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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Tutti insieme ora più che mai
Tutti insieme ora più che mai

A volte, per capire bene un argomento, bisogna partire da dati e vicende che all’apparenza non c’entrano nulla. Per rendersi conto di quanto sia sbagliata e deleteria la cultura del successo a tutti i costi, ad esempio, prendiamo in esame alcune dichiarazioni di Zlatan Ibrahimovic, fuoriclasse svedese dell’Inter, e del tecnico nerazzurro José Mourinho. Martedì 3 marzo, durante una conferenza stampa, Mourinho ha attaccato in maniera veemente le società rivali (Juve, Roma e Milan) nonché i giornalisti, accusandoli di “prostituzione intellettuale” solo perché hanno sottolineato che, per quanto la rimonta interista nella gara contro la Roma sia stata pure meritata, il rigore concesso all’Inter e trasformato da Balotelli fosse stato inventato dall’arbitro. Tutti i giornali hanno dato grande spazio all’episodio e la “Gazzetta dello Sport” di mercoledì 4 marzo ha aperto con il titolo “Prostituzione?”, mentre hanno avuto minor rilievo le affermazioni, secondo me più gravi, dell’allenatore portoghese. Mourinho, infatti, ha sostenuto che non si parli delle altre squadre che, pur avendo organici fortissimi, sono molti punti dietro all’Inter e termineranno la stagione con zero titoli, sottintendendo che chi non vince non può aprire bocca per denunciare i soprusi di cui è vittima. Vi rendete conto di quanto sia grave un simile concetto? Sempre sulla “Gazzetta” del 4 marzo, con un ampio richiamo in prima pagina, c’era un’intervista di Andrea Elefante a Ibrahimovic, il quale ha dichiarato: “Mi piace un allenatore che a volte mi tratta male, che usa parole pesanti, dure, che mi dice “Hai fatto schifo”. È già successo, con me funziona”. Rispondendo alla domanda successiva, se questo metodo possa funzionare anche all’Inter, Ibra ha affermato: “Non è facile allenare una grande squadra come l’Inter, 24-25 giocatori, tutti campioni e con caratteristiche diverse, se non hai grande personalità. A volte si ha bisogno di essere stimolati, a volte può essere un bene addirittura che qualcuno arrivi ad avere paura, per capire che deve dare di più”.
L’aspetto più sorprendente e drammatico del periodo che stiamo vivendo è che l’indignazione per certe affermazioni svanisce subito e pochi riflettono su quali siano i loro significati e le conseguenze che da esse derivano; qualcuno, poi, è talmente assuefatto all’incultura del berlusconismo e dell’arrivismo imperante che gli sembra tutto normale e si stupisce se chi ha un minimo di coscienza gli fa notare che un tempo nessuno si sarebbe sognato di pronunciare determinate parole o di compiere determinati gesti.
Venendo alle cronache politiche, nell’ultima settimana abbiamo assistito alle esternazioni di uno scarso senso di responsabilità da parte di un governo che se ne infischia delle migliaia di lavoratori che stanno perdendo il posto, dei pensionati che faticano ad arrivare alla terza settimana del mese, dei giovani che vedono precluso il proprio futuro, dei genitori che si impongono ogni sorta di privazioni pur di far vivere in maniera dignitosa i propri figli e, anche se enfatizza la propria attenzione verso la sicurezza dei cittadini, non si rende conto che ciò genera nervosismo e crescenti tensioni che rischiano di sfociare in una spirale di incontrollabile violenza dovuta alla rabbia e alla disperazione. Abbiamo ancora in mente le immagini che provenivano qualche anno fa dall’Argentina, ai tempi della crisi economica, con i negozi presi d’assalto, le vetrine sfondate e gruppi di disperati che rubavano e depredavano tutto quel che trovavano pur di riuscire a mangiare. Probabilmente, in Italia non si arriverà a quelle tragiche scene, forse, partendo da una base di maggiore ricchezza, riusciremo a fronteggiare la crisi prima che si arrivi al disastro totale, ma il rischio che più di qualcuno perda la testa è alto e da non sottovalutare. A rendere ancora più grave la crisi, da noi, provvede il nostro simpatico Premier che, invece di parlare come Obama di dati atroci e cifre sbalorditive, dichiara che la crisi non è poi così preoccupante e polemizza come di consueto con giornali e Rai (cioè con se stesso e una parte dei suoi epigoni) che spargono pessimismo e forniscono notizie inesatte. Senza contare che, credendo di vivere a El Dorado, il Nostro ha annunciato lo stanziamento di 17,8 miliardi di euro per il Ponte sullo stretto di Messina e altre grandi opere che promette da quando fu eletto la seconda volta e di cui non ha posato neanche la prima pietra. Viene da chiedersi: ma se lo Stato ha a disposizione 17,8 miliardi di euro, in un momento del genere, perché il sussidio ai disoccupati e gli aiuti ai ceti sociali più deboli proposti da Dario Franceschini sono stati definiti da Silvio e dai suoi seguaci  pura demagogia? Se veramente nelle casse dello Stato ci sono così tanti soldi, perché la Finanziaria redatta da Tremonti prevede di mandare a casa quasi novantamila insegnanti e taglia i fondi alla giustizia e alle forze dell’ordine? E ancora: perché, essendoci i soldi, non vengono investiti nella ricerca che come è noto produce posti di lavoro e aiuta aziende e industrie a sviluppare nuovi macchinari e nuovi strumenti che magari consentirebbero loro di risparmiare denaro, realizzare prodotti migliori, rendersi concorrenziali sul mercato e arginare in qualche modo la crisi? Dato che l’economista impomatato si è messo in testa che il primo problema del Paese sia il tempo impiegato dai reggini a raggiungere Messina e dai messinesi a raggiungere Reggio, perché non accordarsi con le amministrazioni locali e non potenziare il numero dei ferry boat? Questo provvedimento eviterebbe file, disagi e ritardi e inoltre creerebbe posti di lavoro in un’epoca in cui la gente non sa come arrivare alla fine del mese e in zone d’Italia nelle quali l’occupazione è un problema più annoso che altrove.
