Site Map | Feed RSS | Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La societĂ  dello sconforto
La societĂ  dello sconforto

"Io sono laureata (110 e lode), ho 3 abilitazioni all’insegnamento, sono una biologa abilitata, e per tutta la vita ho dovuto fare la cameriera, le pulizie, ripetizioni private… Io sono stufa, stufa!!! È vero che nei momenti di crisi ci si accontenta, ma è anche vero che dopo tanti sacrifici fatti per raggiungere dei risultati voglio quello che mi spetta! Sono disoccupata e senza speranze di venire chiamata ad insegnare, visti i tagli. Le mani me le sporco eccome, ma spesso mi viene da piangere se penso al futuro che mi viene negato. Chissà se avrò mai una casa mia, dei figli. Volete sapere su cosa taglio, per risparmiare? Taglio sui sogni". Non sappiamo chi sia e quanti anni abbia Marti, l’autrice di questa lettera a "l’Unità", ma non abbiamo difficoltà a comprendere il suo dramma e la sua disperazione per una vita da cui si sente disillusa e tradita. L’aspetto peggiore dell’Italia di oggi è che di casi simili a quello di Marti ce ne sono tanti, un numero sconosciuto ma di sicuro inaccettabile per un paese civile, per di più membro del G8 e del G20. Dire che la colpa di quanto sta accadendo sia solo del governo Berlusconi sarebbe sbagliato perché la crisi economica investe effettivamente tutto il mondo, a cominciare dall’America che ha voltato pagina con l’elezione di Barack Obama. Senza dubbio, però, la presenza di questo governo aggrava la nostra crisi e ci fa sentire meno tutelati rispetto ad altre nazioni in cui i governanti sono intervenuti con piani di salvataggio seri e tempestivi anziché spargere un falso ottimismo e prendersela con quei giornalisti e quelle trasmissioni che non si allineano e mostrano ai cittadini la situazione reale fornendo dati veri. Tuttavia, pur avendo apprezzato molto le proposte di Franceschini e del Partito Democratico su temi come la disoccupazione, i salari e la necessità di far pagare un po’ di più ai ricchi per assistere i poveri messi in ginocchio dal crollo dell’economia, per una volta preferiamo non partecipare alle baruffe politiche di questi giorni e ci asteniamo da commenti sulle risposte fornite dagli esponenti della maggioranza a Franceschini poiché certe frasi e certi comportamenti si commentano da soli.

In questo momento, la nostra attenzione si concentra soprattutto sui problemi della gente comune, su chi non arriva alla fine del mese, sulla tragedia dei precari che vedono compromesso il loro futuro e sentono di non avere alternative, sugli insegnanti che perderanno il posto di lavoro a causa dei tagli inflitti alla scuola dal duo Tremonti-Gelmini; insomma, su tutti coloro che, nonostante le divisioni interne e i pessimi segnali forniti negli ultimi mesi agli elettori, si fidano ancora del centrosinistra per mancanza di alternative e per un’antica tradizione cui non vogliono venire meno.

Come sempre, a seconda delle tendenze e dell’editore cui fa capo, la stampa ha fornito interpretazioni e analisi molto differenti del periodo che stiamo vivendo. Tra i commenti, ci ha colpito il fondo di Giuseppe De Rita, apparso sul "Corriere della Sera" di giovedì 12 marzo. S’intitolava "Se il Paese non sbanda" ed era incentrato sulla presunta tenuta degli italiani di fronte al fallimento di imprese e aziende, alla crescita esponenziale del tasso di disoccupazione e perfino all’aumento dei furti nei negozi da parte di persone costrette a rubare per riuscire a mantenere il tenore di vita al quale erano abituate. Scrive De Rita, dopo aver delineato il quadro economico internazionale: "Siamo quindi bombardati da angosciose notizie e prospettive, e viviamo diffuse paure per il futuro. Eppure le preoccupazioni collettive non hanno quell’intensità drammatica che la tempesta mediatica ci impone quotidianamente". Nelle righe successive, De Rita spiega correttamente le ingiustizie e le sperequazioni che stanno avvenendo in ogni settore della società e delinea con chiarezza il circolo vizioso in cui siamo incappati: "Le famiglie non spendono, i commercianti non rinnovano i flussi di offerta, le banche non erogano, eccetera". A lasciare abbastanza perplessi è la conclusione cui giunge l’editorialista: "Il policentrismo italiano, con la conseguente <<architettura distribuita del sistema>>, decomprime la crisi e la ridistribuisce su vari punti di tenuta, magari flebili ma capaci di non tracollare". È vero che poche frasi estratte da un articolo lungo e ben argomentato possono trarre in inganno, ma è anche vero che, conoscendo il valore e il prestigio di De Rita, ci sorprende che giunga ad una simile conclusione, come se il Paese non fosse già allo sbando totale, con un’economia in recessione, una popolazione sconfortata e incapace di reagire, un clima di costante scontro politico che impedisce ai due schieramenti di convergere su alcuni punti fondamentali e di trovare un’intesa in grado di arginare gli effetti della crisi e un governo di cui tralasciamo i toni e le iniziative solo perché ce lo siamo imposti all’inizio dell’articolo.

