| Sabato, 04 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 00:03
Dopo mesi di accuse e tentativi di estrometterlo dalla guida del partito che più di tutti ha contribuito a fondare, Walter Veltroni ha detto basta. Non ce la faceva più a subire le pressioni e gli attacchi cui era soggetto ogni giorno; non ne poteva più di essere considerato la causa di tutti i mali e di tutte le sconfitte quando, in realtà, aveva sempre fatto il possibile per evitarle e limitare i danni prodotti dall’avanzata berlusconiana. Lunedì 16 febbraio, però, in seguito alla sconfitta di Renato Soru alle Regionali sarde, la sua tenacia è venuta meno e ha annunciato le dimissioni da segretario del Partito Democratico, confermandole nonostante le richieste di rimanere alla guida che gli avevano rivolto sia i suoi fedelissimi sia i dalemiani che, insieme a Parisi, hanno contribuito a minarne l’immagine e la leadership. Per chi ha a cuore le sorti del PD e del centrosinistra, non sarà facile dimenticare quel pomeriggio, con gli storici avversari di Veltroni che correvano davanti ai microfoni a rammaricarsi per quanto accaduto e altri che s’interrogavano sul da farsi per uscire da una crisi che rischia di provocare un’erosione di consensi che potrebbe portare perfino a dolorose scissioni, ad esempio da parte dei cattolici e dei teo-dem capeggiati dalla senatrice Binetti. Ascoltare certe dichiarazioni, osservare certi volti che, dietro alla maschera di dispiacere indossata per recitare meglio la parte, celavano un senso di soddisfazione, è stata una delle peggiori umiliazioni patite negli ultimi anni. In quel momento, davanti alle immagini dei vari telegiornali, abbiamo trovato le risposte ai nostri interrogativi. Per ore ci siamo chiesti: ma perché l’ha fatto? Perché non ha resistito almeno fino alle Europee? Poi, di fronte a quel cumulo d’ipocrisia, ci siamo resi conto che la dignità di un uomo viene prima delle esigenze di un partito e ci è tornato in mente l’antico adagio, sempre attuale, secondo cui non si può andare in Paradiso a dispetto dei santi. I coccodrilli che lacrimavano a reti unificate sono gli stessi che per mesi hanno descritto Veltroni come un incapace, un maestro nel perdere, una rovina per il partito, un ostacolo ad un serio progetto di riforme condivise e un personaggio di cui liberarsi al più presto. Tuttavia, avevano ottimi motivi per disperarsi visto che adesso il PD è allo sbando e con esso è molto probabile che alle Europee di giugno verrà travolta un’intera classe dirigente, incapace di opporsi in modo proficuo a un esecutivo che da mesi sta rovinando tutto ciò che di buono era stato costruito dal governo Prodi, sia pure tra mille difficoltà e incomprensioni. Personalmente, con tutto il rispetto per la sua scelta, credo che Veltroni avrebbe fatto meglio a resistere ancora un po’, soprattutto considerando che una vera alternativa al suo carisma e alla sua capacità di tenere insieme le anime di un partito più eterogeneo che mai finora non è emersa. Ma mi rendo anche conto che sia impossibile cercare di costruire un partito nuovo, che guardi al domani con occhi diversi e sappia rispondere alle istanze di un Paese sfiduciato e insicuro con gente vecchia nell’animo, arroccata nei propri feudi e per nulla disposta a rinunciare ai privilegi che le garantisce una comoda poltrona al Parlamento di Roma o di Bruxelles.
Ora che Walter (mi si consenta di chiamarlo così dato che è uno dei pochi politici italiani per cui provo sincera stima e affetto) si è dimesso, il timore di subire una pesante sconfitta sia alle Europee che alle Amministrative si è trasformato in una probabilità assai meno remota di quanto non fosse prima. Da giorni, autorevoli opinionisti fanno a gara a chi offre la soluzione più valida per uscire dalla crisi, perdendo di vista il loro compito di cronisti, cioè di narratori di fatti e al massimo di commentatori, e indossando le meno consone vesti di tuttologi. Come nel caso del C.t. della Nazionale che, quando vince è perché ha varato la stessa formazione che avrebbero messo in campo i tifosi del bar sport; e quando perde è perché è stato presuntuoso, non ha ascoltato il parere di nessuno, non ha fatto giocare dal primo minuto i titolari che ciascun luminare avrebbe scelto (magari li ha messi tutti e undici, ma non fa niente: se perde ha torto a prescindere).
