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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Oltre ogni limite
Oltre ogni limite

Ormai non è più solo Berlusconi ad aver perso il senso della misura e del buon gusto, ma anche la maggior parte degli illustri “statisti” che il Sire di Arcore ha chiamato con sé nel Gran Consilvio (pardon, nel Consiglio dei Ministri). L’ultimo in ordine cronologico ad aver rilasciato dichiarazioni da puro Regime è stato Renato Brunetta, l’arcifannullone che perseguita i lavoratori dipendenti, il quale, riferendosi agli studenti che osano contestare democraticamente le scelte del suo capo e del duo Gelmini-Tremonti riguardo all’università, li ha definiti dei “guerriglieri” che “verranno trattati come tali”. Conoscendo Brunetta, la cui statura intellettuale gareggia a fatica con quella fisica, verrebbe quasi da sorridere e passare oltre, ma vi ricordate cosa disse Berlusconi quando cominciò il fenomeno dell’Onda studentesca? Benito Mussosconi dichiarò pubblicamente che avrebbe chiesto al ministro Maroni di mandare la polizia, forse memore della brillante operazione compiuta nel 2001 al G8 di Genova, quando dei pacifici manifestanti che dormivano in una scuola furono aggrediti con disumana ferocia dalle forze dell’ordine. Per fortuna Maroni, che ha tanti difetti ma il cuore verde padano e non nero, a differenza di Scajola si rifiutò di assecondare lo scempio; e gli studenti, a parte qualche assalto di stampo squadrista, hanno potuto continuare a sfilare per strade e piazze come accade in tutte le democrazie. Adesso però Berlusconi deve essersi accorto che per realizzare il proprio sogno di dominio assoluto sulla Nazione non può permettersi neanche una flebile voce di dissenso, figuriamoci migliaia di giovani che lo contestano ogni giorno in tutta Italia e gli gridano slogan come: “Noi la crisi non la paghiamo”. Così, come è suo costume abituale, ha ordinato a un suo scudiero di dire ciò che vorrebbe tanto dire lui ma non può, per continuare a sembrare un difensore della democrazia mentre in realtà le è completamente ostile.
Cosa accadrà, dunque, d’ora in poi agli studenti che si permetteranno di manifestare contro il governo o scriveranno sui propri blog un resoconto delle manifestazioni cui partecipano? Cosa dobbiamo temere noi che ancora abbiamo il coraggio di ricordare a Berlusconi che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e non permetteremo a nessuno di cambiare i princìpi fondamentali della Costituzione?
Come ha scritto Sebastiano Messina su “la Repubblica” di venerdì 20 marzo: “Dal linguaggio sempre più schietto e sempre più ruvido del ministro Renato Brunetta affiora giorno dopo giorno un’insofferenza razionale, un’intolleranza lucida. C’è del metodo, in questa allergia”. Il metodo è: i buoni da una parte e i cattivi dall’altra; chi sono gli uni e gli altri lo stabilisco io (cioè il mio capo) in base a come votano e a come la pensano. La scorsa settimana, essendo rappresentante della Consulta provinciale nel mio liceo, mi sono recato a Roma e ho sentito il consigliere pidiellino Iadicicco parlare a lungo di merito e meritocrazia, al che ad un certo punto gli ho posto una domanda: “Cosa intende per merito, visto che in Italia i meritevoli sono quasi sempre quelli che la pensano come noi e coloro che demeritano sono quasi sempre gli altri?”. Iadicicco, ovviamente, ha glissato con una risposta evasiva ma credo di aver toccato il tasto giusto, soprattutto se si considera che questo governo ha fatto della meritocrazia una bandiera, pur esprimendo ministri come la Carfagna.
Quel che mi fa rabbia è che, talvolta, anche autorevoli esponenti del centrosinistra si accodano alla “battaglia per la meritocrazia”, invece di respingere al mittente le prediche di un Premier che senza Craxi non starebbe dov’è o di un ministro che è andato a fare l’esame per l’abilitazione alla professione di avvocato a Reggio Calabria. Che i meritevoli vadano premiati non c’è dubbio, che chi vale sia una risorsa è altrettanto certo ma perché noi che ci opponiamo a questo Gran Consilvio e a questo Parlamento esautorato delle proprie funzioni non iniziamo a riflettere su chi siano i meritevoli? Meritevoli sono, ad esempio, gli ottantasettemila lavoratori della scuola che il duo Gelmini-Tremonti spedirà a casa con la Finanziaria; meritevoli sono moltissimi dei dipendenti pubblici che lo statista veneziano insulta ogni giorno; meritevoli sono i ricercatori costretti ad emigrare per fare valere le proprie capacità; meritevoli sono i precari che nessuno regolarizza perché in questo modo sono più ricattabili; meritevoli sono la maggior parte degli immigrati che vengono discriminati solo perché stranieri; meritevoli sono tanti giornalisti della Rai che da mesi attendono di lavorare in un’azienda con dei vertici seri e ben definiti. Come possiamo far capire alla gente che noi siamo migliori del governo che la rappresenta se non ci schieriamo apertamente al loro fianco su temi cruciali come questi? Va detto che sia Veltroni che Franceschini, nelle ultime settimane, hanno avanzato proposte molto valide per venire in soccorso alle fasce sociali più deboli e bistrattate dal centrodestra, ma credo che ci voglia un ulteriore sforzo, una risposta ancora più ferma ad affermazioni come quelle di Berlusconi e di Brunetta perché gli studenti devono avere la certezza che noi non permetteremo a nessuno di picchiarli o di soffocare la loro sacrosanta avversione contro norme che mettono a repentaglio il futuro della nostra generazione e del nostro Paese.
