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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Obama e il desiderio di fare politica
Obama e il desiderio di fare politica Spesso, in passato, mi sono chiesto se la mia non fosse solo una passione un po’ superiore alla norma, se il mio crescente interesse per la politica in un periodo in cui la maggior parte dei miei coetanei se ne allontanano, o la ignorano del tutto, non fosse un sentimento passeggero. Poi, nel gennaio del 2008, è comparso sulla scena mondiale un giovane senatore afro-americano, accompagnato da una moglie bellissima e da due bambine che ispirano gioia e tenerezza soltanto a guardarle. È nato alle Hawaii, era senatore dell’Illinois, inizialmente aveva contro tutti i sondaggi e gran parte del Partito Democratico americano, che appoggiava la Clinton ritenendola il cavallo più forte su cui puntare. Eppure, questo ragazzo ambizioso e sincero non si è dato per vinto, e nel grigiore di un Paese segnato da otto anni di pessima amministrazione politica ha cominciato a parlare di fiducia, di speranza, di ottimismo, della possibilità di costruire tutti insieme un avvenire più giusto e migliore. “Yes we can” ripeteva ad ogni comizio, per far capire alle folle sempre più numerose che venivano ad ascoltarlo che con l’impegno di tutti anche il cambiamento più radicale e all’apparenza assurdo può diventare realtà. Nessuno gli dava credito quando si mostrava accanto alla moglie Michelle e si proponeva come il simbolo di una politica diversa, per nulla aggressiva, per nulla unilaterale, per nulla volta a conservare lo “status quo” ma, al contrario, tesa a rinnovare le radici profonde di una Nazione stanca e disillusa. “Cambiamento” è stata la parola chiave della sua campagna elettorale, la colonna sonora dei suoi discorsi, il motto che lo ha reso celebre in tutto il mondo, facendolo apprezzare anche da chi continua ad avere idee diametralmente opposte alle sue e magari non lo avrebbe votato comunque. Oggi è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e, dalle immagini che osserviamo in televisione, si nota come l’intero popolo americano sia in festa, come se si fosse liberato da un macigno che lo gravava ogni giorno di più.
Mentre ascoltavo il discorso d’insediamento di Obama, con tutti quei riferimenti alla giustizia, all’uguaglianza, agli straordinari passi avanti compiuti dall’America in fatto di diritti civili, alla necessità di tendere una mano e di dialogare concretamente con chi ha idee diverse, pensavo con una punta di masochismo a ciò che accade invece in Italia. L’indomani, leggendo i giornali, ne ho avuto la conferma. Su alcune testate, anziché cogliere la freschezza e l’importanza delle parole pronunciate da Obama davanti a una marea sterminata di persone (è stata la cerimonia inaugurale di una presidenza più attesa e seguita di tutti i tempi), i soliti ottimisti a corrente alternata (ottimisti quando glielo impone il capo, pessimisti della specie più cupa quando l’ottimismo viene dall’altra parte, anche sul piano internazionale a quanto pare) si chiedevano cosa avesse detto mai di così interessante, spiegavano perché non si erano emozionati neanche un po’ e cosa avrebbe dovuto dire secondo loro, come se qualcuno avesse perso il sonno per sapere cosa avrebbero detto loro e per leggere le presuntuose affermazioni di giornalisti che devono remare contro tutto ciò che è in odore di sinistra per non mettere a rischio la carriera.
Allora, il quadro si è schiarito e ho messo insieme i vari tasselli, riflettendo pure su ciò che è successo in Italia lo scorso aprile. In un mondo che corre sempre più a velocità doppia e dimostra in ogni circostanza la necessità di rinnovarsi e liberarsi dalle vecchie e obsolete ideologie, da noi è tornato a Palazzo Chigi un signore di settantadue anni che non sa neanche cosa sia il confronto (neanche quello interno con gli alleati, figurarsi le Primarie sul modello americano) e che in nove mesi di governo è riuscito a minare ulteriormente le già labili certezze di una popolazione spaventata e assai preoccupata per il futuro proprio e dei propri figli.