L’aspetto più raccapricciante della vicenda è proprio il comportamento della stampa. A parte “il Giornale”, che essendo il foglio parrocchiale di Berlusconi è fuori concorso, ci ha sorpreso la crudeltà con cui pure i quotidiani di sinistra, o sedicenti tali, hanno accolto la notizia dell’addio di Walter. “Il Riformista”, ad esempio, mercoledì 18 febbraio ha titolato in prima pagina “L’ultimo Walter”, con a fianco un’ombra di Veltroni a testa bassa. Il diritto di critica non deve mai venire meno, ma anche il buongusto ha la sua importanza. Finché a dileggiare Veltroni sono “Libero”, “il Giornale”, “Il Foglio” e simili, passi; ma come può un giornale della sinistra moderata comportarsi in modo così crudele con l’uomo politico che più di ogni altro si è battuto per avviare in Italia una politica di vere riforme, possibilmente condivise e senza inciuci? Come può “il Manifesto” compiere la stessa scelta? Come può il bravo Filippo Ceccarelli scrivere su “la Repubblica” un articolo intitolato “Il sogno infranto di Walter il buonista”. Sarei curioso di sapere cosa ha scritto in proposito il brillante Andrea Scanzi, lo stesso giornalista che sull’ultimo numero di “MicroMega” se l’è presa con Fabio Fazio e altri “santini del veltronismo”, accusandoli anche lui di buonismo e “volemosebenismo”. Ebbene, ora il vostro nemico giurato ha mollato le redini e avendo una dignità, a differenza di altri colleghi e di certi giornalisti, non se l’è presa con la stampa cattiva o col destino cinico e baro e nemmeno con tutti coloro che gli hanno remato sempre contro; al contrario, ha chiesto scusa, ha fatto ammenda per gli errori commessi e ha chiesto a tutti di non trattare il suo successore come è stato trattato lui. In un periodo in cui nessuno è disposto a staccarsi neanche dalla poltrona del salotto (vedasi alla voce Villari), il gesto e le parole di Walter costituiscono una lezione morale da cui tutti dovrebbero prendere esempio.
Dopo la bastonata dell’aprile scorso, scrissi un pezzo piuttosto doloroso (“La sinistra antipatica”) in cui affermai: “Quando si subisce una sconfitta come quella che ha patito il centrosinistra alle recenti Politiche, il buon senso vorrebbe che non si perdesse tempo nei salotti televisivi a spiegare, di fronte ai vincitori in tripudio, le mirabilie incomprese del governo Prodi. Sarebbe opportuno seguire l’esempio di Walter Veltroni che, preso atto del disastro elettorale, ha telefonato a Berlusconi per congratularsi, ha radunato i vertici del Partito sul palco e si è detto pronto ad affrontare con serenità la difficile stagione che attende il PD e la sinistra italiana. Il problema è che Veltroni è considerato dagli alleati un’anomalia ancor più strana di quanto non lo sia Berlusconi. Lontano dai vecchi schemi, dalle ortodossie più retrive e dall’ideologia togliattiana, è ritenuto, soprattutto dall’ala dalemiana, un personaggio di cui è meglio fidarsi con riserva”. A distanza di dieci mesi, mi addolora molto rileggere queste frasi e constatare che avevo ragione. Quando misi giù questa riflessione, sperai che fosse solo l’amaro sfogo di un elettore deluso ma mi sono reso subito conto che non era così. Qualche settimana fa, dalle colonne di questa rubrica, rivolsi a Walter una lunga e appassionata lettera che spero abbia avuto il tempo di leggere per comprendere ancora meglio quanta voglia abbia la base elettorale del PD, e soprattutto i giovani, di impegnarsi, di credere in dei valori e degli ideali di sinistra, di partecipare attivamente alla vita politica per costruire insieme un’Italia migliore.