Quando sono sceso in piazza, lo scorso 30 ottobre, insieme a centinaia di migliaia di persone, per dire no ai tagli indiscriminati che trasformeranno la scuola pubblica in un colabrodo nemico di ogni concetto meritocratico, ricordo che da parte di tutti c’era una grande volontà di rimanere uniti, di batterci insieme, di essere supportati dalle forze politiche che da sempre sono ostili al berlusconismo e di non rassegnarsi a minacce e intimidazioni che già allora erano piuttosto pericolose. I più scettici nei confronti della classe politica ritenevano che i partiti e i sindacati non dovessero prendere posizione accanto ai manifestanti per evitare che le proteste fossero strumentalizzate dal governo e dai mezzi d’informazione controllati da Berlusconi. Anch’io, inizialmente, la pensavo così ed espressi un certo fastidio quando vidi sventolare le bandiere rosse di certe formazioni, dicendo tra me e me: “Ecco qua, ora ci diranno che siamo tutti una massa di vili komunisti, legati a ideologie retrograde e sconfitte dalla storia”. Mi sembrava del tutto sbagliato far passare l’idea che i manifestanti fossero solo di sinistra, dato che in piazza c’erano pure ragazzi e ragazze di destra e che in quei giorni i giornali del Padrone esortavano i giovani di destra a organizzare delle contro-manifestazioni in sostegno della Gelmini e a schierarsi contro gli insegnanti-baroni che mandavano avanti gli studenti per difendere i propri privilegi. La visione non è sbagliata; è incompleta, ma all’epoca non potevamo saperlo. Travolti dall’entusiasmo per l’elezione di Obama e dal vento di cambiamento che spirava dall’America, in quei giorni, pensavamo che la vera forza di Obama in campagna elettorale fosse stata proprio il presentarsi non come un uomo di partito, ma come un leader che avrebbe riunito il Paese e riavvicinato fazioni da anni assai distanti. Solo quando mi sono avvicinato alla politica e ho cominciato a scrutarla da vicino, mi sono reso conto che l’analisi è perfetta ma manca di un particolare essenziale: Obama non ha mai nascosto di essere un Democratico, di essere di sinistra, di essere contrario alla politica di Bush, di non sopportare quel “maiale col rossetto” della Palin e di credere nel fatto che solo il ritorno al potere di certe idee potesse guidare l’America fuori dalla palude in cui l’aveva cacciata l’amministrazione del “war president”. Quindi, sul fatto che si debbano accogliere tutti, iniziando proprio da chi ha votato a destra ma si è pentito della scelta, nulla da obiettare; ma è altrettanto vero che non dobbiamo vergognarci né nascondere di essere di sinistra, bensì smetterla di dialogare con chi non è disposto ad alcun confronto e andare a parlare con gli elettori delusi, con chi sperava che Berlusconi gli desse un governo più affidabile e si ritrova oggi senza lavoro e con un Premier che sparge a piene mani un falso e irresponsabile ottimismo.
L’altro giorno è venuta da me una bidella che mi ha confessato di aver sempre votato a destra ma che la prossima volta voterà a sinistra perché si sente tradita da questa destra che rappresenta solo gli interessi dei ricchi e di chi con Berlusconi è tornato a evadere le tasse come prima e più di prima. Oltre all’ovvia soddisfazione, in quel momento ho provato un forte senso di speranza, immaginandomi come sarà l’Italia quando sarà nuovamente chiamata a scegliere da chi farsi guidare. Mi sono tornati in mente, come in un rapido film, tutti i disillusi che accusavano il governo Prodi di non aver fatto nulla, di non essere stato abbastanza di sinistra o abbastanza di centro, di aver alzato le tasse, di non aver redistribuito il tesoretto: insomma, di non essere stato all’altezza del compito cui era stato chiamato. Pur ammettendo che tra i governi di centrosinistra l’ultimo governo Prodi non è stato un granché e pur essendo stato il primo a contestare le idee e le iniziative di alcuni ministri, mi piacerebbe incontrarli oggi quei disillusi per sapere come vivono e cosa ne pensano delle loro attuali condizioni.
