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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Sognando unâ??Italia diversa (Lettera aperta a Walter Veltroni)
Sognando unâ??Italia diversa (Lettera aperta a Walter Veltroni) Per qualcuno è un leader saggio e carismatico, per qualcun altro è l’unica speranza che abbia l’Italia di incamminarsi lungo una strada di vere riforme utili per i cittadini, per altri ancora è l’artefice segreto della caduta del governo Prodi e un personaggio da disarcionare al più presto. Lascio ai lettori il giudizio su chi sia Walter Veltroni. Dal canto mio, ritenendolo comunque una persona aperta alle istanze dei giovani, mi permetto di scrivergli una lettera (che credo interpreti i sentimenti di molti miei coetanei) per spiegargli che Italia, che politica e soprattutto che sinistra vorremmo per guidare il Paese fuori dalle tante crisi in cui versa attualmente.

Caro Walter Veltroni,
ho diciotto anni, alle ultime elezioni le ho dato fiducia e, sia pur con qualche tentennamento, sono pronto a rinnovarla al suo partito anche alle Europee del prossimo giugno nonché alle amministrative del mio paese. Le scrivo perché credo che lei sia la persona più indicata per discutere in modo sereno dei problemi che sta attraversando il versante riformista della sinistra italiana, di cui il PD aspira ad essere l’artefice e il protagonista.
Partendo dal suo impegno personale, apprezzo molto i viaggi in giro per l’Italia che compie almeno una volta l’anno perché penso sia importante, per un leader politico, conoscere da vicino le persone e le esigenze di cui intende farsi portavoce e che vuole rappresentare in Parlamento e nelle istituzioni. Spero che la sua tenacia e la sua convinzione nel portare avanti la battaglia per le riforme riescano non solo a far recuperare voti a un partito sceso sotto il venticinque per cento dei consensi, ma prima ancora a restituire fiducia e speranza a chi viene ad ascoltarla in piazze e teatri.
In Italia, è stato tra i primi a sostenere la candidatura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti poiché era rimasto colpito dal carisma e dalle idee innovative di questo giovane senatore dell’Illinois che ora è a capo della super potenza mondiale. Alla fine dell’introduzione all’edizione italiana de “L’audacia della speranza” che ha curato per la Rizzoli, ha scritto: “Qualunque sarà il suo cammino, ovunque i suoi passi lo porteranno, io credo che le idee e la visione di Barack Obama possano aiutarci. A credere che i ragionamenti, i progetti e i programmi possono convivere con le emozioni, i sentimenti, i princìpi che colpiscono l’anima delle persone e diventano collettivi, diventano energia in grado di cambiare la realtà. A mantenere di fronte a noi il grande compito di ridurre le disuguaglianze, di creare le condizioni perché vi siano le stesse chances per tutti, di sostenere chi non riesce a farcela da solo e di offrire strumenti in più a chi invece è in grado e ha talento. Ad avere, come è scritto alla fine del libro, <<l’audacia di credere>>. Credere che nelle nostre mani e nelle nostre menti c’è il controllo, e quindi la responsabilità, del nostro destino. Credere che nonostante tutte le prove contrarie, in una nazione lacerata dal conflitto si può ricostruire quello che è il bene più prezioso: il senso di essere una comunità”. Se ripetesse queste parole nelle piazze e nei teatri, i soliti saccenti la accuserebbero di essere un “buonista”, un tipo alla “volemose bene”, ma la gente vera, coloro che non arrivano alla fine del mese e soffrono ogni giorno per le pessime riforme dei ministri che ci ritroviamo, probabilmente comincerebbero a riflettere, a prendere in considerazione l’idea che un’Italia diversa si può realizzare veramente se ci si unisce e si collabora tutti insieme, superando antichi egoismi e litigiosità.
Sono certo che uno dei motivi per cui Romano Prodi vinse, sia pur di un soffio, le elezioni del 2006 fu il fatto che ebbe il coraggio di parlare agli italiani di speranza, di annunciare loro che il suo primo obiettivo era quello di restituire un po’ di felicità a chi aveva sofferto negli anni del secondo governo Berlusconi. Felicità e speranza, a pensarci bene, sono due parole astratte. Per molti non significano nulla, sono termini insulsi e in antitesi con l’attività di un politico, ma è vero esattamente il contrario. Di sicuro anche lei la pensa come me, ma temo che rinunci ad usare certi termini per paura di essere considerato un venditore di fumo, di parlare di sogni e di utopie ad un popolo che non ha più neanche la forza di alzare lo sguardo. Ebbene, è proprio questo il momento di tornare ad alzare lo sguardo, di tornare a credere in se stessi, di deporre il cancro della rassegnazione e del pessimismo e di guardare al futuro non col falso ottimismo di Berlusconi ma con un ottimismo motivato dalla certezza di potercela fare.