Da alcune settimane faccio parte del gruppo dei Giovani Democratici di Monterotondo, un paese di circa trentamila abitanti alle porte di Roma, e sono veramente orgoglioso di quest’esperienza che mi dà modo non solo di confrontarmi con ragazzi straordinari per volontà e impegno, ma anche di crescere e maturare come persona attraverso incontri e attività grazie ai quali riesco a realizzare il sogno di rendermi utile ai miei concittadini. Se nel tempo, oltre a dedicarmi al giornalismo, ho deciso di spendere le mie capacità anche in politica il merito è proprio di Walter e dello splendido discorso che pronunciò sabato 25 ottobre al Circo Massimo, durante la manifestazione del PD, per far sentire al governo che c’è una larga parte di italiani che è stanca di ricevere solo promesse e di vedere il proprio Paese scivolare sempre più verso un autoritarismo e una grettezza che si concretizzano nelle proposte xenofobe targate Lega e votate a ranghi compatti da tutto il PdL.
Tornando ai giovani, ho deciso di riportare alcune righe che Riccardo Varone, il Coordinatore dei Giovani Democratici di Monterotondo, mi ha inviato in una mail; non certo per fargli pubblicità, ma perché credo fermamente che chi sostiene che i giovani siano distanti dalla politica debba sapere che in alcuni casi è vero ma per il resto si sbaglia di grosso.
Commentando il buon esito di una cena-incontro con due ragazzi dei Castelli Romani, Riccardo ha scritto: “Con la nostra grinta, la nostra determinazione, la nostra preparazione, possiamo, e lo dico con ferma convinzione, portare avanti un grande e importante progetto giovanile per Monterotondo e soprattutto per il nostro partito in vista di Giugno. Chi mi conosce sa come la penso, considero di fondamentale importanza la presenza giovanile all’interno del partito,e nei suoi organi decisionali e di rappresentanza, per far emergere quella spinta in più che può essere sia propositiva, sia di contenuti, sia del (scusate il termine euforico) “largo al giovane” perché capace, perché preparato, perché ha voglia di dedicare tempo e energie per la città nella quale vive”, perché abbiamo la voglia di partecipare e migliorare in modo esponenziale quello che ci circonda. Non è utopia quello che dico.La campagna elettorale e la candidatura di Mauro per le Primarie, ci ha entusiasmato e coinvolto perché ci siamo sentiti più vicini e partecipi ad un nuovo progetto. Un progetto che ci ha visto protagonisti, perché caratterizzato dall’ascolto della cittadinanza e di tutte quelle istanze che essa può esprimere. Un progetto inoltre che definirei di rinnovamento, di cambiamento, di speranze per il futuro, che non parte da lontano o da luoghi misteriosi. Parte dalla nostra città!!
Parte dall’analisi delle problematiche del territorio e parte da un nuovo modo di affrontare la politica, e i problemi, e dalla consapevolezza di poter dare a Monterotondo uno sviluppo sempre maggiore in termini sociali, culturali, strutturali,ecc…”
È chiaro che si tratta di una piccola realtà paesana, che i problemi nazionali sono ben più ampi e complessi, ma questo messaggio, questa voglia di fare, questo incitamento a dare fiducia a noi ragazzi basato non sulla retorica del “giovane” ma su proposte concrete per il domani si deve allargare a macchia d’olio, inducendo sempre più miei coetanei ad avvicinarsi alla politica e a manifestare apertamente le proprie idee qualunque esse siano.
Il rischio più grande che corre il Partito Democratico, e direi tutta la sinistra, è di essere abbandonato dagli elettori, stanchi di sentirsi ingannati e delusi da rappresentanti che non li ascoltano e rifiutano ogni contatto con l’Italia che si sveglia la mattina alle sei, prende l’autobus o il treno per recarsi al lavoro e fatica ad arrivare alla fine del mese a causa della crisi che sta investendo l’economia mondiale.