Molto più convincente, a nostro giudizio, è stato il "viaggio" de "l’Unità" nel Paese reale: un racconto affidato alle testimonianze dei lettori che in alcuni casi, presumiamo per vergogna, hanno preferito usare degli pseudonimi per far conoscere agli altri le loro storie, le loro sofferenze, la loro vita in cui la lotta quotidiana non è quella per la sopravvivenza ma quella ancora più umiliante per la salvaguardia della propria dignità. Oltre al caso di Marti, sono parecchie le persone che hanno descritto le strategie e gli accorgimenti, a volte singolari, messi a punto per far fronte alla crisi e non esserne travolti: la voce di G.P. ha rinunciato a un figlio; Marco non va dal dentista perché non se lo può permettere e preferisce addirittura sacrificare la salute; Luigi Restani si taglia i capelli da solo; Leo 72 visita solo le mostre gratuite; Remigio beve soltanto l’acqua del rubinetto; Francesca viaggia low cost; Marco ripara da solo gli oggetti che si rompono in casa (condizionatore, frigorifero ecc.) e mangia i prodotti che lui stesso raccoglie in campagna; Biagio prende sempre meno la macchina e ha riscoperto il piacere di andare a piedi e così via, in un crescendo di rabbia e preoccupazione. Anche il titolo scelto dal giornale lo scorso 12 marzo è significativo: "Esercizi di equilibrio", con sotto la foto di un uomo che cammina su un filo sospeso nell’aria. Questa è l’Italia di oggi, un paese in cui il bengodi è finito da un pezzo e ora siamo tutti obbligati a compiere scelte drastiche e spesso dolorose.

In questa rubrica, abbiamo affrontato in più occasioni il tema del precariato ma sempre limitandoci ad un vivo sostegno nei confronti di insegnanti, ricercatori e delle altre categorie colpite dalle sforbiciate di Tremonti e dai soprusi di Brunetta e della Gelmini e alla narrazione di episodi di vita quotidiana dai quali si possono trarre utili spunti di riflessione. Adesso è venuto il momento di smetterla di denunciare ciò che non va e di condannare l’operato del governo; proprio perché la fase è critica, spetta a noi seguire la via indicata da Franceschini e avanzare proposte che probabilmente saranno ignorate o bocciate dall’esecutivo ma di certo daranno la certezza a chi sta pagando sulla propria pelle la riduzione del potere d’acquisto e il ridimensionamento degli organici che esiste ancora una sinistra riformista, moderna e progressista che ha a cuore le loro sorti e il futuro dell’Italia.