Per non parlare poi della legge bavaglio che impedirà ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni telefoniche “anche se non più coperte da segreto”, cioè anche se vere e pubbliche, pena la radiazione dall’Albo proposta gentilmente da AN per supplire alla vergogna forzitaliota della galera e/o la multa per i cronisti che si dovessero macchiare di quest’imperdonabile crimine. Come ha giustamente ricordato Marco Travaglio su “l’Unità”, “anche Montanelli, nel 1937, fu radiato dall’Albo per avere smentito il Minculpop, descrivendo una battaglia della guerra di Spagna come <<una passeggiata con un solo nemico: il caldo>>. Ma quello si chiamava, appunto, fascismo”. Affidandoci all’antico adagio, dobbiamo constatare a nostre spese che il peggio, oltre a non essere mai morto, è qui con noi, considerando che chi mente sapendo di mentire fa carriera mentre chi svolge onestamente il proprio lavoro e non si piega agli ordini dall’alto subisce ogni sorta di vessazioni e, peggio ancora, lo scherno dei colleghi più furbi e i “consigli” di chi lo invita a piegarsi e a ricordarsi di avere una famiglia a carico. È la società del ricatto e della violenza, della crudeltà e della prevaricazione, la società in cui conta solo vincere e chi perde è un fesso, la società che voleva costruire Bush in America approfittando dell’effetto 11 settembre e della disponibilità di una parte degli americani a rinunciare alle proprie libertà e ai propri diritti fondamentali per sentirsi più sicuri e tutelati. Come è emerso in questi giorni (ne ha parlato Vittorio Zucconi in uno splendido articolo apparso su “la Repubblica” mercoledì 4 marzo), pare che il “war president” e il suo gruppo di potere volessero stravolgere la libertà di parola e la Costituzione, concedendo al Presidente poteri di cui non godeva neanche il “dictator” nell’antica Roma. Per fortuna Steve Bradbury, capo dell’ufficio legale della Presidenza, respinse quelle proposte liberticide che, occultate per anni, furono definitivamente annullate pochi giorni prima che Bush abbandonasse lo Studio Ovale dopo aver ridotto il proprio Paese nelle condizioni economiche che tutti conosciamo. Ma soprattutto, è un bene che quei documenti siano emersi e che tutti sappiano dell’ulteriore minaccia che ha corso l’umanità negli ultimi otto anni: la superpotenza mondiale soggetta a un tiranno con poteri mai visti prima che avrebbe potuto compiere azioni ancora più pesanti e con conseguenze peggiori se qualcuno dei suoi non si fosse opposto a questo folle piano e non avesse impedito l’imposizione della legge marziale e la soppressione del Primo Emendamento che difende i diritti di espressione e di informazione. Meno male che gli americani, dopo averlo rieletto nel 2004, si sono resi conto del personaggio cui avevano affidato la propria Nazione e lo scorso 4 novembre hanno scelto un Presidente che non si sognerà mai di compiere un simile scempio né di torturare dei prigionieri nella prigione-lager di Guantanamo né di seminare morte e distruzione nel mondo con guerre di cui subiremo gli effetti ancora per anni. È quello che sta succedendo oggi in Italia, nella nostra società insicura e incattivita: al posto della legge marziale da noi ci sono le ronde (quando la polizia può utilizzare un’automobile su tre per mancanza di fondi); per quel che riguarda la libertà di informazione, non sappiamo più neanche dove sia di casa e attendiamo da un giorno all’altro un nuovo editto bulgaro; quanto alle guerre, noi, sotto il secondo governo Berlusconi, siamo stati uno dei migliori alleati di Bush (badate bene: di Bush, non dell’America, patria della libertà e dei diritti civili, incarnata oggi da Obama e, in precedenza, da Kennedy, Carter e Clinton). L’unica cosa che ci manca è un Bradbury in grado di bloccare le mire presidenziali del nostro Cavaliere poiché perfino Bush aveva scelto per il proprio establishment qualche pensatore indipendente; Berlusconi, al contrario, si è portato dietro il suo consiglio d’amministrazione, il suo segretario personale (oggi ministro della Giustizia), le sue vallette (di cui una è ministro delle Pari Opportunità), la moglie del fido Emilio Fede e altri noti statisti che non contraddirebbero il capo neanche se ordinasse loro di uscire in strada e ballare il rock and roll vestiti di mutande a fioroni.
