| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
La tragica scomparsa della ragazza di Lecco (anch’io, come Michele Serra e Marco Travaglio, preferisco non nominarla in segno di rispetto nei confronti suoi e della sua famiglia) è stata al centro delle cronache di questa settimana, fornendoci numerosi spunti di riflessione non tanto sulle circostanze in cui è avvenuta (non ci interessano, non spetta a noi eseguire l’autopsia) quanto su ciò che è accaduto il giorno stesso in Senato e nei giorni successivi. Assistere a certe scene, ascoltare certe dichiarazioni, osservare l’ipocrisia e, permettetemi di dirlo, la crudeltà di alcuni esponenti politici è stata un’umiliazione mai provata prima, nemmeno quando cadde il governo Prodi e qualcuno pensò di festeggiare stappando lo champagne e mangiando fette di mortadella. Perfino il presidente della Camera Fini, cui va la nostra gratitudine poiché dimostra di conoscere bene il valore della democrazia, si è sentito in dovere di rimproverare la frangia più esagitata dei parlamentari del suo partito, a partire dall’“irresponsabile” Gasparri (non uno qualsiasi, ma il capogruppo del PdL al Senato) che si è permesso di accusare Napolitano di aver contribuito alla morte della donna non firmando il decreto legge che ribaltava una sentenza definitiva e ordinava ai medici di riprendere l’alimentazione e l’idratazione della ragazza. Chi ha buona memoria ricorderà che Gasparri e i suoi colleghi di partito, nonché i giornali e le riviste al seguito, sono gli stessi che una settimana prima avevano coperto di ingiurie Di Pietro, il quale in piazza Farnese si era rivolto al Capo dello Stato con toni molto duri e, dal mio punto di vista, inopportuni ma non lo aveva certo accusato di omicidio o di concorso in omicidio. Il guaio è che in Italia sono sempre meno coloro che possiedono una buona memoria, il che spiega la ragione per cui l’ex radicale mangiapreti Daniele Capezzone, oggi redento e amico del Vaticano, possa continuare a rilasciare dichiarazioni su qualsiasi argomento senza provare il minimo timore di essere considerato un voltagabbana.
Tornando al comportamento di numerosi senatori, la sera di lunedì 9 febbraio abbiamo provato un indescrivibile senso di vergogna nel vedere il vice-capogruppo del PdL al Senato, Gaetano Quagliariello, puntare il dito contro l’opposizione, accusandola di aver favorito con il proprio comportamento la morte di una ragazza che era morta diciassette anni fa e continuava a vivere in maniera artificiale solo grazie ai progressi compiuti nell’ultimo secolo dalla medicina e dalla tecnologia. A parte le solite eccezioni, né in Parlamento né a “Porta a Porta” abbiamo sentito un solo politico o opinionista manifestare solidarietà a Beppino Englaro, rivoltandosi contro i cretini che avevano scritto su un muro “Beppino boia”, né spendere qualche parola di misericordia nei confronti di un uomo che ha subito il duplice dramma di dover lottare per rendere giustizia a sua figlia e di dover assistere la moglie gravemente malata e morta nell’animo la sera del fatale incidente che ha sconvolto la loro vita e la loro serenità. Senza voler essere di parte, dobbiamo ringraziare Anna Finocchiaro per la discrezione e l’equilibrio con cui ha risposto alle accuse che venivano rivolte al suo partito e per aver ricordato ai pidiellini pronti alle crociate che simili comportamenti servivano solo ad acuire le tensioni e a surriscaldare ancora di più gli animi in un’opinione pubblica già molto divisa. Quando è arrivata la notizia della morte della ragazza, dopo il minuto di silenzio, sarebbe stato doveroso continuare a tacere, per rispetto verso chi per tutti questi anni le è stato accanto con amore nonostante le sofferenze che quest’agonia gli procurava. In un Paese civile le opposte fazioni (se è lecito parlare di fazioni di fronte a vicende così delicate) si sarebbero confrontate senza rancori e avrebbero discusso sulle modalità e i tempi per varare una legge sul testamento biologico, invocata sia a destra che a sinistra, a cominciare dal Capo dello Stato i cui appelli, però, vengono recepiti dai Gasparri nostrani solo quando sono funzionali per infangare gli avversari.
