| Sabato, 04 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 10:51
(dalla prefazione)
Se un brillante e sperimentato conduttore della prima rete televisiva pubblica, che va in onda da anni, un giorno sì e l’altro pure, con costante successo sente il bisogno di aprire un suo sito ufficiale (con tanto di news, galleries, video ecc.); se in questo sito decide di scrivere il suo diario, riuscendo ad aggiornarlo con una frequenza quasi quotidiana
(nonostante l’ immaginabile mole di impegni professionali e personali); se ad un certo punto decide persino di trasformare il diario in un vero e proprio blog, accettando e, anzi, cercando la sfida
dell’interattività; se, infine, decide di raccogliere una selezione di questo
diario in volume (il libro che avete tra le mani); beh, allora dobbiamo
farci domande serie e cercare risposte convincenti.
Cucuzza sa bene, del resto, che la comunicazione, in tutte le sue
forme, è un sistema di relazioni assai complesso, potentissimo e fragile,
al cui interno l’ offerta della propria “verità”, non è mai un atto ingenuo.
Il suo diario non fa eccezione, tanto più in quanto è il diario
pubblico di un personaggio pubblico, e, per quanto sia scritto dalla
“persona” Michele, esso non può che essere, al tempo stesso, una
componente del suo “personaggio”.
Alla prima e più elementare domanda che ci si potrebbe fare, quella
sul grado di narcisismo dell’Autore, risponderò alla fine di queste
brevi note. Mi interessa di più, ora, comunicare alcune delle mie impressioni
di lettore di lunga data del diario. Da esse, spero, risulteranno
chiare (e, mi auguro, di qualche utilità per il lettore) le mie domande
e le mie risposte.
Nel diario ci sono molte notizie, e moltissimi commenti a notizie.
Cucuzza è giornalista anche quando sembra riflettere con se stesso.
Non solo per la curiosità, che lo spinge ad avvertire, a “fiutare” le novità
nei settori più disparati; ma anche, e soprattutto, perché commenta
e generalizza partendo sempre dai fatti, da uno spunto anche minimo.
Questa attitudine è una costante, si tratti di attualità politica, di questioni
sociali, della condizione giovanile, di immigrazione, di criminalità
organizzata; oppure di uno spettacolo teatrale, di un libro letto, di
un film visto.
Tuttavia, in questo avvincente diario l’ulteriore conferma delle
qualità giornalistiche dell’Autore si accompagna alla scoperta di tratti
significativi della sua personalità e del suo modo di sentire, che
nell’attività strettamente professionale si intuiscono, ma non possono
ovviamente emergere con altrettanta chiarezza. E questo, per i lettori,
è un elemento molto invitante, dal momento che una delle caratteristiche
assodate del lettore-tipo è un certo tasso di voyerismo, in cerca di
identificazione.
Scopriamo così, in primo luogo, un Cucuzza che definirei “sobriamente
ed integralmente democratico”, cioè rispettoso dei doveri e
dei diritti dei singoli; nemico dell’ illegalità e del disprezzo delle regole;
lontano dalle appartenenze ideologiche; insofferente del “teatrino” della
politica politicante; indignato per l’immobilismo, l’autoindulgenza, la corruzione
e la prepotenza affaristica di una parte (non irrilevante) della società italiana,
secondo quello stesso spirito che dalla fine del Rinascimento ad
oggi, tradendo la propria formidabile storia (cultura, arte), si trascina
nel trasformismo del “Franza o Spagna...”, con quel che segue.
