| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
di Simone Petrelli
Votano. Tutti in fila, avvolti nei loro panni migliori, quelli delle grandi occasioni, gli abiti da festa che tenevano nell’armadio ormai da sedici anni, da quell’ultima tornata elettorale. Votano i cattolici e accanto a loro i protestanti. Votano i pochi musulmani e poi i tanti che hanno abbracciato strani culti. Votano gli animisti venuti dalle campagne. In Angola gli aventi diritto al voto sono circa otto milioni, e oggi sembrano tutti qui, in fila in attesa che le urne aprano. Non ce la fanno a non essere testimoni di un giorno come questo, che a rigor di logica di speciale non dovrebbe avere nulla, e invece per loro, per gli angolani, è nuovo e addirittura rivoluzionario.
In ballo c’è la nomina del nuovo Parlamento, l’ennesimo spunto di confronto tra schieramenti politici. Sarà ancora una volta Mpla contro Unita. Come sempre. Il presidente in carica Josè Eduardo Dos Santos e i suoi contro gli orfani del leader ribelle Jonas Savimbi. I partiti in lizza a dire il vero sarebbero 14, ma gli altri dodici fanno spessore. E’ una contesa per molti versi blindata, e per di più il suo esito sembra scontato. Vincerà il Movimento politico per la liberazione, consolidando uno strapotere che dura ormai da anni.
Metterà in questo modo il sigillo sul trentennale della presidenza di Dos Santos, il politico di razza che si arroccò nel marxismo-leninismo fino al crollo del blocco sovietico per poi affrettarsi a far rientrare dalla finestra gli stessi portoghesi cacciati a calci al tramonto dell’era coloniale. Dos Santos non è uno sciocco, ha fiuto. E’ presidentissimo in una repubblica semmi-presidenziale. Comanda un esercito di professionisti e maestri d’arme che mezza Africa gli invidia. Ha potere di veto su ogni legge del Parlamento. Può nominare a suo piacimento ministri e giudici della Corte Suprema.
In più, è da sempre a capo dell’Mpla, che detiene una salda maggioranza governativa e se ne infischia dei 70 deputati dell’Unita e delle loro reiterate lamentele. “L’Angola è un paradiso per pochi” dicono quelli. E parlano e straparlano di un Paese a due volti, spaccato com’è tra i lussi di Luanda, dove gru meccaniche punteggiano l’orizzonte e le strade sono invase da magnati su vetture da 200mila dollari a caccia dell’ultima spettacolosa boutique, e la tragedia silente degli slums dove tornano a notte fonda migliaia di disperati, pochi spiccioli in tasca e tanta voglia di pace.
E’ vero, l’Angola è il regno della contraddizione. 44 milliardi di dollari guadagnati nel solo 2007 grazie all’oro nero, ma in città la corrente ancora viene e va. Poche strade e tanti analfabeti. Tante risorse e troppe mani avide e straniere pronte a spremere il suolo. Cina e Usa già hanno messo piede nel Paese, con le loro promesse di progresso ed amicizia fraterna. Ma a nascere qui c’è ancora molto da rimetterci. Un bambino su quattro non arriva ai cinque anni, e l’indice di sviluppo umano è ad un livello semplicemente ridicolo.
E’ vero, la corruzione infetta e fa a pezzi le strutture del governo, e a Cabinda gli indipendentisti vogliono ancora la testa del presidente. Ma le cose possono comunque andare. C’è un progetto di riforma, è tutto scritto e pianificato e deciso. Manca solo la maggioranza parlamentare dei due terzi. Per questo queste elezioni valgono tanto. La guerra civile c’è stata, ha mietuto il suo mezzo milione di vittime ed è passata. Quelli che ieri si sparavano addosso, oggi almeno litigano tra le poltrone dell’assemblea nazionale. Se raggiunge la quota, l’Mpla metterà le mani sulla Costituzione, e forse la riscriverà a suo piacere.
Ma la gente è disposta a tutto, ha visto di tutto in patria. E sa che tra i vicini le cose vanno peggio, molto peggio. Il Kenya arranca. Lo Zimbabwe è uno scandalo politico che cammina. La Repubblica Democratica congolese cadrà presto vittima di un nuovo conflitto. L’Angola no. Per il Paese del miele e dei giacimenti c’è una tenue speranza. La stessa che tiene tutti quegli uomini in piedi, ordinati in fila in attesa di depositare quel voto così scontato ma così nuovo.
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