| Domenica, 01 Agosto 2010 - Ultimo aggiornamento: 21:00
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di Pina Picierno
Parole coraggiose, quelle dei vescovi delle terre di frontiera. Dalle colonne di Famiglia Cristiana giunge una riflessione vera, fuori dai non detti e dalle ipocrisie, sul ruolo della Chiesa nella lotta alle mafie. Parole che suscitano la speranza di avere una Chiesa protagonista del cambiamento necessario, che è prima di tutto degli animi, delle coscienze, nei luoghi in cui le mafie esercitano la violenza e il controllo del territorio.
Apprezzo davvero quanto sta emergendo nella riflessione in corso tra i vescovi del Mezzogiorno, e sono convinta che se Don Peppe Diana fosse ancora con noi, oggi si sentirebbe sollevato. Sarebbe felice, Don Peppe. Felice di sentire la sua Chiesa schierata in prima fila contro quei criminali che hanno violentato la sua terra, fino quasi a togliergli la voglia di futuro, nel silenzio assordante e qualche volta complice delle istituzioni, dei partiti, degli uomini e donne con responsabilità pubbliche.
Viviamo in un Paese in cui il rispetto delle regole non è richiesto né dovuto a chi governa, nemmeno per partecipare alle elezioni, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni.
Ed è per questo che mi piace che si denunci non solo la mancanza di coerenza della politica, il coraggio che manca nell’affrontare a viso aperto le mafie, soprattutto là dove maggiormente sono presenti, ma anche la miopia delle scelte di risparmio sull’educazione, sulla cultura, che contribuiscono a creare terreno fertile per la riproduzione delle cosche.
Apprezzo l’idea di una mobilitazione della Chiesa sul territorio, contro il pizzo, l’usura, la corruzione, per smascherare la leggenda della “mafia devota”: la Chiesa contribuisca con ogni mezzo a fare la sua parte, a fare di più, a pretendere dalla politica risposte adeguate. Lo faccia però prendendo la parola, utilizzando le feste di Paese, le omelie, le occasioni pubbliche per fare cultura, per colmare i silenzi e battere l’omertà. Piuttosto che con uno sciopero elettorale, lo faccia contribuendo a denunciare le mancanze di chi governa, senza sconti per nessuno, con coerenza, fino in fondo.
Ci sia un appello alla partecipazione attiva della cittadinanza, anziché all’astensione, un richiamo ad appropriarci nuovamente della vita pubblica, soprattutto nelle aree di degrado e solitudine.
La Chiesa si faccia promotrice dell’azione, piuttosto che dell’astensione, aiutando le persone a sentirsi meno sole, costringendo la politica a sentirsi sotto il giudizio critico dei cittadini.
Perché, in questa battaglia, le parole contano più del silenzio.
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