Non sapendo da che parte incominciare, Berlusconi e i suoi epigoni, nonché i “mezzi d’informazione” al seguito, non hanno trovato di meglio che vessare gli statali, insultare gli insegnanti, prendere le impronte ai bambini Rom, trasformare le città italiane in una Colombia a cielo aperto che pare uscita da un libro di Marquez e seminare ovunque paura e insicurezza. Senza dimenticare l’esautorazione del Parlamento, l’abolizione di qualunque forma di dialogo istituzionale, l’invito a Veltroni e all’opposizione a prendersi cinque anni di vacanza per lasciarli distruggere il Paese indisturbati e le violentissime rappresaglie minacciate contro i giornalisti e i magistrati (compreso il prefetto Mosca a Roma, sostituito dal centrodestra per aver tentato di arginare l’infamia di marca fascista delle impronte ai bambini Rom) che non dimostrino obbedienza e una ferrea disciplina di stampo piduista. È chiaro ora quale sia la principale differenza tra noi e gli Stati Uniti? La crisi economica c’è anche lì, anzi è partita da lì, di problemi ne hanno a iosa, di guerre ne devono fronteggiare ben due su scenari tutt’altro che agevoli; lì però si sono affidati ad un uomo che infonde coraggio ai più deboli, che tende la mano a chi non arriva alla fine del mese, che ha fatto della lotta contro il razzismo e la discriminazione la propria bandiera e si è sempre mostrato attento e comprensivo nei confronti degli avversari e delle loro ragioni.
Riflettendo su questa situazione, mi sono ricordato delle belle parole che pronunciò Sabina Guzzanti durante la manifestazione in Piazza Navona dello scorso 8 luglio: “Stiamo tutti imparando a fare politica”. Stavolta non è che possiamo, dobbiamo e basta.
Ho diciotto anni e tutta la vita ancora davanti ma non ce la faccio più a vivere in un clima di perenne scontro e tensione, non ce la faccio più a sopportare questa politica distante ed assente, non ce la faccio più ad assistere alla disgregazione del partito cui ho dato fiducia in aprile e cui sono intenzionato a confermare la fiducia anche alle prossime Europee.
Vedo intorno a me moltissime persone scoraggiate, disilluse, talvolta perfino tormentate dai propri dubbi e la domanda che mi sento porre più spesso è: “Ma come fai ad essere così ottimista?”. È semplice: guardo avanti, non ho tempo per essere pessimista e quindi mi affaccio dalla finestra per capire ciò che accade nel resto del mondo e mi convinco ogni giorno di più che una politica diversa è possibile realizzarla anche in Italia.
A scuola, ho avuto il dolore di sentire una persona cui tengo moltissimo dire: “A me fa schifo tutto, compresa me stessa”. Forse scherzava, forse l’avrà detto con ironia, forse si trattava di un’esagerazione dovuta ad un particolare stato d’animo di quel momento; fatto sta che quella frase mi torna sempre in mente e mi fa ribollire il sangue. Come possiamo accettare – mi chiedo – che i ragazzi, il nostro domani, la speranza di questo Paese, le “sentinelle del mattino” come ci chiamava Giovanni Paolo II, si facciano schifo? Come possiamo accettare che i dipendenti pubblici siano considerati tutti fannulloni, per di più da un personaggio su cui un’inchiesta de “L’Espresso” ha dimostrato che ci sarebbe parecchio da discutere? Come possiamo non ribellarci di fronte al razzismo feroce e sconsiderato che sta colpendo pure città un tempo ritenute isole felici quali Parma e Bologna?
Nel mio piccolo ambiente scolastico, ho spesso assistito a stupendi atti di solidarietà e di amicizia, a discussioni in cui c’era un vero confronto, anche aspro, in cui le persone parlavano una per volta e si rispettavano a vicenda. Ho visto insegnanti confortare gli alunni in lacrime, consolarli, dar loro consigli utilissimi per il futuro e ne ho visti altri stare a scuola anche dodici ore al giorno per rendere l’ambiente in cui lavorano efficiente e sereno.