La scorsa settimana abbiamo proposto una pensione base del settantacinque per cento con aumento del tre per cento per ogni anno in più che si rimane al lavoro a partire dai sessant’anni per le donne e dai sessantatre per gli uomini e con una soglia massima dell’età pensionabile rispettivamente di sessantacinque e sessantotto anni. Stavolta, per quanto possa sembrare retorica berlusconiana, diciamo che la prima cosa che la sinistra deve fare è abbattere lo sconforto e la paura della gente perché, quando non si hanno certezze, la paura ci mette pochissimo a trasformarsi in panico e il panico si sa che induce a compiere errori imperdonabili. Non servono gesti eclatanti, bastano atti simbolici come quello di Obama nei confronti di Ty’ Sheoma Bethea, una ragazzina di Dillon (South Carolina) che gli aveva inviato una lettera per chiedergli di stanziare fondi per la sua scuola che cade a pezzi e che il presidente ha voluto accanto alla moglie Michelle nel giorno in cui ha giurato davanti al Congresso. La tredicenne è divenuta il simbolo di un’amministrazione estremamente attenta alla cultura e all’istruzione, di un governo che intende affrontare la crisi a viso aperto, senza indugi e con la certezza di potercela fare soltanto se tutti i cittadini remeranno nella stessa direzione. "Siamo studenti che cercano di diventare avvocati, medici, deputati come voi e un giorno, chissà, presidenti, per cambiare non solo il South Carolina, ma il mondo intero. Noi non siano gente che si arrende" ha scandito Obama, citando la lettera della ragazza e incarnando il desiderio di risollevarsi che accomuna un’intera Nazione, indipendentemente dal fatto che abbia votato democratico o repubblicano lo scorso 4 novembre.

Sempre in America è partito un pullman con a bordo solo disoccupati che sta attraversando il paese e ha come meta la Casa Bianca per incontrare il Presidente e spingerlo ad attuare il prima possibile il suo maxi-investimento di risorse per far ripartire l’economia e rimettere in moto un sistema sociale di cui l’amministrazione Bush non si è mai interessata.

"Vai papà, dobbiamo farcela" gridano i bambini mentre i genitori salgono sul pullman per andare a raccogliere altre storie, altre testimonianze da portare a Obama per fargli comprendere ancora meglio in che condizioni sia costretto a vivere chi non ha i mezzi per far fronte ad una crisi forse più grave di quella del 1929.

Un altro segnale di cosa significhi l’effetto Obama per gli Stati Uniti proviene dai bambini che hanno inviato centinaia di lettere al Presidente per chiedergli di tutto: dalla pace nel mondo a gelati per tutti, ad altre richieste semplici e ingenue ma simboliche della nuova atmosfera di fiducia e speranza che si respira oltreoceano.

Una delle missive più belle gliela ha inviata Stephanie Gonzalez (una bimba di sette anni di Los Angeles) che ha scritto: "Caro Presidente Obama, lo so che tu vuoi salvare il pianeta, ma le persone non vogliono pulire. Non ti preoccupare, ti aiuto io a pulire tutto il mondo! È il mio sogno, pulire il mondo insieme a te. Farei qualsiasi cosa per te, perché tu sei il Presidente in questo mondo". Qualcuno, leggendo queste parole, potrebbe pensare che si tratti di pura demagogia, di dettagli irrilevanti ma non è così. Prima di agire concretamente, Obama ha distrutto lo sconforto della sua gente, l’ha motivata, l’ha fatta sentire parte di un grande progetto di rinascita e protagonista della costruzione di un Paese migliore, in cui tutti abbiano a disposizione una sanità efficiente e gratuita, ottime scuole, possibilità di lavoro e di realizzarsi in base alle proprie capacità, in cui un nero dell’Alabama nipote degli schiavi di un tempo abbia gli stessi diritti di chi è nato a New York o a Boston.

Sconforto e paura sono ingredienti fondamentali di ogni dittatura poiché inducono le persone a diventare egoiste, a disprezzare gli altri, a chiedere l’intervento dell’uomo forte, ad appaltare la coscienza e ad invocare che qualcuno pensi per loro dato che non si ritengono più in grado neanche di pensare. Per questo, sono due mostri da eliminare, e per eliminarli basta tornare nelle strade e nelle piazze, nei mercati, là dove vive e lavora il Paese reale che chiede solo di essere ascoltato e preso per mano in un momento di enormi difficoltà. Quando i soliti qualunquisti sostengono che la gente sia stanca della politica, commettono un madornale errore di valutazione perché la gente non è stanca della politica in sé (al contrario, la vuole sentire vicina e partecipe delle proprie esigenze) ma di un certo modo di fare politica, cioè di non farla recandosi poi nel salotto amico ad illustrare i propri "miracoli" con l’aiuto del solito giornalista compiacente.

Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad una discussione stucchevole quanto insensata: chi sia l’Obama italiano, il più Obama del reame. Sono stati avanzati molti nomi, alcuni del tutto improponibili per storia politica ed idee, ma pochi, anche tra i commentatori, hanno avuto il coraggio di stroncare questo discorso futile e di indurre i lettori a riflettere sul fatto che nessun leader, per essere capace, deve assomigliare ad un altro. Si può avere come esempio Kennedy, Clinton, Mitterand, Obama, ma il primo pregio di un buon leader è l’orgoglio di essere se stesso unito alla capacità di ascoltare chiunque e di unire il popolo intorno a valori e ideali comuni.

Noi, per storia, cultura e tradizioni, non abbiamo bisogno di un Obama; Franceschini, la Bindi, Bersani, la Finocchiaro, lo stesso Veltroni vanno benissimo purché si ricordino di ciò che disse Nenni quando gli chiesero chi è un socialista: "E’ uno che cerca di portare avanti quelli che sono nati indietro". Vale anche per i socialdemocratici, per i cattolici, per i laici, per i democristiani e un tempo valeva anche per la destra liberale che creò la scuola libera, laica e aperta a tutti senza distinzioni di razza o di censo.

Un buon modo per abbattere lo sconforto sarebbe, ad esempio, ripartire dalla scuola, dai banchi su cui tutti siamo cresciuti e maturati, su cui abbiamo gioito per un bel voto e ci siamo rammaricati per un votaccio capendo al tempo stesso che nella vita la sconfitta è spesso assai più importante della vittoria. Dalle sconfitte peggiori, infatti, se si ha l’umiltà di ragionare sugli sbagli commessi e di accettare l’insuccesso, possono nascere straordinarie vittorie che da affermazioni di un singolo si trasformano nel successo di un’intera comunità.

Recita un proverbio del Kenya: "Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi camminare lontano, cammina insieme". Solo insieme possiamo farcela, solo quando Marti potrà insegnare e trasmettere ai suoi alunni le proprie conoscenze potremo dire di essere un Paese migliore, solo quando la smetteremo di applaudire norme esageratamente punitive e inutili saremo una Nazione più civile, di cui andare fieri.

La società dello sconforto nasce prima di tutto a scuola, dove ottimi insegnanti (la stragrande maggioranza) vengono appesantiti dalla zavorra di pessimi programmi ministeriali, dove alunni saggi e volenterosi (anche qui, la stragrande maggioranza) vengono tacciati di essere un manipolo di bulli da personaggi che tutti insieme, per dirla con Guareschi, non riescono a recitare mezzo alfabeto, dove capacità e meriti (che ci sono eccome, senza bisogno di essere valutati da fantomatiche pagelle assegnate da non si sa chi né come né perché) non possono essere espressi a causa di strutture per lo più fatiscenti e non a norma. A questa società, noi che crediamo in un’Italia migliore dobbiamo dire basta e impegnarci fin da ora a progettare una scuola in cui tutti gli studenti abbiano a disposizione dei giornali, dei computer, dei laboratori scientifici, dei concorsi nazionali per mettere alla prova se stessi e le proprie abilità e vederle riconosciute e premiate.

C’è un solo modo per bloccare il degrado morale cui stiamo andando incontro e non è la demonizzazione di "Chi" o del "Grande Fratello", ma il far tornare ai ragazzi la passione per ciò che studiano e leggono.

Questa società incapace di reagire reagirà quando avremo giovani che si ribelleranno all’imposizione della cultura e alla vergogna del pensiero unico.

Pensate voi quanto potrebbe essere migliore il nostro Paese se tra alunni e docenti, anziché il rapporto militaresco imposto dalla pedagoga che siede al ministero della Pubblica Istruzione, avvenisse un dialogo simile:

-Professoressa: "Francesco, leggi questo passo".

-Francesco: "Avresti creduto che senato e popolo non fossero più gli stessi di prima; tutti si precipitavano nel campo, sorpassavano i più vicini, gareggiavano con quelli che li precedevano, maledicevano Galba, esaltavano la scelta dei soldati, baciavano la mano di Otone: e quanto più quelle manifestazioni erano false, tanto più si moltiplicavano.".

-Professoressa: "Che ne pensi?".

-Francesco: "Professoressa, ma è attualissimo!".

-Professoressa: "Già, ma non lo ha scritto Furio Colombo sull’Unità bensì Tacito nelle Historiae, circa duemila anni fa".

 

Roberto Bertoni

 

Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
Dalla rete di Articolo 21