Questa considerazione ci fornisce lo spunto per rispondere a quanti promettono il proprio voto al centrosinistra ma esigono da esso un radicale cambiamento sia sul piano programmatico sia sul piano degli esponenti ai quali vengono affidati ruoli o attribuite cariche di notevole prestigio. Per cambiare l’Italia, renderla un paese più solidale e accogliente, aiutare le industrie e i lavoratori colpiti dalla crisi non possiamo limitarci ad essere migliori di un governo cui Moni Ovadia ha dato la pagella di “laboratorio del peggio”. Non possiamo essere vittime di una sorta di complesso di superiorità che ci nuoce da sempre, ma dobbiamo impegnarci al massimo, scendere in piazza insieme a studenti, insegnanti e ricercatori, appoggiare le battaglie di Antonio Di Pietro e Marco Travaglio per il ripristino della legalità e l’abolizione di porcate come il Lodo Alfano, lottare con tutte le forze per impedire che il Parlamento venga vilipeso e umiliato come fa ogni volta Berlusconi (per di più mai presente in aula), condannare senza appello una politica estera che ci sta costringendo all’isolamento internazionale, esortare i cittadini a recarsi compatti alle urne, in qualunque giorno si voti, per abrogare il “Porcellum” liberticida varato da Calderoli e poi denigrato dallo stesso odonto-politico bergamasco.
Dai continui veti posti su straordinari professionisti che farebbero solo il bene della Rai a intollerabili vergogne come la proposta di far votare in Parlamento solo i capogruppo o di obbligare i medici a denunciare i clandestini (queste ultime due sono state considerate inammissibili perfino dal Presidente della Camera e da buona parte del PDL), Berlusconi ormai ha gettato la maschera e ogni giorno sembra voler gratificare quella parte dell’elettorato che, dal giorno di Piazzale Loreto, attende ancora un nuovo duce dal quale farsi guidare.
Purtroppo, oltre a quello degli elettori nostalgici, Berlusconi scalda anche i cuori di personaggi che in Parlamento, per rispetto nei confronti della Costituzione e soprattutto del Codice Penale, non ci sarebbero mai dovuti entrare. Uno di questi è il sempre fascista Giuseppe Ciarrapico, un senatore con una fedina penale più nera della sua fede politica. Sentite cosa dice il “Ciarra” a proposito di Berlusconi e del 25 aprile: “Berlusconi è entrato nel cuore dei fascisti da tempo. Non è mai andato a festeggiare il 25 aprile, sul fascismo non ha mai detto una parola contro”. E ancora: “E’ finita l’era dei partiti. Basta partiti, dico nei comizi: applausi sempre. Berlusconi non ha un partito. È lui, e basta. Quindi vince”. In tutta franchezza, mi domando come possa un liberale di destra, un montanelliano, uno che si riconosce nelle idee di Prezzolini o nei valori della destra europea appoggiare gente come Berlusconi e Ciarrapico.
Per chi come me, e come moltissimi lettori di questa rubrica, ha in famiglia dei parenti che hanno pagato anche con la vita il prezzo del loro coraggio e della loro partecipazione attiva alla Resistenza, è un insulto dover leggere parole così cariche di disprezzo, così nemiche degli ideali per i quali sono morte migliaia di persone, così inconciliabili con la levatura morale dei Padri della Patria che redassero la Costituzione e favorirono la rinascita e la ricostruzione del Paese dopo uno dei ventenni più bui della storia dell’umanità.
Un Premier che non onora la Resistenza, che ha trasformato il fascismo in un valore e l’antifascismo in un disvalore, che mina le basi della democrazia e insulta costantemente la memoria di chi ha combattuto per conquistarla, che ha un’idea dei diritti umani da far impallidire quella di Goebbels è quanto di peggio potesse capitare al nostro Paese poiché ci riporta indietro di oltre mezzo secolo, ad un periodo storico che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.
Tra i tanti articoli che conservo e rileggo di Enzo Biagi ce n’è uno, che scrisse quando era partigiano e realizzava il giornale “Patrioti” della Prima Brigata Giustizia e Libertà, che è ancora oggi piuttosto attuale. S’intitola “Perché l’Italia viva”, uscì come editoriale il 22 dicembre 1944 e nel tratto più significativo recita: “Giosué Borsi, poeta e combattente, lottò e cadde per un’Italia più grande, ma soprattutto “per un’Italia più buona”. Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di umana solidarietà leghi tutti gli italiani tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino. Non avrai ricompense, non le cerchi. Sarai pago di vedere la patria, afflitta da tante sciagure, risollevarsi. Uno solo è il tuo intento: perché l’Italia viva”.

Roberto Bertoni

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