| Martedì, 16 Marzo 2010 - Ultimo aggiornamento: 00:11
Radio Zamaneh, che ha base ad Amsterdam ed è coordinata dalla Ong olandese Press Now, è un emittente radiofonica indipendente che parla la lingua ‘farsi’ dell’antica tradizione persiana, in cui la parola Zamaneh significa ‘tempo’.
Lanciata in rete da ormai due anni si ama proclamarsi la radio dei blogger, dal momento che molti giornali sono oggetto di continue vessazioni e costretti a chiudere. La gran parte dei collaboratori di Radio Zamaneh sono stati dei blogger, e lo sono tutt’ora. L’emittente può godere del supporto finanziario di diversi soggetti sia privati che pubblici, incluso il governo olandese.
L’idea rivoluzionaria di Radio Zamaneh è che tutti gli ascoltatori possono avere la possibilità di inviare i loro lavori radiofonici registrati e comunicare con le proprie parole e la propria voce la notizia. In questo senso è stata la prima radio in Iran che ha promosso iniziative di Citizen Journalism.
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Si è aperto a Vienna il 51esimo summit internazionale dell’Onu sulla droga. L’attenzione dei 53 stati membri della Commissione stupefacenti delle Nazioni Unite è stata subito richiamata dalla provocazione del vulcanico Evo Morales che masticando una foglia di coca si è rivolto all’assemblea dicendo: “Se questa è considerata droga allora dovreste mettermi in galera”. Con questo gesto di protesta il presidente boliviano ha chiesto ai delegati di cancellare dalla lista delle sostanze proibite la foglia di coca – di per sé non nociva per la salute e da millenni simbolo della cultura andina -per inserirvi la pasta di coca, il prodotto derivante dal trattamento chimico della foglia.
La Conferenza Internazionale di Vienna si pone l’obiettivo di far luce sulle politiche adottate dall’Onu negli ultimi dieci anni per la lotta alla droga. Le premesse però sono tutt’altro che incoraggianti: da un protocollo presentato dalla Commissione europea sul mercato illecito della droga dal 1998 al 2007 quello che emerge è il quadro di un fallimento su tutti i fronti. "Non c'è niente che mostri una diminuzione globale del problema della droga per il periodo dal 1998 al 2007", afferma lo studio condotto da un team indipendente di esperti internazionali.
Insomma, 10 anni di lotta alla droga non hanno portato a nulla. Il risultato del contrasto al traffico di droga attuato in questo periodo ha determinato più danni degli stessi stupefacenti, sottolinea il dossier.
“Il sogno dell’Onu di un Mondo finalmente libero dalla droga è svanito” commenta il ‘The Economist’, lanciando a chiare lettere una forte provocazione nelle headlines: se la politica del proibizionismo è fallita allora forse il male minore passa per la via della legalizzazione. “La guerra alla droga è stata un vero disastro – si legge – ha determinato il fallimento dei Paesi in via di sviluppo e ha causato l’aumento dei tossicodipendenti nei Paesi ricchi”.
Dall’Afghanistan il traffico di oppio si concentra nel corridoio che unisce l’Iran alle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e da queste alla Turchia e all’Europa. Solo in Iran il traffico di droga proveniente dall’Afghanistan è aumentato negli ultimi 6 anni da 200 tonnellate annue a 8 mila, ha dichiarato in una intervista a ‘Repubblica’ l’ambasciatore iraniano a Roma Mostafa Doulatyar.
Lo scorso 10 marzo – come riportato dall’Ansa – il comandante della polizia di Teheran ha rincarato la dose annunciando che negli ultimi 12 mesi si è assistito ad un aumento del 90% del traffico di droga. 78 mila sono stati i trafficanti arrestati.
Nel giugno dello scorso anno i 5 membri permanenti dell’Onu - Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia - avevano minacciato di interrompere il flusso di aiuti per tamponare il dilagare della tossicodipendenza in Iran. “Se questo dovesse accadere – fa presente l’UN Office on Drug and Crime – saremmo di fronte ad un fenomeno paragonabile ad uno Tsunami della droga per i danni che causerà”.
