| Mercoledì, 08 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 21:44
Neanche nel caso del povero indiano bruciato alla stazione di Nettuno da tre ragazzi "che si annoiavano", il ministro Maroni accetta che si parli di razzismo. In effetti, è un termine fuori moda, da accantonare per non rendersi protagonisti di "polemiche strumentali" contro il governo Berlusconi, la maggioranza che lo sostiene e certi sindaci-sceriffi che, da quando Maroni li ha sdoganati, si sentono liberi di varare nelle proprie città leggi che farebbero impressione perfino a Himmler. Anche noi, per stare al passo coi tempi, abbiamo deciso di uniformarci e, dunque, da oggi in poi invece di "razzismo" diremo "Giovanni".
Diciamo che dopo il ritorno di Berlusconi e soci a Palazzo Chigi, gli estremisti di destra, che quando si annoiano pensano bene di andare a pestare o a dar fuoco agli immigrati, non si sa perché ma si sentono più tutelati. Il "Giovanni" dilaga in tutta la Penisola, comprese città che un tempo erano considerate isole felici come Parma. Per arginarlo ci vorrebbe una seria politica di contrasto, basata sulla persecuzione degli autori di certi crimini e sul loro discredito in tutte le sedi istituzionali e davanti all’opinione pubblica. Il governo Berlusconi, invece, non alza un dito, né una voce, per condannare seriamente la frangia peggiore e inaccettabile dei suoi sostenitori; e, al contrario, continua a prendersela con Veltroni e con la sinistra per l’eccessivo "buonismo" con cui ha condotto la battaglia contro l’immigrazione clandestina negli anni in cui è stata al governo.
Stando alla vulgata destroide, i tre ragazzi che hanno dato fuoco al barbone indiano che aveva da poco perso il lavoro sono sì tre delinquenti ma "l’unica emergenza è quella dell’immigrazione clandestina" da risolvere con "cattiveria" (Maroni docet). Il solo a definire il tentato omicidio (pardon, lo scherzo o lo svago) di Nettuno un atto grave e intollerabile è stato il presidente della Camera Gianfranco Fini, di cui lodiamo l’impegno con cui da anni combatte il razzismo e la discriminazione contro gli stranieri ma a cui vorremmo ricordare che la legge che rende la vita quasi impossibile agli immigrati nel nostro Paese si chiama Bossi-Fini.
Inoltre, il "governo della sicurezza", sempre per bocca di Maroni, ci informa che "non c’è alcuna emergenza sicurezza", e non gli si può dar torto: da quando ci sono loro, se sei italiano e giri per strada di notte hai, come prima, ottime probabilità di tornare a casa incolume; se hai la pelle scura o un accento slavo, a differenza di prima, corri il serio rischio di incappare in un’orda di neofascisti o di esponenti delle "ronde padane" che ti manifestano chiaramente la loro apertura e la loro solidarietà a colpi di spranga.