Scopriamo, poi, che Cucuzza è davvero “dalla parte” delle nuove
generazioni. Certo egli lo aveva già dimostrato in molte occasioni, e
organicamente nel suo ultimo libro, Sotto i quaranta. Storie di giovani
in un paese vecchio, ma nel diario l’argomento si arricchisce di episodi
e denunce, di consigli e incoraggiamenti. Tanto vera è la sua solidarietà
nei confronti della difficilissima condizione giovanile nell’Italia
odierna, che per lunghi mesi Michele ha ospitato nel suo sito, accanto
al proprio diario, quello (molto interessante, ironico e dolente) di una
giovane precaria, Lorenza Fruci, che si firmava con il buffo pseudonimo
di Lo So Lo (un estratto di questo singolare diario è riportato nei
contenuti extra). L’interesse per il mondo giovanile tocca, in Michele,
corde ancora più personali; va di pari passo con la sua grande carica di
amore paterno per le due (belle e brave) figlie, ma anche, più sottilmente,
con il suo amore filiale per il vecchio padre (Salvatore, il professore
gentile e gentiluomo) e per l’amatissima mamma scomparsa,
la signora Teresa Intelisano Cucuzza.
Michele – è la terza scoperta – ha il culto degli affetti familiari, ai
quali è legato con una forza impressionante, ma non per questo convenzionale.
Nel suo caleidoscopio sentimentale ha un ruolo sicuramente
centrale la figura materna, ma non meno importanti sono la fedeltà
al rapporto con il padre, ed il suo sforzo di genitore, due volte
separato, di due figlie che vivono in due diversi Paesi, per fare di questa
condizione difficile una risorsa, una perenne fonte di attenzioni,
scambi affettivi, viaggi, dei quali il diario registra una quantità di episodi,
anche minimi.
La quarta ed ultima scoperta riguarda il carattere di Cucuzza. Che
può essere solo indirettamente dedotto o ipotizzato, stante l’elegante,
infrangibile barriera di riservatezza che egli oppone, pur senza omettere
notizie ed episodi, a chiunque volesse impadronirsi brutalmente dei
“segreti del cuore”, i suoi e quelli delle persone a cui tiene.
Ebbene, se leggerete il diario con attenzione, vi accorgerete che
Michele: non è accomodante e non permette a nessuno di scambiare la
sua cortesia per debolezza e accondiscendenza; è umile con chi stima
veramente (si legga il bellissimo post sul suo incontro casuale con
Battiato); è capace di parlare bene di altri, compresi alcuni suoi colleghi
(Buttafuoco, la Bonaccorti, Christian De Sica, Massimo Ranieri,
ecc.); è contento, veramente, quasi infantilmente contento, quando riceve
apprezzamenti ed attestati di stima da colleghi o amici (Mughini,
ancora Buttafuoco, Adinolfi, e tanti altri, per non parlare delle tante
altre...); esprime opinioni nette, senza tuttavia sentire il bisogno di alzare
i toni o pretendere di aver ragione; non sopporta gli snobismi e i
luoghi comuni, così diffusi, che ritengono di avere il diritto di tracciare
confini invalicabili tra l’alto e il basso, il comico e il drammatico,
l’intellettuale e il popolare, l’arte e lo spettacolo, l’informazione e
l’intrattenimento, il politically correct e la vulgaris opinio, il topo di
città e quello di campagna.
Quando accenna al sé, ai suoi pensieri, infine, Cucuzza ruota intorno
a tre parole-chiave (cosi almeno a me sembra) del suo alfabeto
sentimentale, intellettuale ed etico: le relazioni (familiari, amorose,
amicali, professionali); il viaggio (iniziatico, interiore ma anche fisico);
e il senso delle cose, dentro e fuori di noi, dagli episodi più piccoli
ai massimi interrogativi sull’ amore, la felicità, la morte. Appena ci
rifletti, però, ti accorgi che questi tre termini – le relazioni, il viaggio,
la ricerca di senso – sono tre momenti dello stesso percorso, che è poi
la vita stessa, quella di tutti e di ciascuno di noi.