Martedì 27 gennaio, ospite a “Porta a Porta”, lei ha corretto il titolo della trasmissione (“Adesso parlo io”) dicendo che adesso e parlo vanno benissimo ma bisogna smetterla di dire sempre io e si deve tornare a parlare di noi, di comunità, di proposte e iniziative collettive. Ha anche ricordato che, in America, la vera differenza tra McCain e Obama è stata rappresentata dal fatto che McCain dicesse sempre io e facesse appello all’individualismo sfrenato del pensiero di Bush mentre il motto di Obama è “Yes we can”; possiamo farcela ma solo remando tutti nella stessa direzione.
L’errore più grave che potrebbe commettere adesso sarebbe quello di lasciarsi ingabbiare dal cosiddetto “obbligo di essere concreti”. La concretezza, per carità, è una virtù imprescindibile per un politico, ma quando essa sfocia nel cinismo e in un’eccessiva disinvoltura diventa dannosa. Se Berlusconi, i suoi epigoni e i suoi giornali la dipingono come un pupazzetto all’acqua di rose o un fanfarone incapace di fornire proposte concrete è perché loro non hanno altri mezzi a disposizione se non la demonizzazione dell’avversario e il cinismo all’ennesima potenza. Berlusconi vince perché parla al lato peggiore delle persone, ne stuzzica l’egoismo, ne sollecita l’individualismo, le spinge a scegliere il peggio dopo averle convinte che gli ideali sono sciocchezze, i sogni un simbolo di debolezza e che le uniche cose che contano davvero siano il denaro e il successo. Le ultime elezioni le ha vinte giocando sulla paura della gente, convincendola di vivere in un Paese di sfacelo, facendole credere che la libertà sia un male e che ci sia bisogno di una guida forte e autoritaria invece che di una seria libertà di pensiero e d’espressione. Berlusconi, come dimostrano le sue dichiarazioni e i suoi comportamenti, non sa neanche cosa sia il rispetto per il prossimo ma ha avuto l’intelligenza di riuscire a far credere che l’unico rispetto valido sia quello fondato sulla paura, che si debba rispettare gli altri non in quanto persone ma solo perché sono superiori di grado o possono farti dei favori. Non è un caso che da quando è tornato a Palazzo Chigi siano aumentati gli episodi di violenza e rappresaglia nei confronti dei più deboli (donne, immigrati, barboni ecc.). Ovviamente, in tutto questo non ha una responsabilità diretta ma senza dubbio ne ha una implicita. I più ricchi, i figli di papà, quelli che non devono lottare per garantirsi un futuro, infatti, si sono convinti che l’immigrato sia un verme, uno che viene a rubarci il lavoro e stuprare le nostre donne: perché dunque averne pietà anche quando è un poveraccio che non ha fatto niente di male? E perché rispettare un barbone che dorme su una panchina? Mica può elevarci socialmente, mica è ricco, mica è famoso. La donna, poi, non è una persona, non ha una dignità; è solo un oggetto del nostro piacere perverso, una “squinzia” qualunque con cui giocare come se fosse una bambolina. Questi sono i messaggi subliminali che Berlusconi ha mandato agli italiani in tutti questi anni. Li ha convinti che evadere le tasse, in fondo, non sia poi così male, che quando non si ha un centesimo in tasca bisogna investire (non si sa  né come né in che, ma così dice il Cavaliere), che la colpa della crisi sia tutta di quei “fannulloni” degli statali prontamente vessati dal grande statista Renato Brunetta, che alle elementari tutti i bambini debbano indossare lo stesso grembiulino perché – giustamente - la formazione di un buon piduista deve cominciare fin dalla più tenera infanzia. Le parole che più detesta sono futuro, speranza, coesione, condivisione, unità (per quella poi ha un’allergia particolare, considerando che è il nome del giornale dell’avversario di Berluscon-Cappellacci in Sardegna), ottimismo, a meno che non lo si intenda a modo suo, autorevolezza, pietà. Difatti i suoi giornali e le sue televisioni non le usano mai, al massimo scelgono dei sinonimi.
Da patria dei diritti e della civiltà giuridica, l’Italia si è trasformata in un Paese in cui la paura viene chiamata rispetto, l’autoritarismo autorità (due parole orribili e contrarie ad ogni forma di democrazia) le ignobili disuguaglianze sociali sono considerate esempi di meritocrazia; e si invocano sempre leggi più severe contro chi già è esausto e sconfortato.
Avendo vivo davanti a me l’insegnamento di professori che accettano le critiche, discutono con gli studenti, si confrontano, mostrano una straordinaria apertura mentale e sono pronti, se necessario, a tornare sui propri passi, dico che tutto questo non deve finire, non dev’essere annientato, distrutto, ridotto a un caso marginale di cui nessuno sa nulla. Tutto questo va esibito come esempio, diffuso, spiegato a chi la pensa diversamente per fornirgli una testimonianza diretta di quanto sia migliore una società in cui alla prepotenza e all’imposizione si preferiscono il dibattito e l’accettazione delle idee degli altri.