Il secondo motivo d’indignazione ce lo ha fornito Mediaset (l’azienda del Cavaliere “difensore della vita e della famiglia”), impedendo a Enrico Mentana di andare in onda con un’edizione speciale di “Matrix” e affidando la diretta dell’evento a Emilio Fede su Retequattro. Avendo visto “Porta a Porta” non posso giudicare se la conduzione di Fede sia stata equilibrata o meno, ma senza dubbio si può definire esecrabile la regione per cui è stato impedito a Mentana di andare in onda: non bisognava disturbare il pianto greco di una partecipante del “Grande Fratello” e consentire a milioni di italiani di assistere alle scene pietose che caratterizzano il reality show. Indignato dalle decisioni dell’azienda, Mentana ha giustamente rassegnato le dimissioni da direttore editoriale di Mediaset e l’azienda, per tutta risposta, ha bloccato la messa in onda di “Matrix” fino al 24 febbraio, quando tornerà nelle case degli italiani con un nuovo conduttore. Qualcuno ipotizzava che la scelta sarebbe ricaduta su un interno; i più maligni avevano avanzato i nomi di Maurizio Belpietro (direttore di “Panorama” ed ex direttore de “il Giornale”) e Giuliano Ferrara (ex PCI e PSI, poi forzista, poi anti-abortista e, a tempo perso, direttore de “Il Foglio” e opinionista di “Panorama”): due personaggi che, in tutti questi anni, si sono sempre distinti per il loro equilibrio e la loro indipendenza da chi li stipendia. Infine, lunedì 16 febbraio in serata, abbiamo appreso che il “Biscione” ha preferito affidarsi alla professionalità di Alessio Vinci, ex capo dell’ufficio di corrispondenza della Cnn a Roma.
A schifarci definitivamente nella vicenda è stata la risposta del Cavalier-padrone che, durante la tradizionale cena del lunedì con gli alleati ad Arcore, avrebbe apprezzato il comportamento di Mentana non in nome della libertà di stampa (non sa neanche dove stia di casa) ma perché così si è tolto l’ultima spina dal suo mazzo di rose, liberandosi di una “primadonna” che “non capisce le nostre esigenze”. Da buono scudiero, Emilio Fede si è schierato al fianco del suo editore e ha commentato: “Capirei Mentana se l’azienda fosse stata assente, ma c’era il mio speciale su Retequattro. Non si poteva andare a reti unificate sulla vicenda”. D’altronde, non c’è da sorprendersi di quanto è avvenuto se si ripensa a ciò che disse il Premier commentando la prima puntata della nuova edizione del “Grande Fratello”: “Ho visto ieri in tv – passavo di lì… - l’apertura del Grande Fratello: è sempre interessante e magnetico”. Già, cosa c’è di più interessante di un pianto greco, di una litigata finta, di uno che entra in un luogo chiamato “Confessionale” e ci spiffera gli affari e le sensazioni sue? Mica penserete davvero che il “difensore della vita e della famiglia” possa ritenere più importante il destino di una povera ragazza e della sua sventurata famiglia? Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione di Mediaset, ha dichiarato che l’azienda si è comportata come la Rai dedicando al caso della ragazza di Lecco lo speciale su Retequattro e una finestra di “Studio Aperto” (Italia 1) alle 23,40. “Raiuno” – ha chiosato Crippa – “ha stravolto il suo palinsesto, mentre Raidue e Raitre hanno proseguito la normale programmazione”. Tutto vero, ma riflettiamo un attimo. Raiuno è la rete ammiraglia della Rai, la più vista e quella con il budget più elevato. Retequattro è la rete meno vista di Mediaset, infarcita di soap opera e programmi di nicchia, con un telegiornale che è quel che è, al punto da essere preso in giro pure da “Striscia la Notizia” e addirittura dal “Bagaglino”. Inoltre, alle 23,40 chi era interessato alla vicenda della ragazza sapeva già tutto, si era informato attraverso “Porta a Porta” (o Fede, a seconda delle idee) e dunque la finestra di “Studio Aperto” era del tutto inutile se non dal punto di vista della cronaca e del prestigio di quel telegiornale. Non è ammissibile che la rete ammiraglia di Mediaset ignori per tutta la serata, fino a mezzanotte, un caso che ha diviso il Paese e colpito anche molti media stranieri, perché prima c’è il fatuo teatrino della Marcuzzi con tutto il suo carico di artificiosità. Eppure così è andata, senza che la vicenda indignasse più di tanto l’opinione pubblica (disinformata e stordita al punto giusto, come da tradizione) né il mondo politico, a parte i soliti noti e chi ancora reclama il diritto di pensare con la propria testa.