Grazie a Walter e al suo progetto di un partito aperto e diverso dai vecchi apparati ormai obsoleti, il 14 ottobre 2007 ci eravamo illusi che il nostro sogno potesse realizzarsi, che “la nuova stagione” stesse per iniziare e che tutti noi che in oltre tre milioni avevamo dato forza a questo progetto potessimo esserne protagonisti. Il settantacinque per cento di noi aveva scelto Walter non perché la Bindi o Letta non fossero persone sagge e competenti, ma perché ci attirava proprio quel “volemosebenismo”, quel “ma anche” che noi figli di una stagione senza più muri di Berlino e cortine di ferro preferiamo chiamare moderazione, mitezza, abilità nel dialogare e nel mettere d’accordo chi la pensa diversamente, dolcezza, se non è un insulto in una Nazione in cui prevale sempre chi strilla più forte. Ci piaceva proprio la sua attenzione alla cultura e all’arte, le “chitarrate settimanali in piazza con relativi intasamenti del traffico, notti bianche, chiasso e confusione”, la “sua gestione multietnica e multiculturale” che ha avuto nella creazione della Festa del Cinema il proprio apice (per dirla con l’illustre direttore di “Libero” Vittorio Feltri che sostiene che la Festa del Cinema fosse inutile essendoci già il Festival di Venezia inventato dal Duce “al quale, con rispetto parlando, Veltroni avrebbe al massimo potuto lustrare gli stivali”). Nell’Italia dell’odio e della discriminazione razziale, delle leggi gridate e inefficaci, della falsa sicurezza e dell’autoritarismo più becero mascherato da bisogno di regole certe, ci dava fiducia questo leader che quando parla non urla, quando si arrabbia non aggredisce gli avversari, quando viene attaccato anche con durezza replica sempre con la serenità di chi sa di avere la coscienza a posto e di non dover prendere lezioni morali da nessuno. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che un politico debba prima di tutto saper mediare e trovare dei punti d’equilibrio, evitando che alcune parti prendano il sopravvento sulle altre.
In un contesto come quello attuale, in cui per analizzare la vittoria di Silvio Cappellacci (o Ugo Berlusconi, fate voi) “Il Giornale” parla in prima pagina di “colpo di grazia alla sinistra”, l’unica maniera per far aprire gli occhi all’elettorato è quella di parlare un altro linguaggio, di mostrare nei fatti di essere diversi e alternativi. Walter l’aveva capito e aveva portato avanti una campagna elettorale rispettosa, sapendo che le elezioni erano perse comunque ma cercando di lavorare per il futuro e per far capire agli italiani che un candidato premier che strappa il programma degli avversari non era tollerabile neanche nell’Argentina di Videla.
L’unico madornale errore di Walter è stato quello di non imporsi maggiormente sul vecchio establishment, di non liberarsi, oltre che di De Mita, pure di altri crostacei abbarbicati al loro scoglio e incapaci di guardare al di là del mero orizzonte elettorale.
Per essere utile, la politica non può non essere costruttiva e per essere costruttiva deve essere lungimirante, fondarsi su idee che magari non si concretizzano nell’immediato ma che di sicuro avranno successo in futuro. Con questo sistema, continueremo a perdere all’infinito e a bruciare leader su leader, rimanendo vittime delle nostre contraddizioni, dei nostri particolarismi, dei nostri giochi interni che indignano e allontanano la gente dalla politica.
Per noi Walter rimane il sindaco che ha accompagnato i giovani in Africa e ad Auschwitz, che ha portato a Roma grandi star del cinema, grandi scrittori, poeti, filosofi, che ha fatto realizzare l’Auditorium da Renzo Piano (scusate se è poco), che è andato contro i saccenti che si divertono a dare addosso alla nostra generazione, dimostrando un coraggio e una generosità nei confronti di noi giovani che nessun altro leader ha evidenziato. Per Walter i nuovi italiani non sono, come per altri dotti pensatori da operetta, un insieme di ignoranti premiati ingiustamente da una scuola inefficiente (sono discorsi da Brunetta o da Gelmini, ma purtroppo li abbiamo sentiti spesso anche a sinistra), ma persone da valorizzare e guidare soprattutto in un’epoca così complicata ed incerta.
Manifestare simpatia per Walter, di questi tempi, sembra sia divenuto un reato o un’eresia. Per questo, ora più che mai, non ho remore nel rinnovargli la mia ammirazione e nel ringraziarlo per averci regalato un sogno che mi auguro prosegua per il bene del nostro Paese.
Roberto Bertoni
Scalfaro, il galantuomo intransigente
Elogio di “Agorà ”: la RAI che piace a noi
E ora chi la racconta quest’Italia?
2011, l’anno della speranza
Cosa ci lascia la stagione berlusconiana
Populismo e consumismo, i fascismi del Terzo Millennio
L�Italia di Berlusconi che crolla e che frana
La stupiditŕ della violenza
Il futuro, questo sconosciuto
Hanno suicidato la Rai