Una delle frasi che la mia professoressa di latino e greco ripete più spesso è: “Io non ho mai creduto nelle note, credo nella virtù del dialogo come ci insegnano i classici”. Sono questi, caro Walter, i nostri insegnanti; sono tutt’altro che persone ignoranti come ha avuto il coraggio di sostenere la Gelmini  o “fannulloni” come ripete il trio Berlusconi-Tremonti-Brunetta.
Se c’è una cosa che lei dovrebbe fare in questa campagna elettorale è farsi un giro nelle scuole, andare a rassicurare il futuro di questo Paese, portare parole di comprensione e di conforto a una categoria massacrata e privata del minimo rispetto sia dai governi di centro-destra che, ahimè, se lo lasci dire, da quelli di centro-sinistra con ministri pieni di pregiudizi.
Sarei molto felice se lei venisse a sentire la mia professoressa di matematica quando afferma che per lei la prima cosa che conta è che un ragazzo sia sereno e felice di venire a scuola, che ama i suoi studenti come i suoi figli, che crede in noi, nei nostri valori, nei nostri sogni, nelle nostre ambizioni e nella sincera passione che mettiamo per costruirci un domani. Vorrei che leggesse questo tratto di un’intervista che la professoressa mi rilasciò sul finire del 2007: “I ragazzi di oggi sono diversi da quelli di ieri e ancor più da quelli dell’altro ieri ma sono comunque dei ragazzi motivati, con degli ideali e nei quali bisogna investire e credere. L’unica cosa è che i ragazzi di oggi, spesso, sono un po’ più deboli rispetto a quelli di ieri. I ragazzi di ieri erano abituati e più preparati ad avere sconfitte e sapevano sostenerle meglio (un’interrogazione che andava male ecc.); erano più forti e sapevano affrontare meglio le problematiche. I ragazzi di oggi tendono di più a deprimersi, ad abbattersi, a buttarsi giù e questo è un problema, legato non solo alla scuola ma ad un discorso caratteriale che ancor più spesso risale alle famiglie”.
In un Paese incattivito e vecchio nell’animo, il problema principale non è neanche il ricambio generazionale (anche se è un problema da affrontare senza esitazioni, soprattutto da chi sostiene l’urgenza di una politica riformista); il problema principale è svecchiare l’animo dei miei coetanei, combattere i tuttologi e gli scribacchini da due soldi che imbrattano i giornali con ampollose riflessioni su quanto abbiamo bisogno del “buon papà” (il Cavaliere) che ci prenda per mano e ci guidi dove vuole lui.
In questo momento, in Italia, c’è più che mai bisogno di un’alfabetizzazione democratica perché troppe persone non credono più nei princìpi basilare della democrazia.
E allora proviamoci insieme a pronunciare le parole che la destra nasconde. Gridiamole nei comizi, nei discorsi, nelle piazze, facciamole comprendere agli amici, ai familiari, a tutti coloro che oggi sono disillusi e a giugno hanno deciso di non andare a votare.
Dimostriamo di essere veramente in antitesi con chi vuole prendere le impronte ai bambini rom, con chi perseguita le prostitute come se fossero lo sterco del diavolo anziché poveracce da accogliere in appositi centri di recupero, con chi giustifica pestaggi e aggressioni, con chi esalta la presunta superiorità della “razza padana”, con chi si presenta in camicia nera e dice di avere altro a cui pensare quando gli si fa notare che non si possono avere esitazioni nel proclamarsi antifascisti.
Sosteniamo le battaglie di chi si sente offeso da un Parlamento in cui una settantina di personaggi che mai vi sarebbero dovuti entrare sporca il nome di un’intera istituzione. Smettiamola di salvare da doverose dimissioni un personaggio come Cosentino, sottosegretario all’Economia, accusato da sei pentiti del clan dei Casalesi e indagato dalla Dda di Napoli per collusioni con la camorra. Invitiamo tutti insieme il Pdl a smetterla di salvare il senatore Di Girolamo, eletto all’estero e sotto inchiesta per aver falsificato la propria nazionalità. Non candidiamo mai più nelle nostre file i Villari in Parlamento e, per le Europee, preferiamo personalità più fresche e capaci dell’assai discutibile Bassolino. Evitiamo che si creino ulteriori tensioni e spaccature al nostro interno e tra la popolazione. Rimaniamo uniti sotto un’unica bandiera, ascoltando e apprezzando le voci di dissenso come si fa in democrazia, e condannando senza appello chi si permette di insultare il Capo dello Stato perché non è con le urla furiose o con le esagerazioni che ci si rende utili per la Nazione.
Insomma, caro Walter, proviamo a sognare insieme un’Italia diversa perché questa non ci piace, è gretta, è triste, non ha orizzonti e non può andare lontano finché non trova il coraggio di ribellarsi contro chi la sta lacerando e la sta privando del domani.

Cordialmente,
Roberto Bertoni
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