A riassumere alla perfezione il problema-dramma di questi tempi ha provveduto ancora una volta il lungimirante Gasparri, affermando a tg unificati che il PD fa manifestazioni inutili mentre il governo realizza fatti. Da ciò si deduce che per il capogruppo del PdL al Senato la difesa della Costituzione e il sostegno al capo dello stato siano “inutili”, così come “inutile” dev’essere per lui anche la manifestazione del giorno dopo, promossa dalla CGIL per stimolare il governo a “produrre fatti” concreti per alleviare gli effetti della crisi economica. Finalmente, dopo averci consigliato per mesi di essere tutti allegri e sorridenti, di cambiare l’automobile e darci allo scialo, anche Berlusconi si è detto preoccupato. Peccato che, mentre il Premier si preoccupa, negli altri paesi abbiano già approvato piani da centinaia di miliardi per dare ossigeno alle industrie e alla popolazione colpita dal cataclisma economico e stiano varando nuovi piani per aggiornare i precedenti e renderli più efficaci. Nello stesso periodo, il Nostro è stato assai impegnato in Sardegna per sostenere il candidato del PdL alle Regionali: tale Ugo Cappellacci, mai visto né sentito né prima né, tanto meno, da quando il Cavaliere lo ha scelto per spodestare Soru e il centrosinistra dalla regione in cui trascorre le vacanze. Noi – ha ribadito Veltroni negli ultimi giorni della campagna elettorale – abbiamo concentrato le nostre energie sulla figura e sul programma di Soru, il centrodestra non è esistito se non per voce del suo creatore, leader e duce (mi si perdoni il latinismo). Anche nell’ultima settimana, mancando un’informazione adeguata, nessuno si è accorto, a parte Pannella e Radio Radicale che infatti hanno denunciato lo scempio, che a Berlusconi e alla sua figurina è stata concessa un’ora e ventinove minuti di esposizione mediatica; a Soru e al PD un minuto e cinquantanove secondi. Su “l’Unità” di domenica, Furio Colombo ha scritto: “Se potessimo, dopo aver vissuto questi giorni di caos politico, rivedere la drammatica sequenza appena attraversata con l’espediente cinematografico di allargare l’inquadratura, ci accorgeremmo che, nell’ampio e rapido piano-sequenza che si è appena concluso, il dominio assoluto conquistato da Berlusconi nel quasi silenzio di tutti, in questa campagna elettorale, compare e ricompare come in un flash stroboscopico, accanto alla battaglia, solo apparentemente “ideale” e di “valori”, della tormentata sequenza Englaro”. Berlusconi, in pratica, è un incubo a puntate che i telegiornali, e anche i programmi d’intrattenimento, ci somministrano a piccole dosi in modo da persuaderci che il Cavaliere sia il “non plus ultra” ma soprattutto da non farci accorgere delle balle e delle enormità che spara ogni giorno senza alcun pudore.
Nel 2001, Indro Montanelli disse in un’intervista a Biagi che sperava nella vittoria elettorale di Berlusconi illudendosi ingenuamente che gli italiani, dopo averlo visto all’opera per la seconda volta, se ne sarebbero vaccinati per sempre. Purtroppo per noi il vecchio Indro si sbagliava. Probabilmente, nell’esprimere il suo augurio, aveva in mente la storia di Mitridate re del Ponto che ingeriva ogni giorno un po’ di veleno per crearsi degli anticorpi e delle difese immunitarie. Al contrario, pare che gli italiani più assaggino Berlusconi più gli piaccia, pur avendo bisogno di qualche anno di pausa tra un disastro e l’altro. Ma poi, favoriti anche dalle divisioni del centrosinistra e dalla scarsa eticità di certi suoi esponenti, il Cavaliere torna sempre in arcione, con il suo governo di “yes-men” e la sua Italietta finta e provinciale ben incarnata dalle dichiarazioni dei membri del suo partito in qualunque circostanza.