Proprio in questi giorni, un professore di italiano con cui sono in ottimi rapporti mi ha parlato del suo modo di fare con gli alunni, della sua necessità di dialogare con loro, di apprendere da loro, di non chiudersi in se stesso, di non insegnare servendosi di dogmi, princìpi autoritari e una miriade di nozioni piovute dall’alto e prive di collegamento. Mentre passeggiavamo, mi ha detto che per lui gli alunni rimangono alunni anche quando finiscono il liceo, che lui non ha mai avuto gratificazioni economiche dal proprio lavoro ma ha sempre ricevuto splendide gratificazioni dai propri ragazzi.
Ho avuto la fortuna di incontrare e voler bene alla mia insegnante di matematica fino ad instaurare un rapporto di reciproca stima e amicizia di cui non mi vergogno affatto, né ho remore a parlare di amicizia come se fosse un sentimento sbagliato, nocivo o lesivo del rispetto dei ruoli. Grazie al suo impegno e alla sua dedizione, mi sono appassionato a materie estremamente ostiche come matematica e fisica, ho compreso che il voto non conta nulla di fronte ai messaggi e agli insegnamenti che mi trasmette quotidianamente, ho colto una sorta di valore letterario e, se vogliamo, universale nella matematica perché in fondo, nella vita, bisogna sempre fornire una dimostrazione e agire secondo un procedimento logico per ottenere il risultato che ci siamo prefissi.
È per questo che mi piacerebbe impegnarmi attivamente anche in un settore assai screditato come la politica, proprio perché quella attuale non mi piace, proprio perché sono stanco di subire passivamente e di arrendermi, proprio perché sento il dovere morale di ripagare in una qualche misura tutte le persone che mi hanno regalato la gioia e la speranza che mi animano oggi, nonostante la crisi, con il loro esempio e la loro semplicità.
Sono figlio di un’insegnante e di un ricercatore, i miei bisnonni furono onorati con i funerali di Stato per aver contribuito anche gratuitamente all’alfabetizzazione degli abitanti del piccolo comune di Falvaterra (in provincia di Frosinone), vado orgoglioso delle mie origini e non posso più tollerare i soprusi perpetrati ai danni della scuola da un ministro che per ricevere l’abilitazione ad esercitare la professione di avvocato è dovuta andare a fare l’esame a Reggio Calabria perché a Brescia era certa di non passarlo.
Cambiare è possibile, anzi è doveroso, ma per riuscirci bisogna tornare a remare tutti nella stessa direzione, a pensare e ad agire insieme. Prima di tutto, bisognerebbe togliere le ragnatele a termini che da noi, in televisione, non si sentono mai mentre Obama ne ha fatto dei capisaldi: futuro, speranza, cambiamento, tolleranza e altre parole che mal si conciliano con le idee di un ministro “castigamatti” come Maroni o con le uscite del prode sindaco Alemanno che in estate si accanì perfino con chi, per trovare qualcosa da mangiare, è costretto a rovistare nei cassonetti.
Il desiderio di fare politica, nel mio caso, va al di là dei partiti e degli schieramenti, e non nasce dall’ambizione ma dalla ferma volontà di non arrendermi più perché è dai piccoli gesti, dalle piccole testimonianze che nascono poi i grandi movimenti e le grandi affermazioni di princìpi. Se il 1° dicembre 1955 Rosa Parks avesse ceduto il proprio posto ai bianchi e si fosse andata a sedere sul retro dell’autobus come le era stato ordinato dal conducente, di sicuro non sarebbe stata arrestata e avrebbe avuto una vita più semplice ma probabilmente ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che un nero potesse diventare Presidente della più grande potenza mondiale.
Ad animare questa mia passione, ad ispirare questo mio desiderio e questa voglia di trasferire sul piano concreto il mio impegno a favore degli altri, oltre ai motivi che ho elencato, concorre anche il messaggio di una frase di Kennedy: “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.

Roberto Bertoni
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