| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
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di Valentino Parlato*
La forte vittoria di Nichi Vendola nelle primarie di domenica scorsa in una regione significativa come la Puglia è molto più di un evento della cronaca politica. E non segna soltanto la crisi, forse inattesa ma certamente profonda, della segreteria Bersani. È il segno forte della crisi della politica politicante e di quel che restava dei partiti della prima e della seconda repubblica. I partiti di una volta non ci sono più e i loro vertici soffrono di un forte isolamento con scarsi rapporti con quella che una volta si chiamava la base.
Si tratta soprattutto di aggregazioni populiste-privatistiche e, nel caso del Pdl, di una grande aggregazione populistica-privatistica (lo ripeto) con un leader padre-padrone, che trae la sua forza dalla personale proprietà privata di cui dispone. È un monopolista dell’informazione, che è insieme il maggior business e il maggior strumento di manipolazione che oggi esista. Berlusconi, nonostante la sua incontestabile abilità, senza le proprietà sarebbe un signor nessuno.
La vittoria di Vendola e la sconfitta di D’Alema – che trascina nel baratro Bersani – segnano l’esaurirsi di una politica sedicente di sinistra (ma sottovoce) e la crisi irrecuperabile. L’interrogativo è se tutto questo può segnare una ripresa, se toccato, o quasi, il fondo, si può risalire.
Certo è stato un movimento di popolo: 200 mila votanti in sette giorni di campagna per le primarie non sono poca cosa. Ma ancora più interessante e fortemente positiva è la partecipazione di giovani, il cui allontanamento dalla politica costituisce uno dei segni più gravi della nostra democrazia. Il pericolo di questo allontanamento è un segno brutto e pesante. Ad Acquasparta, dove c’è stato un seminario, assai utile, di Articolo 21, su questo punto ha insistito anche Monsignor Paglia, parlando di un’Italia che sta perdendo l’anima. Dalla Puglia che – non dimentichiamo – è la patria di Di Vittorio (ma qualcuno lo sa? e sa chi è stato Di Vittorio?) è venuto indubbiamente un segnale positivo di possibilità di una rinascita della sinistra e dei suoi ideali di libertà, eguaglianza e fraternità.
Questo segnale dobbiamo raccoglierlo e lavorarci. Noi del manifesto, ma anche tutto quel che – nonostante tutto – in Italia rifiuta lo stato presente delle cose. C’è «il popolo viola», ma anche una molteplicità di aggregazioni impegnate e - perché no? - gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, gli storici.
Certo, davanti a noi c’è un lavoro di Sisifo. Bisogna avere impegno e pazienza. ma non c’è mai la fine della storia. Bisogna sempre tentare di ricominciare. E non è mai inutile.
* Il Manifesto - 26 gennaio 2010
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