Ebbene, quando si è accorto che il "Giovanni" stava diventando un problema serio, il "governo della sicurezza" è corso ai ripari, varando in Senato un pacchetto di leggi che riportano l’Italia indietro di una settantina d’anni. Tra le norme approvate, la più ignobile è quella che riguarda l’obbligo (non scritto, ma di fatto esistente vista l’introduzione del reato di clandestinità e il dovere di ogni cittadino di segnalare i comportamenti illegali alle autorità) per i medici di denunciare i clandestini che si recano in ospedale per farsi curare, con l’ovvia conseguenza che neanche chi è ridotto come l’indiano di Nettuno andrà più in ospedale sapendo che rischia di essere denunciato ed espulso dal nostro Paese. Senza dimenticare la tassa da ottanta a duecento euro per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, l’impossibilità per uno straniero/a di ottenere subito la cittadinanza italiana sposandosi con un italiano/a poiché dovrà rimanere in Italia per almeno due anni e il limite massimo di permanenza nei Centri d’espulsione (CIE) fissato a sessanta giorni grazie a un emendamento dell’opposizione che ha cancellato la vergogna della permanenza nei CIE fino a diciotto mesi (anche se, statene certi, questa norma è uscita dalla porta ma rientrerà presto dalla finestra). Giuseppe D’Avanzo non ha esitato a parlare, su "la Repubblica", di "nuova civiltà dell’odio", scrivendo: "Quel che è accaduto al Senato con l’approvazione delle nuove leggi per la sicurezza è elementare nella sua barbarie. Per un atto di ossequio politico ai desideri xenofobi della Lega, si sono dichiarati inattuali e fuori legge i diritti degli uomini, delle donne, dei bambini che non sono nati qui da noi, che non sono cittadini italiani; che non hanno il permesso di soggiorno anche se nati in Italia; che non vivono in una casa ritenuta igienicamente adeguata dal sindaco; che non conoscono l’italiano; che stanno come una mosca sul naso della "guardia nazionale padana" (ora potrà collaborare con le polizie). La notizia è allora questa: le nuove leggi inaugurano una nuova stagione della civiltà nel nostro Paese". Concordo su tutto ciò che scrive D’Avanzo nel suo articolo, eccetto una parola: "civiltà". A mio giudizio, accostare il termine "civiltà" alle idee della Lega sugli immigrati è come parlare di "umanità" dei nazisti nei confronti degli ebrei o di "tolleranza" di Stalin verso gli oppositori politici. Ciò che è avvenuto in Senato giovedì 5 febbraio è solo l’ultimo atto di una guerra (perché di guerra si tratta) di un partito che fa a pugni con la nostra Costituzione e, infatti, si impegna da anni per stravolgerla e adattarla al proprio disegno razzista e secessionista. Non ci scordiamo che tra gli esponenti di maggior rilievo di quel gruppo spiccano il pro-sindaco di Treviso Gentilini che invita gli extracomunitari ad andare a "pisciare nelle loro moschee" e l’eurodeputato Mario Borghezio, condannato in via definitiva dalla Cassazione per incendio aggravato da "finalità di discriminazione" poiché il 1° luglio 2000 il corpulento piemontese aveva incendiato i pagliericci di alcuni immigrati rumeni che dormivano sotto un ponte della Dora a Torino. Non per essere noiosi, ma è bene che leggiate con attenzione certe dichiarazioni di Gentilini per rendervi conto di chi siano i personaggi che sostengono l’attuale maggioranza. A Venezia, durante l’annuale festa della Lega, il "celodurista ante-litteram" disse: "Voglio la rivoluzione contro i clandestini. Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n'è più neanche Uno. Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il c... a quei giornalisti. Non li voglio più vedere... Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No. Vanno a pregare nei deserti. Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto". E la folla applaudiva, si spellava le mani, lo incitava, intonava il "Va’ pensiero" rendendo anche l’incolpevole Verdi protagonista di una simile onta per il nostro Paese. A parte un profondo senso di disgusto e di smarrimento, dato che i trevigiani continuano a premiare Gentilini e i suoi emuli, di fronte a parole del genere ci interroghiamo su quali possano essere le devastanti conseguenze che scaturiscono da certe affermazioni. Non è eccessivo sostenere che il cerino in mano ai tre ragazzi di Nettuno glielo abbiano messo implicitamente Gentilini, Borghezio e gli altri esponenti della maggioranza che ha introdotto le classi differenziali per gli immigrati, trascinando l’Italia in un baratro di arretratezza e malvagità da cui si sono liberati da tempo pure l’Alabama, il Mississippi e il Sudafrica. Non è eccessivo affermare che chi ha vinto le elezioni facendo leva sulle paure della gente e acuendole ogni giorno, abbia tutta la convenienza ad accrescerle e a rendere i cittadini sempre più feroci e diffidenti. Non è eccessivo ritenere che la disillusione, l’indifferenza e il pregiudizio crescente siano i prodromi di ogni dittatura, le fonti d’ispirazione di qualsiasi dittatore e i chiari segnali che un paese sia allo sbando e abbia perso la speranza e la fiducia in se stesso.