“Sono 14-15 milioni i tossicodipendenti in Iran. Solo a Teheran i Pasdaran consentono l’ingresso giornaliero di 5 tonnellate di droga al giorno” spiega a IdeeRadio Bahrbar Alì Akbar, esponente del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, mujaheddin del popolo iraniano.
“E questo non per niente – prosegue – perché il regime vuole che la gente si droghi per opprimere la volontà del popolo iraniano nella ricerca della libertà e della democrazia. Il suo scopo è quello di isolare la popolazione”.
Alla luce di questi fatti non è del tutto chiara l’iniziativa promossa dall’amministrazione Obama di invitare l’Iran alla prossima Conferenza internazionale sull’Afghanistan che si terrà il 31 marzo a l’Aja per contrastare il commercio di oppio ed eroina.
“Io parlo a nome del Consiglio nazionale della resistenza iraniana. – dice Bahrbar Alì Akbar – La soluzione per noi non è quella di corteggiare un’altra volta una politica di accondiscendenza verso l’Iran. È stata già bocciata da Xavier Solana e da tutti quelli che sono stati in Iran per cercare di fare in modo che il regime diventasse più moderato. Ma le vipere non possono far nascere delle colombe, dice un saggio proverbio persiano”.
“Se gli americani si illudono che un accordo con l’Iran possa servire a bloccare il traffico di stupefacenti – osserva con IdeeRadio Emanuele Giordana, direttore responsabile di ‘Lettera 22’ – è un po’ come dire che sarebbe possibile fermare la mafia in Italia con un accordo politico in parlamento”.
Come a far intendere che la cultura dell’oppio in Iran ha radici troppo profonde per essere eradicata a causa dell’aumento in questi anni dei fenomeni di tossicodipendenza.
L’utilizzo dell’oppio in Persia vanta una antichissima tradizione ed è stato per tanto tempo anche legale. Quando fu messo al bando si tollerò che gli anziani lo continuassero a fumare. “C’era una qualità di stato di diverso tipo che poteva essere acquistata facilmente” spiega Emanuele Giordana-“Questo significa che fa parte di una tradizione legata alla medicina e ad un utilizzo della sostanza non soltanto per il piacere”.
“Sono un po’ dubbioso invece sul fatto che possano esistere forti motivazioni ideologiche dietro allo spaccio di sostanze stupefacenti. Mi sembra più convincente che ci sia una sorta di tolleranza del mercato clandestino che però è più un fenomeno di corruzione che non un desiderio ideologico. Esiste un’enorme quantità di sostanza che circola e una serie di connivenze evidenti in cui sicuramente possono essere implicati settori della polizia di frontiera e i Pasdaran, che dovrebbero essere invece i repressori del vizio”.
Quello dell’oppio è un problema che esisteva già nell’ex Unione sovietica, quando i soldati tornavano in patria dall’Afghanistan. Si è diffuso velocemente nell’era post-sovietica diventando molto comune in Pakistan e Iran, con la differenza che, dato il massiccio insediamento nel territorio afgano dei laboratori per la raffinazione, oggi arriva in grandi quantità il prodotto già lavorato, l’eroina, che ha poi una resa molto grande sui mercati dell’Occidente ma che ha effetti micidiali per la maniera in cui viene assunta e per l’altissimo grado di assuefazione che induce rispetto all’oppio.
Quello dell’ampia diffusione dell’eroina è un fenomeno di modernità, legato al commercio, al narcotraffico, al giro di denaro legato all’esportazione delle sostanze stupefacenti.
Ma quali sono le alternative alle pratiche di fumigazione ed eradicazione delle piante di papavero, dato che queste pratiche non sono riuscite a garantire una diminuzione del traffico di droga? Pensare di bloccare il commercio è fuori discussione e si rivelerebbe anch’esso un fallimento.
“Una soluzione effettiva sarebbe quella di bloccare la produzione senza ricorrere all’incenerimento – suggerisce Emanuele Giordana – con un sistema di incentivi o con una sorta di monopolio di stato, come ha suggerito qualcuno, oppure facendo in modo che si facciano accordi direttamente con i proprietari della terra in Afghanistan”.
Luca Papperini
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