Cucuzza è encomiabilmente scarno e antiretorico nel mettere a disposizione
del lettore gli elementi espliciti del suo proprio “senso della
vita”, ma è prodigo di indizi e premonizioni, di tracce e appunti, che
accendono molti passi del diario. Quello che non credo farà mai, per
costituzione e per scelta, è “mettersi a nudo” veramente. Ma non certo
per paura; piuttosto, per un senso “estetico” del pudore, che parte dal
pudore dei sentimenti che veramente contano, e dalla difesa dei propri
e di quelli degli altri verso di lui. Michele, del resto, condivide questa
ritrosia con un grande artista che entrambi ammiriamo: Fabrizio De
Andrè. Il quale un giorno, nella sua casa in Sardegna, esclamò, dinnanzi
a chi scrive, ad un fotografo e reporter che stava realizzando un
servizio per il magazine del Corriere della Sera: “Guarda, se vuoi, mi
metto anche nudo, ma a nudo, quello mai, scordatelo!”.
E veniamo pure, per concludere, all’insidiosa domanda dell’inizio
di queste righe: Michele Cucuzza è un Narciso? Ricordo, innanzitutto,
che nella versione più consolidata, quella ovidiana, Narciso, figlio di
un dio e di una ninfa, è un uomo bellissimo che disprezza l’amore che
le ninfe dei laghi e dei boschi (tra le quali la povera Eco) gli offrono.
La sua punizione (il suo contrappasso), per volere di Nemesi, sarà innamorarsi
della propria immagine riflessa, fino a lasciarsi morire. Con
riguardo al mito la mia risposta alla domanda è: certamente sì, e certamente
no.
Michele, che sceglie come professione quella di comunicare con le
sue parole e con la sua immagine, non può non essere alla ricerca di
un “rispecchiamento” del proprio operato. Come ogni giornalista che
si rispetti, inoltre, egli non può che partire dalla “superficie” (la notizia)
nella sua indagine e ricerca del senso. Ma Narciso non sa (e non
vuole) uscire al di fuori di sé: tutta la sua realtà è drammaticamente
autosufficiente ed autoreferenziale. Cucuzza, invece, cerca in tutti i
modi e con forza di superare questa stessa condizione, testimoniando
cura ed attenzione per tutto ciò che ruota intorno a lui, grande o piccolo
che sia. E ci riesce, all’ insegna della curiosità, che, come si è già
accennato, lungi dall’essere una qualità frivola, è forse la più preziosa
alleata di un buon giornalista, e una delle molle più vere ed efficaci
per la costruzione di relazioni affettive ricche e durevoli tra le persone.
Non solo. Michele trova negli affetti forti, a partire da quelli familiari,
il definitivo superamento di ogni traccia di narcisismo, a favore delle
emozioni, delle responsabilità, dell’ascolto. Quindi no, Michele non è
Narciso, ma una persona con gli slanci, gli interessi e le fragilità che
rendono tutti noi esseri umani degli animali abitati da una scintilla
speciale (comunque vogliate chiamarla: intelligenza, anima, amore,
grazia).
Appurato che Michele è sì un po’ Narciso, ma solo un po’, la cosa
che ci si deve domandare, alla fine, e che appare realmente dirimente è
la seguente: ma può permetterselo? Qui la risposta è una sola: sì, eccome
se può, perché è un vero giornalista, che usa come pochi la parola,
anche quella scritta: nitida, efficace, diretta, chiara. Come le pagine
di questo stimolante diario dimostrano abbondantemente. E perché è
una persona stimabile, un uomo di grande qualità e spessore. Anche di
questo avrete la conferma leggendo il suo diario.
Che altro? Buona lettura.
Vanni Pierini
Roma / Scansano, dicembre 2008
michelecucuzza.com
FUORI DALLA RETE
diario online
introduzione di Tommaso Gandino
prefazione di Vanni Pierini
contenuti extra:
La Storia di Lo So Lo
vita quotidiana, passioni e sbattimenti di una giovane precaria
Il mio carteggio con Michele
Un carteggio è una corrispondenza epistolare, ma anche l'uso di carte nautiche per preparare una navigazione. In questa seconda accezione del termine si ha la certezza di un punto di partenza e uno di arrivo, cosa che non era predefinita nel mio carteggio con Michele Cucuzza.