Per fortuna, ha scritto su "l’Unità" Concita De Gregorio, c’è ancora un’Italia che fa finta che la Gelmini, Maroni e gli altri membri di questo governo non esistano e continua a organizzare corsi di italiano per stranieri a casa propria, ad assistere chi ne ha bisogno senza percepire un soldo e, anzi, sobbarcandosi sacrifici economici non indifferenti.
Personalmente, sono orgoglioso di appartenere a questa Italia, di essere nato in una famiglia che mi ha insegnato che tutti vanno rispettati, a prescindere dal loro ruolo e dalla loro posizione sociale, e di essere figlio di una madre che per anni ha tenuto dei corsi di alfabetizzazione per ragazzi stranieri e ogni giorno si impegna al massimo per insegnare ad alunni che provengono da una trentina di paesi diversi, hanno usi, costumi e tradizioni diverse eppure sono felicissimi di vivere in Italia e di integrarsi con i loro coetanei che seguono "Amici" e tifano per la Roma, per la Lazio o per la Juventus. Mia madre mi racconta che spesso gli stranieri sono i suoi alunni migliori, i più rispettosi, che le loro famiglie si presentano ad ogni colloquio con gli insegnanti e chiedono addirittura scusa per le difficoltà che ancora incontrano con la lingua italiana. Ho provato un senso di commozione quando mamma (che insegna educazione tecnica alle medie) mi mostrò le immagini del presepe che aveva realizzato con i suoi studenti e mi spiegò che la maggior parte delle pecore e delle rifiniture le avevano preparate ragazzi musulmani che, magari, non seguono l’ora di religione ma non si tirano certo indietro quando c’è da aiutare gli altri.
Nella scuola in cui insegna mia madre sono rappresentate circa cinquanta nazionalità e non ho mai sentito parlare di bullismo, di discriminazione o di altri episodi riprovevoli, a dimostrazione che la vera emergenza non sta certo tra le mura scolastiche. Un altro episodio, tra i molti che conosco, di cui voglio parlarvi è quello di un mio compagno alle elementari, indiano, che ogni giorno si portava per merenda una specie di focaccia; era così buona che alla fine, per mangiarsene un po’ anche lui, chiese alla madre di prepararne di più per portarle ai compagni. E mi rimarrà sempre negli occhi l’immagine di questa madre che si presentò a una riunione con un vestito tipico della sua terra: era così elegante e raffinato che tutte le mamme dei miei coetanei rimasero a guardarla a bocca aperta, ammirando la serietà e l’importanza che questo popolo attribuisce alla scuola.
Nel corso di una vacanza-studio a Nottingham feci amicizia con un gruppo di ragazzi serbi e mi colpirono molto le parole di una certa Jasmina che, nonostante l’operazione NATO cui partecipammo attivamente nel 1999, disse di non avere nulla contro gli italiani e di stimarci molto come popolo e come persone. Per questo, faccio sempre più fatica a vivere in questo Paese, diventato razzista e pieno di fobie. Ogni istante che passa cresce in me un desiderio di ribellione contro chi ci sta iniettando nelle vene i germi della paura del "diverso" e dell’odio verso i più deboli. L’ipocrisia di chi condanna la ferocia degli altri ma, in realtà, la alimenta e la protegge con le proprie leggi non è più accettabile. Così come non sono accettabili il muro fatto erigere da Zanonato (PD) a Padova e alcuni provvedimenti presi da Variati (sempre PD) a Vicenza,
Noi che non abbiamo niente in comune con Gentilini e coloro che lo applaudono dobbiamo essere orgogliosi di questo, non seguirli su quella strada che conduce al disprezzo e alla violenza. Se qualcuno ci chiede perché ci crediamo superiori, dobbiamo rispondergli che la sua è una domanda retorica perché non si può essere inferiori a chi pronuncia le frasi di Gentilini, di Borghezio, di Tosi o di certi pidiellini nostalgici del fez e del manganello. La superiorità, attualmente, non è culturale (anche se pure su quella ho pochi dubbi) ma morale e sta nella differenza tra chi, nella propria azione politica, si rifà alla Costituzione e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e chi, a quanto pare, non trova poi così aberranti le idee espresse dall’omino coi baffi nel "Mein Kampf".
Roberto Bertoni
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