Ora più che mai c’è bisogno di una sinistra forte e unita, che la smetta di dividersi in correnti e che lavori insieme per il futuro del Paese, che sostenga Franceschini e le sue richieste al governo di intervenire subito e nel miglior modo possibile per alleviare le sofferenze dei moltissimi cittadini che non riescono più a condurre un’esistenza decorosa, che sia compatta e propositiva, pragmatica e concreta, che valorizzi la spinta e l’innovazione che proviene dai giovani, che esca dai vecchi schemi e non si faccia dettare la linea da questa destra sotto cui il Paese vive in condizioni da Terzo Mondo, e visti i tempi non è un eufemismo.
Ci vuole una sinistra che abbia un programma forte e articolato, che non sappia dire solo no e non si basi solo sulla distruzione dei progetti altrui, anche se devastanti, che alla fase di contrasto faccia seguire una grande fase propositiva come sta facendo il segretario Franceschini che, infatti, viene attaccato ogni giorno dagli “house organ” del Padrone.
Le prime proposte avanzate dal Partito Democratico vanno nella giusta direzione: ripresa della lotta all’evasione; istituzione di una centrale unica per gli acquisti nelle pubbliche amministrazioni, risparmiando sulle commesse; eliminazione delle spese inutili (quelle vere, non i fondi per la scuola e per la ricerca), riducendo drasticamente il numero delle società o degli enti partecipati dalle amministrazioni locali; e l’utilizzo delle risorse destinate agli ammortizzatori sociali.
Purtroppo per l’Italia, al governo c’è un personaggio come Renato Brunetta che sostiene che gli ammortizzatori sociali funzionino benissimo, che il nostro mercato del lavoro, “al di là delle sue contraddizioni”, sia “mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente, e a modo suo equo” e che l’assegno di disoccupazione proposto da Franceschini sia “roba da apprendisti stregoni”, “da riformatori immaginari”. L’unica cosa immaginaria, al momento, è una seria risposta dell’esecutivo alla crisi che sta mettendo in ginocchio milioni di persone mentre i danni prodotti da quest’immobilismo, da questa continua negazione dell’evidenza e dalla persecuzione di lavoratori seri ed onesti sono assai concreti e sotto gli occhi di tutti.
Il mio auspicio è che la sinistra, unita e compatta, presenti altre proposte sulla crisi economica, come ad esempio l’innalzamento delle pensioni al settantacinque per cento per tutti i lavoratori (e non l’innalzamento dell’età pensionabile come propone l’asse Berlusconi-Tremonti-Brunetta) e seri incentivi per le donne che rimangono al lavoro fino a sessantacinque anni, considerando che una donna vivrà pure di più in media rispetto a un uomo ma ha una resistenza fisica minore e molte più incombenze a livello familiare. Una mozione saggia sarebbe, partendo dalla base del settantacinque per cento fissa per tutti, la crescita del tre per cento l’anno per ogni donna che decide di rimanere al lavoro dopo i sessant’anni e per ogni uomo che decide di rimanervi dopo i sessantacinque, con una soglia massima per la pensione di sessantacinque anni per le donne e di sessantotto per gli uomini la cui età minima scenderebbe da sessantacinque a sessantatre. Questa norma consentirebbe di immettere nel tessuto lavorativo centinaia di migliaia di giovani volenterosi e sarebbe un buon modo per esortare le persone a lavorare di più, garantendo loro condizioni di lavoro meno vessatorie e intollerabili di quelle cui le costringono i vari Brunetta di questo governo.
La prima legge varata in America da Obama è la “Lilly Ledbetter Fair Pay Act”, che prende il nome da Lilly Ledbetter, l’ex impiegata della “Goodyear” che per anni si è battuta per l’equità salariale tra uomini e donne e adesso ha vinto la sua battaglia, con l’arrivo di un Presidente che ha posto le istanze della gente comune in cima alla sua lista di impegni. Era certa di vincere e ce l’ha fatta, sconfiggendo la società dell’odio e della paura che invece di insegnare impone e invece di aiutare discrimina. È il modello sociale che si sta imponendo qui da noi, ma noi, tutti insieme, possiamo e dobbiamo impedire che accada.

Roberto Bertoni

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