A rendere la nuova esperienza di governo ancora più pericolosa delle precedenti, oltre alla crisi, c’è il fatto che, trattandosi di un’opera di distruzione a puntate, adesso Silvio è giunto all’epilogo, all’atto finale (si spera): devastare definitivamente la libertà di pensiero e trasformare i cittadini in sudditi, servi e contenti di servire, bisognosi di un capo-gregge che li guidi, incapaci di prendere autonomamente la minima decisione e fieri che ci sia qualcuno che decide per loro. Berlusconi non è un “uomo forte” (come si poteva definire Mussolini), è qualcosa di molto peggio. Nella storia italiana non si ricorda un capo del governo più crudelmente raffinato nei confronti degli oppositori, pur avendo avuto al potere personaggi come Tambroni che diede l’ordine ai poliziotti di sparare ad altezza d’uomo sui manifestanti.
Il piano di Berlusconi, ispirato a quello di Gelli e di mamma P2, è più complesso e articolato: impadronirsi delle nostre coscienze e annientare psicologicamente ogni forma di ribellione. In questi mesi mi è capitato spesso di sentirmi dire, anche da persone che stimo, che non posso oppormi all’arroganza di chi sta in alto non perché abbia torto ma perché sta in alto. I più fini lo chiamano “principio d’autorità” e lo spiegano così: tu, nella scala sociale e gerarchica, sei più in basso, lui è più in alto quindi quello che dice lui si fa e di quello che dici tu non ce ne importa niente. È un ragionamento perfetto, non fa una grinza, ma nel Cile di Pinochet e nell’Argentina di Videla non in una Nazione che ha vissuto la stagione della Resistenza ed è sempre stata all’avanguardia per quel che riguarda i diritti civili e le libertà individuali. Lo schema corrente è: “ipse dixit” e se chi l’ha detto è un completo imbecille, o un irresponsabile, o anche una persona capace ma che ha detto una fesseria che, se attuata, provocherà solo danni, pazienza.
A furia di ripeterci che non valiamo niente e siamo una massa di debosciati, noi giovani abbiamo finito col crederci e, se oggi ci insultano e ci accusano di essere la feccia del Paese, siamo talmente afflitti dalla “Sindrome di Stoccolma” che siamo solidali con chi ci aggredisce e ci priva di diritti (primo fra tutti, quello al lavoro e alla stabilità economica) un tempo inalienabili.
La libertà e l’autonomia di pensiero sono i primi beni che un cittadino deve avere e custodire e difendere perché senza di essi non si perde solo la democrazia ma anche un tenore e una qualità della vita accettabili. In tutti i paesi in cui sono al governo dei regimi totalitari la qualità della vita è pessima; e anche negli Stati uniti, che non hanno mai subito l’onta di una dittatura, durante la presidenza Bush i cittadini si sono sentiti assai più incerti e vulnerabili rispetto al passato, sconfessando la politica di un presidente che, invece di creare una vera sicurezza, ha instillato nella gente e sfruttato la paura per rivincere le elezioni e si è impelagato in guerre che hanno provocato migliaia di vittime e prodotto risultati ancor più deleteri dei mali che volevano lenire. Se ben ricordate, e qui torna il discorso della memoria, gli americani accettarono di buon grado le restrizioni alla propria libertà che Bush aveva inflitto loro, finché non è arrivato un giovane afro-americano che li ha indotti a pensare, a riflettere e a reagire contro le inaccettabili privazioni di diritti e libertà cui erano stati sottoposti per anni. Come ogni popolo intelligente, gli americani hanno capito e lo scorso 4 novembre si sono ben guardati dal ridare fiducia al partito che aveva espresso un simile vessatore, con tutto che McCain era di un’altra pasta anche a dispetto della vice che si era scelto.
Tra i tanti illustri pensatori che vengono celebrati in questo periodo, ce n’è uno spesso dimenticato: il filosofo John Locke secondo cui l’assolutismo era intollerabile e quando il tiranno andava contro i cittadini questi avevano il diritto di destituirlo. Nella nostra situazione specifica non si tratta di “uccidere” o “cacciare via” Berlusconi con la violenza di un colpo di Stato, per carità, ma semplicemente di comprendere quanto sia pericoloso per la democrazia avallare il suo sistema e fare un uso diverso del proprio diritto di voto.
Roberto Bertoni
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