare che Dell’Utri, viste le fonti d’informazione che aveva a Palermo, avesse capito in anticipo che la classe politica della Prima Repubblica non sarebbe uscita indenne dalle inchieste del pool di Mani Pulite e che bisognava correre ai ripari, dunque, senza nemmeno parlarne con Berlusconi, commissionò a Cartotto “di studiare un’iniziativa politica legata alla Fininvest”. Poi ci fu la famosa intervista in cui Borsellino “ha detto che a Palermo ci sono ancora indagini in corso sui rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri, Mangano e il riciclaggio del denaro sporco”; l’attentato di Via D’Amelio in cui fu fatto fuori il giudice; e la nascita di Forza Italia, di cui Berlusconi fu informato solo in seguito perché i primi a saperlo furono Dell’Utri e Cartotto. Il progetto, camuffato da iniziativa aziendale e chiamato “Progetto Botticelli”, proseguì nelle strutture di Publitalia all’ottavo piano di Palazzo Cellini (Milano 2) dove aveva gli uffici Dell’Utri. In pratica, a Berlusconi fu detto di fondare un partito e lui accettò, considerando anche ciò che diceva a Cartotto: “Sono esausto, mi avete fatto venire il mal di testa. Confalonieri e Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e mi distruggeranno, che faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte e diranno che sono un mafioso”. Diceva ancora il disperato Cavaliere, certo che Mani Pulite sarebbe arrivata pure a lui e che sarebbe potuto finire in galera addirittura per mafia: “Che cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. Inoltre, come è scritto nelle agende della segretaria di Dell’Utri, sempre nel 1993, il 2 e il 30 novembre, a Palazzo Cellini, ci furono due incontri tra Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano (uscito di prigione nel 1991 dopo aver scontato undici dei tredici anni che aveva subito al processo Spatola per mafia e al maxi-processo per droga; due processi istruiti insieme da Falcone e Borsellino) che, sostiene Travaglio, nel frattempo “era diventato il capo reggente della famiglia mafiosa di Portanuova e grazie al suo silenzio in quella lunga carcerazione aveva fatto carriera e partecipato alle decisioni del vertice della mafia di fare le stragi.”.
Questi sono alcuni dei retroscena della nascita del Popolo della Libertà, un partito nato grazie al duro lavoro di “probi viri” come Berlusconi, Craxi, Dell’Utri, Previti e Mangano che Fini inaugura citando Paolo Borsellino. Poiché non amo Fini né tanto meno le sue idee, ma credo che sia un uomo onesto e dotato di quel senso dello Stato che a Berlusconi manca completamente, lo invito a rivedere un po’ la compagnia di cui si circonda e a riflettere se sia davvero il caso esaltare il sacrificio di Borsellino di fronte a gente che ha conosciuto, ospitato in casa come “stalliere” e definito un “eroe” un mafioso che ha condiviso la decisione di assassinare Borsellino in quel modo così atroce.
Di tutto questo, ovviamente, non ne ha parlato nessuno perché chi ne parla non fa carriera ed è considerato un reietto, ma certi silenzi sono intollerabili forme di complicità che nessuno che abbia un briciolo di dignità e di amor proprio può accettare.
Retroscena a parte, abbiamo assistito con piacere all’esaltazione del merito compiuta dal Grande Capo di fronte ad una folla estasiata; e siamo felici che abbia ribadito la necessità di premiare gli studenti migliori, escludendo – presumiamo noi ingenuamente – chi si affida a beceri sotterfugi come andare a dare l’esame a Reggio Calabria e diventa ministro della Pubblica Istruzione dopo essere stata presentata al Padrone dal suo giardiniere.
A parte Fini, che sembrava un piddino imbucato e osava perfino rivendicare la laicità dello Stato e proclamare l’esigenza di adeguarsi al processo di integrazione multietnica che si sta già verificando e si verificherà ancora di più in Italia nel prossimo decennio, non si è udita una sola voce contraria, non un dissenso, neanche una minima recriminazione per un tramezzino meno buono tra quelli offerti nel buffet. Dal partito di plastica siamo passati al partito-specchio, che riflette a immagine e somiglianza le idee del suo leader e annovera nelle sue file e nei suoi quadri dirigenti tutta gente che non brillerebbe di luce propria neanche sotto i riflettori di uno studio di Cologno Monzese. Che goduria!

Roberto Bertoni

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