Lo vidi di persona per la prima volta in occasione di un convegno all’Università La Sapienza dove si parlava di identità e mass media e il suo intervento mi colpì per l’onestà intellettuale che lo contraddistinse. Ammise infatti di non essere preparato su alcuni temi sociologici di cui si stava discutendo poiché non erano settori di sua competenza, come poteva esserlo invece quello della comunicazione. Apprezzai il suo atteggiamento e scoprii la persona che c’era dietro il personaggio televisivo (di cui non ero una fan). Iniziai a seguire a distanza il suo lavoro e rimasi incuriosita dal suo libro Sotto i 40 che rappresentava un lampo di luce nel nero della gerontocrazia che domina la nostra Italia. Notai la sua attenzione e sensibilità nei confronti dei giovani e, dopo aver scoperto in rete dell’esistenza del suo sito (www.michelecucuzza.com), iniziai per gioco a spedirgli delle e-mail dove raccontavo della mia aspirazione di diventare giornalista come lui e delle difficoltà che incontravo giorno dopo giorno, data la precarietà della mia condizione. Michele accolse subito e con entusiasmo le mie e-mail e in breve mi dedicò uno spazio che divenne il mio diario nel suo sito. Quasi quotidianamente, dal mese di novembre del 2007, iniziai a scrivergli di me, delle mie storie, del mio mondo e lui mi lesse, mi rispose e mi pubblicò. Anche se con le caratteristiche contemporanee del virtuale, abbiamo portato avanti la nostra corrispondenza per un anno come se fosse il più classico e poetico dei carteggi che hanno fatto letteratura. E questo fino al giorno in cui sulla strada della vita incontrai un mio compagno di avventura che, al contrario di me, aveva dovuto abbandonare la sua aspirazione lavorativa. Quel giorno, di fronte al confronto, presi coscienza del fatto che anch’io potevo ritenermi una dei protagonisti di Sotto i 40 perché, di fatto, ero nella condizione in cui non avevo rinunciato al mio sogno, malgrado le difficoltà, le fregature e le incertezze, e decisi di chiudere il diario. Oltretutto nel sito di Michele avevo avuto uno spazio di denuncia di un sistema che, invece di essere (nel senso marittimo del termine) un carteggio per i giovani nel maremoto del mondo del lavoro, è un sistema che all’opposto e paradossalmente ci aiuta ad affondare. Il mio diario è stato anche un modo per raccontare e descrivere le sofferenze, le frustrazioni e le debolezze che il precariato può creare nelle donne e negli uomini intesi come individui, aspetto di cui spesso si tace. Lo scambio di e-mail tra Michele e me, durante quei mesi, ci ha portato a conoscerci di persona e ad instaurare un rapporto di stima e di collaborazione che oggi è sfociato imprevedibilmente nella pubblicazione della mia storia nel suo libro “Fuori della rete”: ne sono i contenuti extra e di questo ne sono extremamente felice. Mai avrei immaginato che il nostro carteggio (nel senso di corrispondenza epistolare) sarebbe arrivato a prendere questa forma, proprio perché era privo di un punto di partenza e di uno di arrivo, come è nel caso del lessico nautico.
Ringrazio Michele per la sua disponibilità e per avermi dato l’opportunità di essere una voce parlante di speranza e di ottimismo. Oggi, infatti, sono iscritta all’albo dei giornalisti, lavoro come libera professionista e ho un mio sito (www.ildiariodilosolo.com) dove, oltretutto, ospito il diario di un’aspirante scrittrice perché Michele mi ha insegnato anche che cosa è la generosità e il significato di offrire delle possibilità agli altri. Ma soprattutto non smetto più di sorridere perché il messaggio che porto è che nessuna forma di precariato (esistenziale o lavorativa che sia) avrà mai la meglio su di me.
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