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Catastrofe Darfur, 6 anni di guerra civile
Catastrofe Darfur, 6 anni di guerra civile

Grazie al canale radio della Bbc un coraggioso gruppo di giornalisti africani informa migliaia di rifugiati sul conflitto in corso

Tra tutte le drammatiche notizie che giungono dalla regione sudanese del Darfur – in cui è in atto secondo le stime delle principali Ong internazionali una tra le peggiori emergenze umanitarie al Mondo – ce n’è una buona: ogni giorno gli operatori del World Service Trust, un ristretto team di giornalisti dell’emittente inglese Bbc, sono impegnati a divulgare attraverso le frequenze radio informazioni a carattere umanitario e logistico agli sfollati del Darfur.
Ogni giorno, due volte al giorno, migliaia di persone si sintonizzano sul canale della Bbc e dalle loro baracche di fortuna realizzate con pezzi di plastica ascoltano le notizie sulla crisi umanitaria che li sta inghiottendo.
Lifeline Radio Darfur si rivolge ai suoi ascoltatori con un programma intitolato “Salam ila Darfur”, che significa “Un saluto di pace al Darfur”, quella regione occidentale del Sudan dal 2003 sotto il giogo di una guerra civile che ha causato (facendo riferimento ai dati del 2008) la morte di oltre 300 mila persone e una profonda emergenza umanitaria per quasi 3 milioni di profughi, secondo quanto riferito durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da John Holmes, il sottosegretario generale per gli affari umanitari.

I numeri di questo conflitto sono quelli da catastrofe, secondo stime dell’Unicef nella sola regione del Darfur ogni giorno muoiono in media 75 bambini per infezioni e malattie facilmente prevenibili.
Grazie al servizio svolto dal programma umanitario della Bbc l’Unicef ha visto raddoppiare il numero di vaccinazioni effettuate all’indomani della campagna di prevenzione lanciata su Lifeline Radio.
“La mia sensazione dopo aver trascorso 6 mesi in Darfur,- racconta a IdeeRadio Andrea Ciocca, operatore di Medici senza Frontiere - è che una volta lì sul posto è molto facile appassionarsi alla gente del luogo, perché trovi una comunità molto accogliente che ti aiuta a farti sentire a tuo agio in un posto molto distante culturalmente da casa tua”. “Il fatto che la popolazione abbia avvertito il miglioramento delle proprie condizioni di vita grazie al lavoro svolto da Medici senza frontiere – continua volontario di Msf - lo si avverte perché la comunità locale, vittima a sua volta della situazione di conflitto, ti protegge e ti fa sentire parte integrante di questa”.
Le ultime notizie di cronaca dal Darfur raccontano di un recente accordo tra il governo sudanese e il gruppo di ribelli paramilitari denominato Jem (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza). L’intesa è stata siglata lo scorso 17 febbraio dalla due parti grazie al lavoro di mediazione svolto dal governo del Qatar, presieduto dallo sceicco Hamad bin Jassem al-Thani, il quale si è dichiarato ottimista sulla rapida risoluzione del conflitto, secondo quanto riportato dall'agenzia stampa France Press. Questo accordo prevede la fine degli attacchi da parte dei ribelli ai danni dei profughi asserragliati nei campi e nei rifugi di fortuna, in cambio del rilascio di alcuni prigionieri governativi. Sono in molti però a dire che anche questa potrebbe rivelarsi una misura inefficace, dal momento che sono tanti i gruppi di ribelli che per ora non hanno nessuna intenzione di intavolare un dialogo con il regime di Omar al Bashir, presidente del Sudan.
Intanto pare che qualcuno da New York abbia fatto trapelare la notizia di un prossimo mandato d’arresto, inviato dal Tribunale internazionale dell’Aja, proprio contro Omar Bashir, con l’accusa di crimini di guerra e genocidio, secondo la richiesta del suo accusatore, Moreno Ocampo, procuratore della Corte Penale Internazionale.
“Non arresteranno mai Bashir, questo non accadrà mai” dice a IdeeRadio Enzo Nucci, corrispondente Rai dal Kenya. “Per almeno due motivi” ci spiega – “Prima di tutto perché sarebbe questa la prima volta nella storia del Tribunale internazionale in cui viene messo sotto accusa e arrestato un capo di stato ancora in carica”. In tutte le precedenti occasioni in cui si è espresso il Tribunale internazionale dell’Aja infatti i governanti sotto accusa erano già da tempo decaduti.
“Il secondo motivo – continua Nucci - riguarda la forza internazionale presente sul campo in grado di eseguire questo ordine d’arresto. Chi sarebbe materialmente in grado di farlo?” “Tutto questo dimostra la grande fragilità di un gigante dai piedi d’argilla come l’Onu” aggiunge.
Quello del Darfur, prima di esplodere in un escalation di violenze e guerriglia armata nasce come un conflitto tra le popolazioni nomadi del Sudan (etnia Baggara) dedite alla pastorizia e le comunità stanziali (etnie Fur e Zagawa) dedite alla coltivazione. La lotta per l’approvvigionamento idrico sarebbe una delle cause scatenanti il conflitto tra i due gruppi. Presto alla comunità di agricoltori si affiancò un braccio armato, un manipolo di uomini denominato Janjaweed, finanziato e sostenuto dal governo Bashir, che fornisce loro armi e assistenza.
Per quanto riguarda gli aiuti di tipo finanziario mandati dalla comunità internazionale la situazione non è certo florida: “Si è ormai esaurita la vocazione dei Paesi occidentali ad aiutare economicamente i poveri stati africani” commenta il corrispondente della Rai. “Se prima era possibile mobilitare l’opinione pubblica su nobili obiettivi, ora diventa un modo di pensare che non fa più presa sulla popolazione”.
Vorrei concludere questo pezzo riportando la testimonianza di un episodio che ha visto come diretto protagonista Andrea Ciocca di Msf: “Siamo stati fermati con la nostra auto da un bandito che ci aveva seguiti dopo che avevamo ritirato una importante somma di denaro. Armato di kalashnikov ha intimato al cassiere che era con noi di consegnare il denaro. Il cassiere allora ha provato a prendere dal suo portafogli alcune banconote e le ha allungate al rapinatore ma questi le ha gettate a terra dimostrando di essere interessato esclusivamente al carico che avevamo prelevato in banca. Abbiamo passato un momento di terrore, poi il malvivente ha afferrato la borsa con i soldi ed è fuggito. Un bambino che passava di là e che aveva assistito è andato a raccogliere i soldi che il malvivente aveva buttato a terra e li ha riconsegnati alla ragazza che era con noi dicendo: non siamo tutti così, ecco i vostri soldi”.

Luca Papperini

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